Il futuro del digitale terrestre nella competizione multi piattaforma:
opportunità e business per gli attori del mercato

Intervento
On. Dott. Antonio Martusciello
Commissario Agcom

Roma 14 novembre 2018

IL DIGITALE TERRESTRE OGGI

Nel 1939, un poco profetico giornalista, sul New York Times scriveva che “la TV non sarà mai un serio concorrente per la radio, perché le persone devono sedersi e tenere gli occhi incollati su uno schermo; la famiglia media americana non ha tempo per farlo”. Dopo quasi ottant’anni siamo ancora qui a interrogarci sul futuro della televisione rispetto a come l’abbiamo conosciuta alla sua nascita. Un periodo in cui la TV terrestre è passata per evoluzioni e rivoluzioni tecniche e si è dovuta scontrare con nuove piattaforme e modi di fruizione (satellitare, larga banda, TV on demand) ma che, in un contesto profondamente cambiato, svolge ancora un ruolo di primo piano.

Lo fa dal punto di vista dell’audience, raccogliendo oltre l’85% della share televisiva media , così come da quello imprenditoriale, con circa 5 miliardi e mezzo di ricavi annui .
Sono numeri che descrivono bene il punto di arrivo, oggi, della Tv terrestre, la quale, nel corso degli anni, grazie all’innovazione tecnologica, ha saputo rinnovarsi per meglio assolvere alla sua funzione “di informare, di intrattenere o di istruire il grande pubblico”.
In particolare, la transizione dal sistema analogico a quello digitale, ha prodotto un significativo arricchimento dell’offerta non solo quantitativo (numero dei programmi), ma anche qualitativo (nuovi formati trasmissivi), e ha soprattutto consentito l’ingresso nel mercato televisivo di nuovi soggetti il cui business è incentrato unicamente sulla fornitura di contenuti.
Un passaggio fondamentale, dunque, per aumentare “le voci” rappresentative delle “diverse opinioni, tendenze, correnti di pensiero politiche, sociali e culturali presenti nelle società” (per usare le parole dalla Corte Costituzionale), e quindi, in sostanza, per rafforzare il grado di pluralismo dell’intero sistema delle comunicazioni.
Un passaggio fondamentale, riuscito (mi preme sottolineare) grazie, non solo alle iniziative degli operatori di mercato, ma anche e soprattutto all’introduzione di un modello regolamentare da parte di tutte le istituzioni e in particolare di Agcom, che ha saputo programmare e accompagnare il processo di transizione in tutti gli snodi fondamentali, sin dal suo nascere. Significativa al riguardo, ad esempio, la scelta dell’Autorità, con il suo primo regolamento sulla Televisione Digitale terrestre del 2001, di abbandonare il modello “chiuso” basato sull’integrazione verticale tra editore e gestore delle infrastrutture trasmissive e di impostare il nuovo sistema digitale sull’”Horizontal Entry Model” (caratterizzato dalla distinzione tra la figura del fornitore di contenuti e l’operatore di rete). La conseguenza di tale scelta, come di quelle successive fatte anche a livello legislativo, è stata lo sviluppo e il consolidamento di una piattaforma che oggi vede nel nostro Paese:
• attivi 20 multiplex nazionali, gestiti da 8 differenti operatori di rete . A questi vanno aggiunte le reti locali presenti a diversi livelli sul territorio nazionale (comunali, provinciali, pluriprovinciali, regionali, pluriregionali);
• 2 degli operatori di rete esistenti (che gestiscono attualmente 6 multiplex) che sono operatori di rete “puri”, ovvero destinano il totale della capacità trasmissiva gestita a editori indipendenti;
• Più di 100 programmi free trasmessi sulle reti esistenti riconducibili a numerosi gruppi editoriali differenti (più di 20), tra cui appunto editori come Sky e Discovery presenti a questo tavolo.

