Marta Perrotta (Professoressa di Cinema, fotografia, radio,  televisione  e  media  digitali presso il Dipartimento Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università Roma Tre) è intervenuta all’evento parlando del ruolo della “voce” che cambia con  l’avvento dell’IA.

“La voce è da sempre segno di presenza, identità e relazione. Oggi, grazie alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale, è diventata campionabile, replicabile, tradotta in tempo reale e persino trasformata in strumento creativo autonomo.

Non appartiene a una disciplina unica: fisica, acustica, linguistica, semiotica, sociologia, diritto e media studies si intrecciano nel suo studio. La voce, infatti, è allo stesso tempo emissione acustica, segno che identifica una persona, strumento estetico e capitale creativo.

Molti studiosi hanno sottolineato questa complessità. Roland Barthes parlava della “grana della voce”, cioè della sua materialità irriducibile; Adriana Cavarero la definisce tramite tra corpo e parola; Michel Chion, nel cinema, ne ha studiato il potere narrativo attraverso il concetto di acusma, la voce che si sente senza vederne la fonte.

Nei media moderni la voce è sempre mediata dalla tecnica: microfoni, codec digitali, software di editing. Non esiste più una “voce pura”: ogni espressione è filtrata dalla tecnologia, che al tempo stesso ne amplia le possibilità creative e professionali.

Oggi, con l’IA, assistiamo a nuove trasformazioni: voci sintetiche che sostituiscono speaker radiofonici in alcuni momenti della programmazione, podcast generati automaticamente a partire da testi, doppiaggi realizzati con il voice cloning, personaggi dei videogiochi che interagiscono in tempo reale grazie alla voce artificiale.

La voce, insomma, non è solo mezzo di comunicazione: è performance, identità, relazione. Ed è al centro di una trasformazione culturale e tecnologica che riguarda tanto la nostra esperienza quotidiana quanto i diritti e il lavoro nelle industrie creative.

Se una voce può essere replicata all’infinito, che ne è del lavoro dello speaker, del doppiatore, del cantante?
Chi decide come e dove viene usata una voce ricreata?
E cosa succede a quella relazione di fiducia tra performer e pubblico se non siamo più certi della presenza di un corpo dietro a una voce che performa e che noi ascoltiamo?

Tutto questo crea momenti di confronto tra potenzialità e rischi, comunque sia di aumento delle possibilità estetiche e produttive, che però si intreccia in maniera molto forte con la questione dell’autorialità, con quella dell’autenticità e con quella della presenza.

Mi permetto quindi di lanciare solo alcuni aspetti di questioni critiche ed etiche, che penso affronteremo con più esempi e anche con più elementi portati dai miei colleghi, che riguardano soprattutto il tema dell’autenticità e della relazione. Se una voce è indice di presenza, cosa accade quando può essere clonata e riprodotta senza il corpo che la genera?
La grana della voce di cui parlava Barthes, che fine fa?
Che ne è di questa materialità?
È riducibile l’espressione della persona?
E ancora: il tema del consenso e quello del controllo. La voce è sempre più trattata come un dato biometricamente sensibile. Ma chi deve avere il diritto di autorizzare la riproduzione? E quale ruolo ha la revocabilità di un consenso che era stato dato e che ora si vuole ritirare?

Il tema del lavoro e dei compensi riguarda tutte le professioni della voce: doppiatori, speaker, cantanti, attori, che rischiano che una singola registrazione diventi materia prima per riproduzioni illimitate, anche post-mortem.
E qui emerge l’urgenza di nuovi modelli contrattuali, di nuovi esempi di remunerazione: non più una paga immediata ma compensi differiti, generati dalla disponibilità della performance per un eventuale utilizzo.

E poi c’è il tema, non meno importante, dell’omologazione e della diversità, e anche del gusto estetico che coltiviamo e tramandiamo da questo punto di vista.

L’intelligenza artificiale potrà sicuramente valorizzare accenti, lingue, timbri, ma potrà anche ridurre di molto la varietà, favorendo standard vocali neutri e globalizzati.
Questo aspetto, che non è nuovo per il doppiaggio o per le professioni della voce — se ne discute da tempo — è una tematica su cui si può riaprire un dibattito, anche guardando al passato.
Sono tutti elementi che, secondo me, possiamo oggi osservare con attenzione e provare a esplorare almeno in alcuni aspetti”.

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