Nei giorni scorsi, ero a Parigi. Per giorni, i notiziari televisivi e radiofonici, i siti, i giornali erano pieni di Irma, l’uragano successivo a Harvey e precedente José: l’attenzione era spasmodicamente puntata su quanto succedeva alla Guadalupa – poco, a conti fatti – e a Saint Barthélemy e a Saint Martin, collettività francesi d’oltremare nelle Antille.
A Bruxelles e a Città del Lussemburgo, non se ne parlava quasi. Ad Amsterdam, l’interesse era concentrato su Sint Maarten, che è la parte olandese dell’isola di Saint Martin.
Appena mi sono trovato in Italia ho capito che Irma aveva colpito pure le Bermuda e aveva sul suo percorso Cuba, Haiti, la Florida. Ma, qui da noi, l’attenzione è quasi esclusivamente puntata sulla Florida: che ci siano devastazioni e vittime a Cuba e ad Haiti è quasi un corollario, mentre le misure di evacuazione delle coste del Sunshine State sono seguite momento per momento, con un crescendo di drammaticità e d’intensità, dai media statunitensi (e, quindi, da quelli di tutto il Mondo).
C’entra un po’ il discorso d’identificazione che abbiamo fatto la scorsa settimana: è più immediato pensarsi in Florida che ad Haiti. Ed è un po’ un discorso – spiace dirlo, ma è così ovunque – di pigrizia mediatica: dalla Florida, cioè dagli Usa, la pappa delle immagini e delle notizie arriva già fatta.
E’ anche un po’ un discorso di peso diverso delle vite umane, a seconda di dove esse vadano perdute: almeno, a calcolarlo in righe loro dedicate dai media.
Ma non solo. Facciamo un esempio: nell’estate del 2015, decine di migranti morti decomposti nel cassone di un camion su un’autostrada austriaca pesarono sull’opinione pubblica europea, e quindi sulle decisioni dei leader, molto più delle centinaia, anzi migliaia, di migranti morti annegati nel Mediterraneo.
La sequenza degli uragani di questi giorni offre, poi, lo spunto per un’altra valutazione dell’opportunismo, questa volta, politico e non mediatico: il presidente Usa Donald Trump si dà molto da fare per mostrarsi preoccupato di quanto accade e per fornire aiuti ed assistenza alle popolazioni colpite, ieri in Texas ed oggi in Florida.
Ma le sue politiche ambientali, a partire dalla denuncia degli Accordi di Parigi, accelerano il cambiamento del clima e il riscaldamento globale, invece di cercare di frenarlo e contrastarlo. Per le vittime di Harvey, e per quelle che inevitabilmente farà Irma, le lacrime di Trump sono lacrime di coccodrillo.

Uragano Irma

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.