IL DIGITALE TERRESTRE “DOMANI”
LA MANOVRA EUROPEA
Questa dunque è, oggi, la piattaforma digitale terrestre nel nostro Paese. Tuttavia, all’orizzonte si palesano diverse nubi, sempre più dense.
Infatti, nonostante i numeri, la piattaforma patisce fortemente, da qualche anno, il crescente fenomeno della concorrenza da parte delle reti a banda larga.
Il problema, di fondo, risiede nel fatto che le piattaforme di broadcast, malgrado la digitalizzazione, da sole risultano “poco convergenti”: infatti se con le reti di Telecomunicazione si può “fare televisione” e molto altro, con quelle Televisive, invece, non si possono fornire “servizi di comunicazione elettronica”.
Questa circostanza, oltre a rendere le reti a larga banda sempre più dei competitor per quelle televisive dal punto di vista della distribuzione dei contenuti audiovisivi tradizionali, consente anche alle prime di fornire “un’esperienza di fruizione” per gli utenti non del tutto alla portata delle seconde.

In questo senso, un “metro” di questo crescente fenomeno, di questa tendenza che vede sempre di più la bilancia pendere dal lato del broadband, è rappresentato dalle “politiche” di gestione dello spettro a livello globale ed europeo.
Da ultimo, ad esempio, nel rimodulare la ripartizione delle risorse frequenziali fra broadcast e broadband, sulla base delle effettive esigenze di mercato, la Decisione europea UE 2017/899 ha definitivamente stabilito di trasferire entro il 2020 (con al massimo 2 anni di “ritardo”) la banda dei 700MHz ai servizi di telecomunicazione. Secondo la Commissione e il Parlamento, dunque, quella preziosa porzione di spettro è “meglio sfruttata” dai servizi di telecomunicazione, in particolare dai nuovi servizi in 5G, che dai tradizionali servizi broadcasting.
Inoltre, la medesima Decisione europea, in linea con le tendenze già emerse in sede di World Radio Conference 2015, fissa un orizzonte temporale anche per la banda inferiore, la 470MHz-694MHz. Questa porzione di spettro resterà destinata alla televisione almeno fino al 2030, ma potrebbe trattarsi di un utilizzo non esclusivo. Si lascia infatti aperta la strada anche ad altre tecnologie richiamando, in modo esplicito, la neutralità tecnologica e citando, nei considerati, il rapporto Lamy che prevedeva di rivalutarne l’utilizzo già nel 2025.

IL REFARMING DELLA 700 MHZ: GLI ASPETTI TECNICI E LE SPECIFICITÀ NAZIONALI
Questa dunque la “nuova” realtà, in cui va immaginato un futuro per la piattaforma digitale terrestre: una realtà difficile in quanto caratterizzata da sempre maggiore scarsità della risorsa trasmissiva e dalla crescente concorrenza di piattaforme alternative più performanti.

Sicuramente, l’intento della Decisione europea è stato quello di assicurare la massima armonizzazione nell’utilizzo dello spettro, prevedendo disposizioni e una roadmap uguali per tutti i Paesi europei. Tuttavia, questa strategia, nonostante la flessibilità dei due anni di cui s’è detto, non è riuscita a cogliere a pieno tutte le specificità nazionali, rischiando di mettere in difficoltà alcuni Stati membri, come l’Italia, nella compiuta gestione del processo. Processo che, almeno per il nostro paese, non si risolve nella semplice riassegnazione della banda ad altri servizi, ma nella necessaria riorganizzazione e razionalizzazione dell’intero sistema radiotelevisivo sulla piattaforma terrestre allo scopo proprio di assicurarne un “futuro sostenibile”, sia dal punto di vista tecnologico sia economico, nel nuovo contesto multipiattaforma.
Infatti, negli altri Stati europei, la situazione è molto diversa (anche per ragioni storiche): in Germania, ad esempio, predominano la TV via cavo e quella satellitare, mentre il DTT ha una quota di penetrazione assai ridotta. In Francia, a una ridotta diffusione della TV via cavo fa da contraltare già un elevato sviluppo della IPTV, mentre il Regno Unito si caratterizza per una notevole espansione della TV satellitare.
Nel nostro Paese, invece, a fronte della citata pluralità di editori e di un numero estremamente elevato di contenuti nazionali e locali, esiste solo un’unica piattaforma, quella televisiva terrestre, realmente in grado di raggiungere la quasi totalità delle famiglie italiane (almeno l’80% della popolazione riceve la televisione attraverso le frequenze terrestri). È chiaro quindi come il refarming della banda 700MHz è destinato a produrre effetti particolarmente significativi, in quanto si tradurrà, nella pratica, nello spegnimento di circa 5.700 impianti trasmissivi (tra nazionali e locali), nel dimezzamento del numero di reti nazionali, che, allo stato, dovranno passare da 20 a 10 e in una sostanziale riduzione anche per le attuali reti locali.

