Tra frustrazioni, dietrofront e rinvii, Medio Oriente, Ucraina, dazi, sono i tre principali filoni dell’azione internazionale degli Stati Uniti in questi giorni convulsi e confusi. Gli incontri ripetuti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu non sfociano in una tregua russo nella Striscia di Gaza, dove continua il massacro.
L’irritazione di Trump nei confronti del presidente Vladimir Putin, espressa in termini volgari, innesca un’inversione di rotta sulle forniture di armi a Kiev, prima parzialmente sospese e ora riprese. Sull’Ucraina ci si consulta, oggi, sia a Londra – dove ci sono i Volenterosi – che a Roma, dove si parla di ricostruzione, presente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky -.
Il rilancio della ‘guerra dei dazi universale’, con l’invio di lettere a numerosi Paesi, fa da paravento all’ennesimo rinvio dell’ora X delle nuove tariffe: dal 9 luglio al primo agosto, c’è ancora spazio per negoziare, forse nella consapevolezza – esplicitata dal Washington Post – che “con la ‘guerra dei dazi’, Trump seppellisce gli Stati Uniti in una fossa geopolitica”.
Su nessuno dei tre fronti aperti, Trump ottiene risultati. Netanyahu adotta la tattica dell’adulazione e gli fa omaggio della candidatura al Nobel della Pace: un vero e proprio paradosso, un leader colpito da mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra candida chi ha appena ordinato i bombardamenti sull’Iran, in aperta violazione del diritto internazionale. Putin tira la corda per vedere fin dove può arrivare. Nei negoziati sui dazi, gli Stati Uniti incontrano muri di gomma: gli interlocutori attendono che prima o poi Washington capisca che le tariffe sono un boomerang.
Il presidente Trump ripete che un’intesa su una tregua nella Striscia di Gaza è possibile in settimana – lo diceva pure la settimana scorsa -, sulla base della proposta Usa: 60 giorni di cessate-il-fuoco, con la restituzione di 30 dei 50 ostaggi tuttora detenuti da Hamas, dieci vivi e venti morti. Israele ha tuttavia respinto le integrazioni di Hamas alla bozza d’accordo e continua a condurre azioni militari letali, con decine e talora centinaia di vittime civili al giorno.
Netanyahu è stato alla Casa Bianca lunedì e martedì. Fra le distanze che restano da compare verso un accordo di tregua a Gaza, c’è – scrive Axios – quella del riposizionamento dell’esercito israeliano dalla Striscia: Hamas vuole che si ritiri sulle linee stabilite prima che il precedente cessate-il-fuoco venisse infranto a fine marzo. Nelle aree della Striscia da cui gli israeliani si ritireranno gli aiuti saranno distribuiti dall’Onu o da enti internazionali non affiliati né a Israele né a Hamas.
Un che di paradossale c’è anche sul fronte tariffe. Trump decide di imporre dazi al 50% al Brasile, adducendo non ragioni economiche o commerciali, ma il fatto che la magistratura di quel Paese persegue l’ex presidente Jair Messias Bolsonaro, che nel 2022 volle rovesciare con una sommossa l’esito delle elezioni.
Al Brasile, Trump ha dedicato un post sul suo social Truth. Per il magnate presidente i procedimenti giudiziari intentati all’ex presidente negazionista d’estrema destra sono “una caccia alle streghe”: è un termine per lui ricorrente nei processi che vedono imputati lui e/o i suoi amici e – recentemente – anche il premier Netanyahu.
Il 7 gennaio 2022, Bolsonaro, battuto l’anno prima alle elezioni presidenziali da Luiz Inacio ‘Lula’ da Silva, orchestrò un’azione molto simile a quella istigata da Trump il 6 gennaio 2021: un’insurrezione contro il Congresso per rovesciare l’esito del voto e restare al potere.
Il presidente brasiliano Lula ha detto che il Brasile reagirà ai dazi Usa con misure reciproche. C’è l’impressione che il Brasile ‘paghi’ anche la sua attuale presidenza dei Brics e l’iniziativa, per ora senza successo, di promuovere una moneta mondiale alternativa al dollaro.
