Memorie sintetiche, la nuova frontiera del digitale. Un gruppo di ricercatrici lavora alla ricostruzione digitale di ricordi che dalla nostra mente passano alla macchina che  li trasforma in immagini e poi in oggetto perché l’immagine si può stampare.

Ad Ars Electronica ho fatto parte del progetto, sottoponendomi alla sperimentazione. La foto mostra il ricordo ricostruito dalla macchina.

Ho 4 anni sono in una casa in Belgio di cui ho un vago ricordo che la macchina ha ricostruito grazie all’abilità di due ricercatrici l’intervistatrice e l’esperta di prompt.

Ascesa dell’intelligenza artificiale

La rapida ascesa dell’intelligenza artificiale alimenta spesso timori — sorveglianza, pregiudizi, perdita di controllo. Il collettivo Domestic Data Streamers ribalta la prospettiva con una domanda semplice e radicale: e se l’IA potesse aiutarci a prenderci cura di ciò che conta di più?  Ed ecco Memorie sintetiche, il progetto  che esplora come i modelli generativi possano sostenere — non sostituire — la dignità umana, preservando ricordi personali a rischio di scomparire. È una visione dell’IA radicata nell’empatia, nella cura e nel valore sociale.

L’installazione presenta un archivio vivente di immagini generate dall’IA, nate da interviste con persone anziane, pazienti con demenza, migranti e voci marginalizzate. Questo metodo collaborativo ha già mostrato efficacia in ambito di ricerca — in particolare nelle fasi iniziali della demenza — e offre un modello replicabile per musei, sanità e istituzioni culturali nella tutela del patrimonio immateriale.

Un incontro con la  mia memoria 

Ho incontrato queste ricercatrici che hanno restituito concretezza a uno dei miei ricordi.

L’’idea  è molto semplice, con conseguenze molto grandi. Mi è stato chiesto, di ricordare e di visualizzare nella mente l’immagine di qualcosa che mi è accaduto entusiasmante, divertente o importante. Non ho dormito tutta la notte: sono andato a letto e ho iniziato a pensare a quale potesse essere questo momento della mia vita da trasformare in immagine e quindi foto da conservare. La mia è stata certamente un’esperienza da condividere.

 

L’estetica delle “memorie”

Il team lavora con un modello open source basato su Stable Diffusion XL 1.0, messo a punto secondo un’estetica che chiamano “memorie sintetiche”. Le immagini sono volutamente  imperfette: somigliano più a un’immaginazione, a una visione onirica, che a un documento. La scelta è consapevole per due motivi.

Il primo è legato a come ricordiamo davvero. I nostri ricordi funzionano più come vecchi dipinti che come video ad alta risoluzione: sono costruiti per concetti, legami emotivi e frammenti ricomposti. Per questo le immagini restano volutamente imperfette, soggettive.

Il secondo è legato all’ etica. Le immagini devono essere percepite come ricordi, non come frammenti realistici di passato. Non esiste la “foto perfetta” del ricordo di qualcuno; ciò che conta è una rappresentazione visiva fedele a ciò che la persona sente, capace di restituire lo stato emotivo più che una precisione fotografica.

 “Qual è il tuo ricordo più antico?”

A questa domanda  ho riposto che il mio ricordo più antico è riguarda foglie ovunque, una pianta che cresce, fiori a destra e sinistra, e io che cammino in mezzo. Ho quattro anni. Conosco i fiori perché li ho visti in luoghi diversi, quindi la categoria è chiara. So dove sono: a sinistra, in un vicolo, c’è un’auto: una Lancia, un modello italiano. La riconosco perché ho vissuto lì e, quando sono cresciuto e sono tornato in quel luogo, c’era ancora la stessa Lancia. Il garage è in fondo al vicolo, la casa è di fronte. Ma ciò che conta è la visione in prima persona: non mi vedo dall’esterno; avanzo tra i fiori, che sono più alti di me. Ho quattro anni, e li percepisco molto più alti.

Non vi ho ancora detto della mia vita: sono nato in Belgio, e questo ricordo viene da lì, in una città chiamata Knop Resort: località di villeggiatura estiva, c’è il golf, c’è il mare.

L’anno? Il 1948. Sono nato nel 1944.

C’era luce ma  non troppa. La  mia attenzione era sui lati della strada, sui i fiori  di cui ricordo i contorni marcati; i colori contano meno. Sapevo che erano fiori, ma non so dire se fossero rossi o altro. Li ricordo più gialli che verdi. Non ricordo nessuno presente, non ne ho memoria.

Ed ecco nella foto la ricostruzione del mio ricordo fatta dalle due ricercatrici e il risultato prodotto dalla macchina. Memorie sintetiche, dunque,  non è solo un progetto artistico: è un dispositivo di relazione che restituisce tempo, voce e forma a ciò che spesso resta invisibile. Nell’epoca dei dati perfetti, sceglie l’imperfezione come verità della memoria umana. E ci ricorda che la tecnologia può — e forse deve — essere anche un atto di cura.

In più adesso ho una bella foto stampata da una polaroid quale oggetto reale del mio ricordo.

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Derrick de Kerckhove
Sociologo, giornalista, Direttore scientifico di Media Duemila e Osservatorio TuttiMedia. Già Visiting professor al Politecnico di Milano. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell'Università di Toronto. Docente e keynote per università di tutto il mondo, è autore di numerosi libri, tra gli ultimi: "L’uomo quantistico" (RAI Libri 2025) e "The Quantum Ecology" (MIT PRESS 2024). Il suo best seller è "The Skin of Culture and Connected Intelligence".