Anche questa settimana continuiamo a condividere le sintesi degli interventi dei relatori che hanno partecipato al convegno “Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione” che si è svolto presso la sede del Parlamento Europeo di Roma.
La consapevolezza come prima forma di difesa
Andrea Malaguti, direttore de La Stampa, nel suo intervento al convegno “Europa alla sfida delle guerre ibride e cognitive: responsabilità dell’informazione”, ha posto l’accento sulla necessità di sviluppare una maggiore consapevolezza nei confronti delle fonti informative, in un contesto globale caratterizzato da manipolazione, polarizzazione e crescente influenza delle piattaforme tecnologiche.
Secondo Malaguti, una delle poche forme di difesa ancora disponibili per i cittadini consiste nel sapere chi comunica, perché lo fa e quali interessi possono essere alla base del messaggio. “In un ecosistema informativo sempre più complesso, la possibilità di esercitare il dissenso e il pensiero critico passa dalla capacità di riconoscere le fonti e valutarne l’affidabilità – ha sottolineato”.
Democrazie in arretramento e nuovi equilibri di potere
Richiamando una recente ricerca del centro studi V-Dem dell’Università di Göteborg, il direttore de La Stampa ha evidenziato come il 90% della popolazione mondiale viva oggi sotto governi che non possono essere considerati pienamente democratici e liberali. Oltre alle autocrazie consolidate, il fenomeno riguarda anche democrazie che mostrano segnali di regressione, tra cui Israele e gli Stati Uniti dell’era Trump.
Malaguti ha sottolineato come negli Stati Uniti si sia consolidata una convergenza tra potere politico e grandi piattaforme tecnologiche. “Le Big Tech – ha osservato – non rappresentano più soltanto infrastrutture tecnologiche, ma soggetti che influenzano direttamente la circolazione delle informazioni e la formazione dell’opinione pubblica”.
Il giornalismo non è morto: cambia il modo di raggiungere il pubblico
Contro la narrazione secondo cui il giornalismo sarebbe ormai irrilevante, il direttore ha portato l’esperienza de La Stampa. Ha voluto condividere dati: nel 2005 il quotidiano torinese vendeva circa 350 mila copie cartacee, oggi raggiunge un pubblico molto più ampio attraverso il digitale, i social network e le diverse piattaforme online. “Questo dato – ha affermato Malaguti – dimostra come la domanda di informazione non sia diminuita, ma si sia trasformata nelle modalità di accesso e fruizione”.
Nei momenti di crisi cresce la ricerca di informazione autorevole
A conferma di questa tesi, Malaguti ha ricordato come nei momenti di maggiore incertezza collettiva – dalla pandemia di Covid-19 all’invasione russa dell’Ucraina, dagli eventi del 7 ottobre fino al ritorno di Donald Trump sulla scena politica – il pubblico abbia cercato punti di riferimento nell’informazione professionale.Infatti ha ricordato che in tutte queste occasioni i siti delle principali testate giornalistiche hanno registrato una crescita esponenziale degli accessi.
Il valore della firma e della responsabilità
Per il direttore de La Stampa, il valore distintivo del giornalismo professionale risiede proprio nella sua riconoscibilità: l’informazione qualificata ha un nome, un cognome e una responsabilità. Il lettore può conoscere chi produce i contenuti, contestarne le opinioni e, se necessario, chiamarlo a rispondere delle proprie affermazioni. Questo è l’ elemento che distingue il giornalismo verificato dalla comunicazione anonima e opaca che spesso caratterizza l’ambiente digitale.
La crisi del modello economico dell’informazione
Malaguti ha inoltre evidenziato la crisi economica che investe il settore dell’informazione. “La produzione di contenuti giornalistici di qualità richiede investimenti, competenze e presenza sul campo ha sottolineato – ma il valore generato viene frequentemente assorbito dalle piattaforme digitali, che redistribuiscono i contenuti senza sostenerne i costi di produzione. Questo meccanismo contribuisce a erodere la sostenibilità del giornalismo tradizionale”.
Oltre l’“ubriacatura” digitale
Nonostante questo scenario, il direttore ha espresso una visione che guarda oltre la crisi attuale. A suo avviso, l’omologazione delle informazioni e la perdita di punti di riferimento finiranno per generare una nuova domanda di affidabilità. “Quando l’attuale “ubriacatura” informativa sarà terminata – ha precisato – cittadini e lettori torneranno a interrogarsi su chi sia realmente degno di fiducia e su chi possieda gli strumenti per raccontare la complessità del mondo”.
Informazione qualificata, riconoscibile e sostenibile
La conclusione dell’intervento è stata un richiamo al valore dell’informazione come bene pubblico: un’informazione che deve essere qualificata, riconoscibile e sostenibile economicamente. Per Malaguti, soltanto un giornalismo autorevole, trasparente e adeguatamente valorizzato potrà continuare a svolgere il proprio ruolo nelle democrazie chiamate ad affrontare le sfide delle guerre ibride e cognitive.