Lo scenario è dunque molto complesso, e ancora oggi, nonostante siamo ormai alla fine del 2018, ancora alquanto incerto nei possibili esiti. E ciò (consentitemi di rivolgere una critica al precedente Governo e Parlamento) a causa anche di una generale sottovalutazione della reale portata del fenomeno che ha portato ad affrontare il tema del refarminig nell’ambito della precedente legge Finanziaria, prescindendo da una riforma dettagliata e compiuta dell’intero quadro normativo di settore, in grado di fornire un nuovo assetto “future-proof” alla piattaforma digitale terreste.
In particolare, a mio giudizio, è risultata infelice la scelta di puntare esclusivamente sulla soluzione tecnologica, per affrontare e gestire le conseguenze della riduzione della porzione di spettro destinata alla piattaforma digitale terrestre.
L’introduzione di tecniche di codifica e di trasmissione più efficienti (DVB-T2 e HEVC ) sulle reti esistenti sicuramente è un fattore importante nella gestione del processo, tuttavia, quest’ultime non possono essere da sole considerate la soluzione per risolvere il rinnovato problema della “scarsità delle risorse frequenziali” e quindi il modo per assicurare la sopravvivenza di tutti i contenuti oggi trasmessi sulla piattaforma.
È infatti quasi superfluo rilevare come sia poco probabile che nel 2020/2022 la piattaforma digitale terrestre si limiti a trasmettere programmi nello stesso formato attualmente in utilizzo (SD). Tale ipotesi appare ancora meno plausibile se si considera che, nel contesto competitivo inter-piattaforma, le altre piattaforme – principalmente Satellite e IP – già attualmente utilizzano formati di migliore qualità e con maggior valor aggiunto (High Definition e, a breve, Ultra HD o 4K), per via delle caratteristiche tecniche trasmissive più favorevoli.

Pertanto, tenendo conto anche di tale ultimo aspetto, è ragionevole ipotizzare che la maggiore offerta di capacità trasmissiva assicurata dall’uso congiunto del DVB-T2 e dell’HEVC sarà, in realtà, neutralizzata o addirittura risulterà insufficiente alla luce della presumibile maggiore domanda di capacità, da parte dei fornitori di servizi media audiovisivi, derivante dall’utilizzo dei nuovi formati High Definition o Ultra HD.
Il tutto, a meno di non voler immaginare un futuro di “serie B” per la piattaforma digitale terreste destinata a trasportare contenuti di minore appeal per gli utenti finali in considerazione dei formati trasmissivi utilizzati (in altre parole, un po’ come voler continuare a trasmettere il mondo in bianco e nero quando tutto il resto delle piattaforme lo trasmettono ormai a colori).
A questo occorre aggiungere che se si realizzasse lo scenario prefigurato dalla World Radio Conference 2015 e dalla Decisione europea n. 899, in cui il DTT perderebbe l’uso esclusivo della sub-700MHz, la situazione risulterebbe ancora più complessa.
Molto difficilmente, infatti, eventuali ulteriori cessioni di risorse spettrali potranno essere “compensate” da evoluzioni tecnologiche in grado di incrementare in modo significativo l’efficienza trasmissiva. La cessione di altre frequenze si tradurrebbe allora, con tutta probabilità, in una riduzione significativa degli spazi per le “voci” in campo, e cioè per il pluralismo.
Nell’analizzare questo stato di incertezza occorre comunque rilevare che l’articolo 7 della Decisione europea, in relazione alla possibilità di stabilire altri usi della banda sub-700MHz, afferma che gli Stati membri devono tener conto degli aspetti sociali, economici e culturali connessi.

