Ci sono alcune parole che si intrecciano e ricorrono spesso, parlando con Monica Maggioni, giornalista, inviata di guerra e ora Presidente della RAI. Parole che in modo diverso raccontano il giornalismo oggi. “Credibilità” – il valore su cui si fonda il Servizio Pubblico Radio Tv; “Califfato” – lo Stato Islamico che si è autoproclamato al confine tra Siria e Iraq, che sfida il mondo con la sua violenza e complessità. E infine “tecnologia” – lo strumento che sta cambiando il nostro modo di comunicare a una velocità sempre più incontrollabile.
Queste storie, Maggioni le racconta da protagonista quando analizza i fenomeni che trasformano tanto la geopolitica quanto la comunicazione. I due temi si sovrappongo di continuo nel suo nuovo saggio “Lo Stato Islamico: una sorpresa solo per chi lo racconta”, seconda parte di “Twitter e jihad. La comunicazione dell’Isis”.
Il libro ricostruisce i meccanismi di comunicazione del terrorismo islamico partendo da un momento preciso.
“La data spartiacque – scrive Monica Maggioni – è il 29 giugno 2014, giorno in cui Abu Bakr al-Baghdadi proclama la nascita del califfato. Da quel momento l’attenzione dei media si ridesta dopo anni segnati dall’annoiato torpore che accompagnava ogni notizia proveniente dall’Iraq e, più in generale, da tutta la regione. Quello che eravamo abituati a chiamare Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil/Isis) sceglie dunque di proclamare l’instaurazione del califfato islamico nei territori conquistati in Siria e in Iraq. Lo fa con un discorso di al-Baghdadi nella moschea di Mosul e, in un comunicato diffuso su Internet invita tutti i fedeli musulmani ad allearsi in questa nuova battaglia. Contemporaneamente l’Isis annuncia di aver cambiato nome in Stato Islamico e di aver assegnato al suo leader, Abu Bakr al-Baghdadi, il rango di califfo, il successore del profeta” (Maggioni e Magri, 2016).
Sin dall’inizio, l’Isis rivela i pilastri su cui si fonda la propria azione: approfittare della guerra in Siria e della instabilità in Iraq per proclamare la nascita di uno stato islamico nei territori conquistati; utilizzare la comunicazione a livello globale come un’arma. E’ una nuova strategia della paura, amplificata dai media, quella su cui poggia il potere del Califfo.
Per molti, la paura del terrorismo, richiama altri momenti difficili della storia contemporanea.
Nel 2003, uno dei grandi testimoni della Guerra Fredda, Arrigo Levi, scrittore e decano del giornalismo italiano, ricordava le emozioni del 1962, quando la crisi dei missili di Cuba tenne per giorni il mondo con il fiato sospeso. Oggi come allora – raccontava Levi nel suo colloquio con Media2000 – i focolai di guerra e le nuove capacità di distruzione rappresentano il grande pericolo attuale.
Dopo aver attraversato a lungo le strade del Medio Oriente, seguendo diversi conflitti, dall’Intifada alla Guerra in Iraq, Monica Maggioni oggi riflette sui modi del racconto, da Presidente della Rai.
“La comunicazione – dice Maggioni a Media2000 – è nel DNA dell’Isis, e include abilità tecnologiche, conoscenza dei tempi e dei riti mediali. L’Isis ha una strategia che definirei dinamica, perché le ragioni che muovono Daesh oggi, non sono le stesse delle origini, mentre la crescita, la costruzione ideologica sono sempre coerenti. La strategia è arrivata più tardi. Hanno intuito, a un certo punto, che potevano osare più di quanto immaginassero”.

Stato islamico e comunicazione, la crescita è parallela?
“Lo Stato Islamico/Daesh – spiega la Presidente della RAI – dal mio punto di vista nasce con Abu Mus‘ab al-Zarqawi e non con Abu Bakr al-Baghdadi. Il vero ideologo è il primo, perché è colui che capisce quale sia la portata dello scontro possibile sul piano della comunicazione.
Siamo nel 2004, e al-Zarqawi è un uomo meno sofisticato e colto dei capi di Al Qaeda a cui siamo abituati. Viene tenuto ai margini sia da Bin Laden che da al-Zawahiri; deve lavorare sodo per accreditarsi presso di loro, quale rappresentante di Al Qaeda in Iraq. Per un anno al-Zawahiri non lo riceve. Nonostante la sua carriera di combattente è considerate un “peone” della guerra, l’ultimo arrivato, il grezzo; eppure capisce che quanto sta succedendo sul terreno in Iraq è l’asset migliore per l’espansione dello jihadismo.”
Al-Zarqawi – continua Maggioni – intuisce la differenza fra buttar giù le torri gemelle e muovere ideologicamente le persone, partendo da zero e con una base ideologica fragile. In questo contesto, serve a poco fare leva su temi come le disuguaglianze, i fallimenti politici che portano a dittature mascherate; nessuno di questi elementi è sufficiente per costruire un movimento veramente globale.”
“L’impatto dell’11 settembre è fortissimo, ma è solo scenico. Tant’è che nel 2001, quando gli americani colpiscono in Afghanistan e smantellano i grandi campi di Al Qaeda, il movimento attraversa due o tre anni di disorientamento e sembra quasi sull’orlo della fine. Tra il 2003 e il 2004 – continua l’analisi di Maggioni – Falluja diventa il luogo in cui gli estromessi dalla costruzione dello stato iracheno, disorientati, diventano potenziali guerrieri. È proprio a questo punto che al-Zarqawi capisce di aver lo strumento giusto, la leva per l’insurrezione.”
“Da analisti della comunicazione, è interessante riflettere sul fatto che la struttura dello Stato islamico cresce di pari passo con la sua comunicazione. Al-Zarqawi è il primo a comprendere la rilevanza della comunicazione. Nella Falluja devastata dai combattimenti, organizza il primo media center. Vede il media center degli americani, ne comprende l’importanza e decide di comunicare l’insurrezione. Nicholas Berg è la sua prima vittima.” .

