Metaldetector nelle scuole: il sintomo, non la causa
Quando ho sentito parlare di metaldetector nelle scuole, ho pensato subito all’America.
Non potevo immaginare che stessimo parlando dell’Italia. Ragazzi giovanissimi, adolescenti senza freno, senza senso del limite, senza vergogna, senza coscienza delle regole del vivere comune. La domanda è inevitabile: stiamo diventando una società che ha perso il senso comune? E se sì, perché? La tentazione è di fermarsi al sintomo — la violenza — ma il problema è più profondo. La violenza non nasce dal nulla: emerge quando un’intera architettura di senso si incrina.
Una crisi epistemologica prima che sociale
Secondo me, la violenza spietata che cresce oggi — tanto negli individui quanto nella geopolitica mondiale — è l’effetto di una crisi epistemologica che attraversa culture fondate sulle scritture e particolarmente sull’alfabeto nel loro incontro traumatico con la cultura digitale. La scrittura alfabetica e il riconoscimento dei modelli non sono semplicemente due tecnologie diverse: sono due modalità cognitive eterogenee. Il riconoscimento dei modelli è una strategia cognitiva potentissima, antichissima, presente in tutti gli esseri viventi, ma che fino a poco tempo fa non era mai stata industrializzata, né resa infrastruttura dominante della produzione di senso. Il problema non è l’esistenza di entrambe le logiche, ma il fatto che oggi esse si incontrino senza mediazione. Simboli e modelli sono due logiche cognitive incompatibili se non mediate.
Dalla condivisione del senso all’adesione emotiva
La cultura alfabetica, pur con tutti i suoi limiti, produceva uno spazio simbolico relativamente comune: libri, giornali, programmi educativi, canoni culturali. Non erano neutri, ma costituivano punti di riferimento condivisi, entro i quali il conflitto poteva essere articolato, discusso, elaborato. Le configurazioni algoritmiche, invece, non favoriscono la condivisione, ma l’adesione.
Non chiedono di capire, ma di reagire. Non costruiscono coesione sociale, ma intensità affettiva.
In questo ambiente, ciò che conta non è la verità di un argomento, né la sua coerenza interna, ma la sua capacità di attivare emozioni: indignazione, paura, risentimento, eccitazione. Il riconoscimento dei modelli privilegia ciò che è ricorrente e polarizzante, non ciò che è complesso o ambiguo.
La scrittura, ridotta a innesco emotivo, smette di essere uno strumento di mediazione simbolica e diventa un vettore di schieramento. Il risultato è una topologia del discorso in cui non esiste più un centro condiviso, ma una molteplicità di micro-ambienti cognitivi autoreferenziali.
La dissoluzione dei riferimenti comuni
Quando i testi non sono più letti, ma processati; quando gli argomenti non sono più seguiti, ma agganciati; quando il senso non è più costruito, ma riconosciuto per somiglianza, allora il senso comune si dissolve. Non perché le persone non abbiano opinioni, ma perché non condividono più lo stesso spazio simbolico in cui quelle opinioni possono incontrarsi. Ognuno abita una costellazione di pattern che conferma ciò che già sente. Il conflitto non avviene più all’interno di una cornice comune, ma tra mondi cognitivi che non si riconoscono reciprocamente come legittimi.
In questo vuoto di riferimenti condivisi, l’identità diventa fragile, reattiva, difensiva. Ed è qui che la violenza — verbale, simbolica, talvolta fisica — trova terreno fertile.
Il nodo politico e culturale
Ciò che stiamo vivendo non è quindi una semplice crisi della comunicazione, ma una crisi della mediazione simbolica. La cultura alfabetica non viene sostituita: viene disattivata dall’interno, privata del tempo, della lentezza e della continuità di cui ha bisogno per funzionare. Così, dalla crisi epistemologica nasce una crisi d’identità che non è solo individuale, ma collettiva: istituzioni svuotate, democrazie reattive, società polarizzate. Questo spiega non solo l’aumento della violenza diffusa, ma anche il declino della democrazia, l’attacco all’Occidente, l’esasperazione dei conflitti.