Tale previsione risulta coerente con il quadro relativo alla regolazione dell’audiovisivo, e in particolare con la direttiva SMAV, ove si sottolinea che i servizi media hanno una duplice natura, economica e culturale “per cui non devono essere trattati come dotati esclusivamente di valore commerciale”,

Questo dovrebbe lasciar spazio, pur in un quadro di armonizzazione, alle specificità nazionali e, nel caso dell’Italia, a quella peculiarità, di cui ho detto prima, che rende la televisione digitale terrestre uno strumento essenziale per il pluralismo e per l’accesso generalizzato, da parte di tutti i cittadini, alle informazioni e alla cultura.

È uno scenario ancora aperto e tra i fattori da considerare per l’uso della sub-700MHz, il vi è il già citato articolo 7, che fa riferimento agli sviluppi tecnologici e ai cambiamenti nel comportamento dei consumatori. Questo non può che richiamare l’introduzione della tecnologia 5G, destinataria da poco assegnate di risorse spettrali, fra cui proprio la 700MHz. Il futuro posizionamento di questa tecnologia, potrà dunque ulteriormente incidere sul destino delle risorse per la piattaforma digitale terrestre.

Sarebbe però davvero azzardato ipotizzare che il 5G possa riuscire, nel medio termine, a insidiare il ruolo di piattaforma “essenziale” della TV digitale terrestre nei settori creativi e culturali accessibili al grande pubblico, nonché nel perseguimento di obiettivi sociali, economici e culturali di interesse generale . È anzi ipotizzabile che le reti di quinta generazione possano trovare una loro specifica collocazione all’interno di un panorama multipiattaforma in cui soddisfino determinate esigenze di fruizione dei media audiovisivi (ad esempio in mobilità), ma senza porsi come soluzione definitiva e sostitutiva per la fruizione dei contenuti televisivi tradizionali.

CONCLUSIONI: OPPORTUNITÀ PER GLI ATTORI DEL MERCATO
Quale può essere dunque il ruolo del digitale terrestre nel nuovo scenario tecnologico?
Partiamo dai punti di forza di questa piattaforma: capillarità della diffusione, penetrazione, accessibilità, gratuità e facilità di utilizzo. Caratteristiche che sicuramente vanno nella direzione di accrescere il benessere del consumatore e fanno, almeno nel nostro Paese, del DTT il vero “servizio universale” nel campo della televisione.

Il Digitale terrestre offre un bilanciamento tra contenuti di qualità e accesso libero e, più di ogni altra piattaforma, realizza in concreto i valori fondanti del sistema dei servizi di media audiovisivi quali inter alia:
• la garanzia della libertà e del pluralismo dei mezzi di comunicazione radiotelevisiva,
• l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione,
• la tutela dei diritti d’autore e di proprietà intellettuale,
• l’apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche, sociali, culturali e religiose

Ora, però, i cambiamenti descritti impongono un ripensamento del sistema televisivo terrestre che ha bisogno di ricollocarsi facendo leva sulle sue peculiarità, ma senza per questo perdere la sua dimensione commerciale e competitiva. A meno di non voler confinare la piattaforma al ruolo di strumento meramente sociale, infatti, occorre conservarne l’attuale “appetibilità” per i fornitori di contenuti, obiettivo possibile solo garantendo un percorso di crescita nelle modalità di fruizione e nella qualità delle immagini.
Se per il primo requisito sarà importante sviluppare la sinergia con le altre piattaforme, anche per mezzo delle “TV ibride”, per garantire il secondo occorrerà indirizzare il settore verso un modello sostenibile, in cui le caratteristiche delle reti, il loro numero e quello degli attori in campo consenta di efficientare lo sfruttamento delle risorse spettrali disponibili.

Non è facile trovare la “quadra” nella nuova realtà multicanale e multipiattaforma, ma non è altrettanto possibile immaginare un sostanziale mantenimento dello status quo di fatto degli operatori del settore che restino ancorati ai successi passati conseguiti dalla piattaforma. Del resto, “negli affari, se continui a correre, la concorrenza ti morde; ma se resti fermo, ti inghiotte!” (William Knudsen).

Ecco perché vorrei cercare di approfondire questi aspetti passando ora la parola ai Relatori per capire se e quali sono le prospettive e le opportunità di business per la piattaforma digitale terrestre alla luce dei descritti futuri scenari tecnologici e di mercato.

ANTONIO MARTUSCIELLO COMMISSARIO AGCOM