Nel libro “Twitter e Jihad: la comunicazione dell’Isis” Maggioni scrive:
“Il video dello sgozzamento di Nick Berg segna un cambio di passo e inaugura una sinistra tradizione: la serialità della narrazione del rapito prevede in quegli anni (tra 2004 e 2005) il ripetersi di un copione che vede il rapito occidentale in ginocchio con il mujaheddin armato di kalashnikov alle sue spalle. Accanto a questa serie, e in modo speculare, si sviluppa la retorica dei video-racconti delle azioni contro uomini e mezzi della coalizione.
Gli improvvisati film makers (di assai modesta capacità tecnica e narrativa) seguono con puntualità ogni azione contro le forze della coalizione. È evidente il loro ruolo di embedded con i gruppi combattenti. Nel giro di poche ore da quando l’azione viene compiuta, il video-racconto viene postato sui siti web jihadisti.
Accanto ai racconti filmati delle azioni di combattimento, una quantità infinita di materiale promozionale e di propaganda trova spazio ogni giorno su web e social media.
Abu Musab al-Zarqawi, infatti, non si limita a farsi filmare durante la decapitazione di Nick Berg ma, convinto come è che il messaggio debba raggiungere con violenza i nemici e rafforzare l’azione dei mujaheddin, crea una vera e propria media unit di cui si trovano le prime tracce dentro Falluja.
L’attenzione alla rappresentazione mediatica delle mosse, da parte dei leader jihadisti è ormai un dato di fatto. La struttura di diffusione del messaggio nei media si fa via via più solida e continua la sua azione anche dopo la morte dell’emiro di al-Qaeda in Iraq.
L’effetto del racconto delle azioni sul campo di battaglia iracheno va però molto al di là dei confini dello stato dei due fiumi. Il messaggio jihadista dei guerriglieri che combattono la coalizione va ben presto ad alimentare la narrativa della guerra globale antioccidentale che dopo l’11 settembre trova uno spazio sempre più vasto nella rete. Sebbene non esista un luogo centrale di produzione della propaganda della “guerra santa”, si evidenzia un’assoluta coerenza di simbologie e messaggi” (Maggioni e Magri, 2016).
Le tappe della comunicazione…
“Il 2004 è l’anno simbolo del cambiamento perché inizia la controinformazione – continua Maggioni – Abu Mus‘ab al-Zarqawi costruisce il suo racconto con strumenti grezzi ma con un’attenzione particolare alla comunicazione quotidiana: produce comunicati stampa ogni giorno e li distribuisce a Bagdad. Quando il 30 gennaio del 2005 incita al non voto, lo fa anche distribuendo volantini, il percorso è iniziato.
Seguiamo le date e arriviamo al periodo 2005/2010: l’insurrezione continua. A ogni azione contro un veicolo americano (truppe occupanti), corrisponde un film, postato nel web. È evidente che le due narrative iniziano a sfidarsi non più solo sul piano dei comunicati stampa, ma anche nella costruzione visiva della propria realtà. Le bombe piazzate sono strategicamente collocate con un uomo che a 1 kilometro e mezzo filma il tutto. L’azione in se non basta più, deve essere documentata, narrata per moltiplicarne l’effetto. La comunicazione, quale strumento di amplificazione della lotta, è dunque già prassi negli anni passati”.
Il media center come cuore della rivoluzione?
“Inizialmente la tecnologia è ben poca; computer e telecamere sono artigianali, i fogli distribuiti hanno simboli islamici sull’intestazione e poco altro. I filmini segnano il cambiamento, anche se la bassa qualità delle riprese è evidente. Il prodotto di comunicazione più avanzato è fatto in Somalia nel 2010. Il documentario “Mogadishu: The Crusaders Graveyard” è del tutto simile a una puntata di “Panorama”, la storica serie di documentari di BBC”.

