Comunicazione, nuovi media, tecnologia, cambiamento, il ruolo della ricerca e quello dei giovani nell’innovazione. Ne parliamo con Mario Morcellini, professore ordinario in Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, nonché direttore del Coris – Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale presso l’Università La Sapienza di Roma.
Cosa vuol dire oggi essere direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale di una Università antica e importante come la Sapienza?
“È uno dei mestieri più a rischio. Lo è perché la comunicazione corre velocemente e una struttura universitaria avrebbe invece bisogno di stabilità, cornici riconoscibili nel tempo. Il secondo rischio è quello di rappresentare e stimolare una comunità scientifica in tempi in cui l’idea di Università è attaccata dalla finta modernità e dalla public ignorance. Implicitamente, sto segnalando solo risposte che fanno pensare: «ma chi te l’ha fatto fare?». La risposta è paradossalmente semplice: credo nell’idea di Università e nel suo progetto”.
In un mondo globalizzato e iperconnesso caratterizzato, come si dice, dalla velocità del cambiamento, presupposti impliciti di una società complessa come la nostra, qual è il ruolo della Cultura e della Comunicazione e com’è cambiato dall’avvento della Rete?
“In una società complicata e che cambia a velocità accelerata, il ruolo della cultura e della comunicazione è investito di un compito tutt’altro che irrilevante: quello di mettere in trasparenza la direzione e il significato profondo dell’innovazione sociale, al di là della visibilità congiunturale dei cambiamenti o della loro celebrazione puramente retorica. Investendo sulla dimensione critica dei saperi, l’Università per prima, ma anche la politica e la società più in generale, deve tornare a scommettere con convinzione sulla competitività degli studi umanistici. Occorre cioè riconoscere alla comunicazione la forza e il coraggio di rinnovare i linguaggi della formazione, tentando di ridurre le distanze con il mondo giovanile in un campo, quale quello della Rete, che costituisce oggi non solo un’attività quotidiana per le nuove generazioni, ma un ambiente di interazione profondamente naturale e immersivo, che loro stesse più degli adulti sono dunque sensibili a conoscere e a innovare. L’esigenza di una riflessione sul ruolo della cultura e della comunicazione deve fondarsi su un aggiornamento anche teorico della sua funzione in una società assai stimolata dalla comunicazione, ma anche su un puntuale e sistematico lavoro di ricerca. Detto in altri termini, si possono osservare gli attuali rapporti tra media e giovani generazioni per poter anticipare alcuni dei tratti dello scenario mediale dei prossimi anni. Tale presupposto rende necessario però un accordo su alcuni elementi di interpretazione: anzitutto la questione delle forme di accesso alla comunicazione; la centralità dei nuovi profili di competenza mediale e, infine, un tentativo di ridefinire i comportamenti culturali di cui le giovani generazioni sono naturali protagoniste. Sono evidenti i segnali che vanno nella direzione di un accesso alla comunicazione più largo e più aperto dell’attuale ristrettezza delle basi sociali dei media, ovvero un movimento verso la democratizzazione della comunicazione. Un processo, quest’ultimo, che troppo spesso è stato pensato come naturale e necessario, alimentando interpretazioni eccessivamente affrettate, che hanno promesso un futuro della comunicazione in cui le disuguaglianze e i conflitti saranno risolti. Credo invece sia necessario, oggi più di ieri, presidiare il cambiamento in atto sul doppio versante della ricerca e della formazione per evitare che i facili trasporti dei tecno-entusiasti trasformino le opportunità di mutamento in uno sterile catalogo di strumenti tecnologici da possedere. La centralità della Rete, la multimedialità e la trasversalità tra media vecchi e nuovi sarà sempre di più moneta pregiata per le giovani generazioni, il cui aumento di competenza comunicativa permetterà loro di sapersi muovere con disinvoltura tra i diversi ambienti. Ma queste nuove abilità, di cui i giovani sono gli interpreti più generosi, necessitano di un riconoscimento puntuale e di una significativa legittimità, che è un cambiamento culturale non di poco conto, ma indispensabile per chi è realmente convinto che le persone possano essere cambiate e migliorate se poste alla sfida della cultura, prima di tutto, e poi anche della comunicazione”.
I giovani, la ricerca e l’innovazione possono essere un connubio vincente in un periodo di crisi economica come quello che stiamo vivendo? È ragionevole oggi per i giovani avere ancora fiducia nello studio?
“Personalmente non ho mai smesso di credere nella funzione sociale dell’Università e non credo che essa abbia perso la sua funzione culturale nella società contemporanea, anzi si configura ancora come uno dei più forti motori del cambiamento e innovazione. Probabilmente ciò che ha perso è più in termini di percezione delle reali funzioni e di valorizzazione del ruolo; ad esempio, i dati sempre più allarmanti sulla disoccupazione giovanile, ci dicono anche che la situazione peggiora con titoli di studio più bassi. E non è un caso, infatti, se più che in passato la formazione e la cultura diventino elementi di riduzione dell’incertezza, di inclusione di saperi forti utili a decifrare e mettere in priorità il cambiamento sociale, depurandolo dai nuovismi e dagli eccessi di modernariato. Scommettere sui giovani, sulla ricerca e sull’innovazione sembrano, in un periodo di crisi economica, comportamenti fin troppo coraggiosi e rischiosi, ma forse rappresentano il motore e la via maestra per uscire dalla crisi, che da questo punto di vista è addirittura più culturale che economica. La “fiducia” da parte dello studente diventa però il presupposto indispensabile. Se un tempo questo era un punto più negoziabile, l’esperienza degli ultimi anni dimostra che ci è possibile garantire solo le performance degli allievi che scelgono di scrollarsi di dosso la pigrizia, l’opportunismo, la passività dell’apprendimento tradizionale. Divenire parte attiva dei processi formativi e della loro innovazione presuppone un cambiamento di priorità e, al tempo stesso, di forma mentis da parte degli attori del patto formativo; d’altro canto è evidente che il segreto della competitività culturale degli studi in comunicazione è data proprio dalla capacità di fermarsi ad osservare con metodo e rigore scientifico, l’onda lunga del cambiamento, specie quando è incalzata tra trasformazioni compulsive”.

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