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Prof. Elio Matassi, hanno destato scalpore i dati forniti recentemente dal Cun (Consiglio Universitario Nazionale) sull’andamento delle iscrizioni all’Università. Negli ultimi dieci anni, le iscrizioni sono calate del 17%, il che equivale a circa 58000 studenti in meno. Quali considerazioni le suggeriscono questi dati?

Sono effettivamente allarmanti. E aggiungerei che la media dei laureati in Italia è del 19 %, mentre quella europea è del 30 %. Se pensiamo che il Trattato di Lisbona richiede una media del 40% di laureati, il quadro non può che risultare ancor più preoccupante. Ma questi dati sono anche il risultato prevedibile degli ultimi anni delle politiche su Università e Ricerca. Sono il risultato, insomma, di quello che definirei un attacco all’Università pubblica da parte della classe dirigente. È infatti in corso da anni una campagna di delegittimazione dell’Università pubblica, che si è tradotta nel progressivo taglio dei finanziamenti, giustificata dallo scarso rendimento che emergerebbe dalle graduatorie internazionali. Secondo me, tutto ciò scaturisce da un’errata interpretazione di queste stesse graduatorie. Per esempio, le graduatorie che ha fornito la Società Filosofica Italiana (SFI) ci dicono il contrario: se si stila una graduatoria che tiene conto dell’ammontare dei finanziamenti a disposizione, ecco che le Università pubbliche italiane risultano tra i primi 40/50 posti. Infatti, se consideriamo il piano dei finanziamenti, la realtà delle Università nordamericane (sono queste a occupare di solito i primi posti in tutte le graduatorie di rendimento scientifico) è incommensurabile con quella delle Università pubbliche italiane. Le rette delle Università nordamericane sono impensabili in Italia. Non si possono considerare del tutto attendibili le graduatorie che considerano solo i risultati, ignorando le premesse. La volontà della Riforma Gelmini di importare in Italia il modello anglo-sassone in una società molto diversa come la nostra è votata all’insuccesso, anche perché non interviene sul discrimine fondamentale: i finanziamenti.

Questa premessa è all’origine dei dati su cui stiamo ragionando: per la condizione in cui attualmente versa, l’Università pubblica ha sempre meno capacità di attrazione. Considerando l’alto tasso di disoccupazione, i più giovani preferiscono entrare nel mercato del lavoro al più presto perché il valore della laurea sul mercato è bassissimo.

Negli ultimi giorni è emerso un altro dato interessante: il calo delle iscrizioni all’Università riguarda soprattutto gli studenti che provengono dagli Istituti tecnici e professionali piuttosto che dai licei. Che ne pensa?

Oggi l’Università pubblica non offre più alcuna garanzia d’inserimento nel mercato del lavoro non solo per chi proviene dalle Facoltà umanistiche (cosa che purtroppo ormai da tempo non rappresenta più una notizia), ma anche per chi viene dalle Facoltà scientifiche. Un dato interessante che va in questa direzione: nel recente esame di ammissione al TFA (Tirocinio Formativo Attivo) per l’insegnamento nelle scuole, la classe di concorso che ha avuto più richieste è stata quella di “Tecnologia”: per 100 posti 1270 iscritti. Ne è testimonianza anche un recente episodio: una ragazza che ha studiato Ragioneria è stata premiata da Napolitano in quanto alunna più brillante a livello nazionale; ebbene, questa ragazza ha preferito accettare dopo il Diploma un lavoro da 850 euro al mese piuttosto che iscriversi all’Università. Certo, gli alunni delle scuole tecniche non si iscrivono all’Università anche perché i loro Diplomi sono già professionalizzanti. Ed è vero che oggi le Università non riescono a stare al passo con la velocità dei cambiamenti che attraversano la società e con la velocità dell’innovazione tecnologica. Anche su questo, però, incidono gli scarsi finanziamenti destinati al’Università pubblica. Non è un caso che siano le Università private ad aggiornare con maggiore efficacia, in base alla domanda sociale ed economica, il proprio apparato e le proprie competenze tecnologiche: possono, infatti, fare affidamento a tasse e rette decisamente più elevate. E nonostante ciò l’Università pubblica riesce ancora a mantenere le proprie posizioni e a salvaguardare determinate eccellenze.

Anche vista dall’altro lato della cattedra, la situazione non è meno drammatica. Negli ultimi sei anni l’Università pubblica ha il 22 % di docenti in meno, sempre secondo le statistiche del Cun. Mentre secondo l’ADI (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) nei prossimi anni il 93 % degli attuali dottorandi, assegnisti, contrattisti non potrà essere assorbito nell’organico delle Università.

Dico di più: la percentuale concernente il calo dei docenti è oggi del 22%, ma nei prossimi anni salirà al 40%. Anche in questo caso il problema non dipende dalla scarsa efficienza dell’Università, ma dai finanziamenti. E ha una portata enorme se lo consideriamo in prospettiva, perché colpisce i più giovani e distrugge carriere nascenti e promettenti. L’insieme di questi dati – i pensionamenti e il mancato ricambio generazionale – metteranno le Università in condizione di dover spegnere tanti corsi (e non certo solo quei pochi definiti “inutili”, di cui tanto si è parlato nei dibattiti sulla Riforma Gelmini) e porterà di questo passo all’estinzione dell’Università pubblica. Per esempio, prima della Riforma Gelmini, esistevano in Italia più di trenta Dipartimenti di Filosofia, oggi ne sono rimasti due e altri due si sono dovuti “ibridare” (Roma Tre: Filosofia, comunicazione e spettacolo; Roma Tor Vergata: Filosofia ed Economia). L’accorpamento disciplinare dei Dipartimenti richiesto dalla Riforma Gelmini va in controtendenza rispetto a quanto succede all’estero, dove i Dipartimenti che spiccano nelle tanto sbandierate classifiche di rendimento (Columbia, Princeton) sono quelli di piccole proporzioni e molto coesi sul piano della ricerca scientifica. Anche in questo caso, ripeto, la logica che ci sta dietro è sempre quella dei tagli ai finanziamenti: evidentemente la classe dirigente non ritiene l’Università pubblica un settore importante su cui investire.

Elio Matassi è professore ordinario di Filosofia della storia presso l’Università di Roma Tre.

media2000@tin.it
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