Da Twitter e Jihad: la comunicazione dell’Isis:
“Perfetto il tono, la narrazione in inglese, le pause, la descrizione della storia. Nei primi minuti, una voce fuori campo racconta la situazione nelle strade di Mogadiscio dopo la battaglia: si vedono i soldati dell’Unione Africana che vengono attaccati nelle strade della città. È quando appare accanto a un carro armato carro armato distrutto, che scopriamo l’arcano: il preteso reporter ha il volto coperto da una benda nera. Eppure, non fosse per quel volto nascosto, i codici sono stati tutti rispettati, hanno quel grado di familiarità che ci fa pensare immediatamente a un sistema di comunicazione che arriva da Occidente. Una familiarità che chi ha deciso lo stile del reportage aveva tutta l’intenzione di sottolineare. La chiusura, infatti, fa il verso al “rito di chiusura” dei reportage internazionali con la firma in voce: «al-Kata’ib News Channel, in diretta dalla linea del fronte di Mogadiscio».
“E davvero parrebbe tutto normale. Se non fosse che il reporter è mascherato. Ed è esattamente quel “tutto normale tranne un dettaglio” che vedremo – quattro anni dopo – nel caso di John Cantlie, l’ultimo reporter arruolato da Isis: tutto come alla BBC, se non fosse che il reporter è un ostaggio minacciato di morte”.
La comunicazione, nella costruzione dell’ideologia, ricalca l’azione militare e il suo ruolo strategico…
“Sì, certo – sottolinea la Presidente RAI – i terroristi capiscono subito che la comunicazione avrebbe fatto esplodere il movimento. Mano a mano che si strutturano territorialmente la loro capacità comunicativa aumenta. Sono consapevoli che conquistare una città di per sé non conta quanto la divulgazione dell’azione. Il messaggio serve a catturare l’attenzione dei potenziali adepti”.

Al McLuhan Program abbiamo creato questo concetto di symbolic battleground: la creazione del califfato è stata un incoronamento…
“Lo scopo è recuperare territorio e adepti; per convincere le persone a seguirli hanno bisogno di messaggi aperti e condivisibili. La loro strategia è chiara mentre la tattica è oscura. Noi sappiamo solo del grande disegno – conclude Maggioni – che paragono ad un buon franchising perché sono le idee, i simboli ed i metodi ad essere diffusi”.

Sembra che ci sia un’esigenza di veridicità nella propaganda di Daesh.
“Il messaggio di Daesh sul web è forte e chiaro: “la bugia è occidentale – dicono – noi invece raccontiamo la verità della gente”. Questa propaganda ha un impatto enorme sulle seconde e terze generazioni, come sostiene Olivier Roy. Credo che dovremmo approfondirne le ragioni. Questa è rivoluzione dal basso, significa senso di rivalsa rispetto all’oppressione decennale, secolare di tipo economico politico. Ed arriviamo al 2014, Bastian Vásquez ossia Abu Safiyya diventa il protagonista del primo video “La fine di Sykes-Picot” che il califfato diffonde in tutto il mondo.
È un cileno naturalizzato norvegese, che parla un inglese perfetto, a inviare il messaggio, estremamente efficace per i ragazzi come lui in giro per l’Europa”.

Problema: l’Occidente ha risposto in modo molto debole.
“Noi abbiamo fatto un errore: li abbiamo sottovalutati. Le loro azioni sono certamente brutali, , ma non sono ignoranti. All’interno del movimento jihadista ci sono persone cresciute nel nostro mondo e all’interno delle nostre culture. La strage di Charlie Hebdo ne è esempio. I fratelli Kouachi sono ragazzi vissuti nelle peggiori periferie, che cercano rivalsa, hanno voglia della lotta contro”.

Mi chiedo perché nessuno abbia staccato la spina (intendo la Rete): il database del loro sistema è in Turchia non in Iraq…
“Interrompere la rete? Impossibile. Il jihadismo è rapido, sa muoversi. Con azioni forti su Twitter, vengono cancellati dai 5 ai 7 tweet ogni 30 o 40 secondi. Il risultato è nullo, la risposta è il cambio di IP, la migrazione su altre piattaforme. Da nativi digitali, sanno orientarsi bene nel mondo del web”.

Il caso Isis è un esempio di appropriazione della fede?
“Il discorso dell’appropriazione della fede è valido, ma il desiderio di potere è ugualmente importante. Agli Stati che cercano di diffondere il proprio dominio nella Regione si aggiunge lo Stato Islamico che vuole vincere su tutti con un’azione globale. La lotta è fra elementi razionali e uno irrazionale, se saltano i primi la situazione diviene molto pericolosa”.

La cultura ci salverà?
“Ci aiuterà molto. In un mondo che si fa sempre più complesso, la cultura sarà indispensabile per dcostruire i linguaggi della propaganda e della violenza, e per ricostruire i significati della buona comunicazione e della convivenza”.

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