Monsignor Vincenzo Paglia (Accademia Pontificia per la Vita) intervenuto al convegno internazionale SIpEIA, ha scelto di avviare il suo intervento con due premesse.
“Ormai solo un Dio ci può salvare”
La prima richiama un “grido” lanciato esattamente cinquant’anni fa da Martin Heidegger — riflessione concepita già nel 1945, anno della fine della guerra e di una svolta radicale nella storia umana — quando affermò che “ormai solo un Dio ci può salvare”. Non si trattava del Dio religioso, ma di un Dio umanista, a indicare l’urgenza di un nuovo umanesimo capace di salvare l’umanità dalla schiavitù della tecnica. A Heidegger, ha osservato Paglia, si potrebbero affiancare molti altri intellettuali; tra questi ha citato il sociologo francese Jacques Ellul, che già a metà del secolo scorso indicava la tecnica come la questione centrale del tempo, sostenendo che tutto sarebbe dipeso dall’esito dell’avventura tecnica”.
La tecnologia è religione
Sono trascorsi diversi decenni e si è visto quanto la scienza e la tecnica, in stretto collegamento con l’organizzazione economico-finanziaria, si siano affermate nella vita dell’umanità, cambiando profondamente anche i nostri stili di vita. Paglia ha ricordato inoltre come, alcuni anni fa, Chiara Valerio abbia scritto il libro La tecnologia è religione, osservando che, se la religione si occupa della salvezza dell’anima nei cieli, la tecnica si interessa della conservazione dei dati nel cloud.
Tre grandi rivoluzioni
La seconda premessa riguarda il fatto che l’umanità si è sempre confrontata con la tecnica: non ha mai vissuto “a mani nude” né si è fermata ai limiti del proprio corpo. Nel corso delle epoche storiche, i cambiamenti tecnologici hanno modificato non solo le conoscenze sulla realtà, ma anche la consapevolezza dell’uomo riguardo alla propria collocazione nel mondo. Paglia ha ricordato tre grandi rivoluzioni: quella della macchina a vapore, che sostituì la forza umana; quella dell’energia elettrica, dell’acciaio e della chimica industriale; e infine quella della microelettronica e dell’automazione.
Quest’ultimo cambiamento, ha sottolineato, presenta una differenza decisiva rispetto ai precedenti: per la prima volta nella storia l’uomo, attraverso la tecnica, possiede un potere creativo senza precedenti. Per questo — ha richiamato — Papa Francesco affermava che non stiamo vivendo semplicemente un’epoca di cambiamento, ma un vero cambiamento d’epoca.
Hiroshima e Nagasaki
Paglia ha ricordato come, dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, l’umanità abbia avuto paura di quel potere e abbia cercato un accordo per evitarne il riutilizzo: da allora, da quasi ottant’anni, nessuno ha più osato sganciare un’arma nucleare su una città. “Se vogliamo, possiamo”, ha commentato. Analogamente, di fronte al cambiamento climatico, i leader mondiali si sono riuniti a Parigi nel 2015 per trovare un’intesa globale.
Tecnologie emergenti e convergenti
Oggi, a suo giudizio, siamo entrati nella terza ondata: quella delle tecnologie emergenti e convergenti, dotate di un potere gigantesco. Ha citato, ad esempio, uno scienziato giapponese capace di costruire un proprio clone, che arrivò a sostenere come la nostra possa essere l’ultima generazione pienamente organica. Termini come “postumano” e “transumano” indicano infatti la possibilità, ormai reale, di trasformare il mondo in modi un tempo inimmaginabili — con il rischio, secondo alcuni, che sia la tecnica a governare l’uomo e non il contrario.
Negli ultimi decenni lo sviluppo è stato rapidissimo: dopo Google, il primo iPhone nel 2007, Facebook nel 2004, Instagram nel 2010, mentre l’intelligenza artificiale generativa è arrivata solo di recente. Tuttavia, a questa velocità tecnologica non ha corrisposto un altrettanto rapido sviluppo giuridico, umanistico ed etico. Oggi disponiamo di tecnologie dalle enormi potenzialità che l’attuale sistema sociale fatica a governare.
I fallimenti e le utopie
Paglia ha raccontato un episodio personale: durante una cena con Bill Gates, quest’ultimo gli confidò che l’utopia di cambiare il mondo in senso egualitario attraverso la tecnologia si è rivelata fallimentare. Da qui nasce la domanda decisiva: che ne è dell’uomo di fronte a una potenza così grande? La tecnologia, ha chiarito, non è solo uno strumento; è ormai parte integrante dell’ambiente in cui viviamo.
Per la prima volta, ha aggiunto, non è stata la Chiesa cattolica a intervenire per “moralizzare” un ambito diffuso, ma sono stati gli stessi protagonisti della tecnologia a chiedere aiuto. Il successore di Bill Gates alla guida di Microsoft lo contattò per avviare un dialogo: nel centro di Seattle lavorano decine di migliaia di ingegneri, costretti a innovare continuamente per restare competitivi. Le stesse tecnologie che possono permettere ai ciechi di vedere e ai sordi di sentire possono anche generare mostruosità; ciò che manca è la capacità di stabilire il limite tra macchina e umano.
Rome Call for AI Ethics
Da quell’incontro nacque il progetto della Rome Call for AI Ethics, un manifesto volto a individuare criteri etici condivisi. Paglia ricordò anche le proteste di Hong Kong del 2019, osservando come il riconoscimento facciale renda identificabili i manifestanti: chi possiede i dati detiene un potere potenzialmente vitale. Senza un quadro giuridico internazionale sul possesso dei dati, ha avvertito, il rischio di conflitti analoghi a quelli nucleari — se non peggiori — è reale. Sarebbe quindi necessaria una sorta di “Parigi delle tecnologie emergenti”.
Nonostante le difficoltà, Paglia ritiene che questo obiettivo debba essere perseguito, insieme alla costruzione di un ethos comune che renda tutte le componenti della società consapevoli della delicatezza di questi strumenti.
“Hybris tecnologica”
Ha inoltre osservato che l’espressione “intelligenza artificiale” è in parte equivoca: l’intelligenza umana è legata a un organo — il cervello — frutto di milioni di anni di evoluzione e connesso all’ambiente in modo profondissimo. Per questo invita a diffidare della “hybris tecnologica” e a ricordare che le macchine non pensano; è più corretto parlare di “intelligenze artificiali”.
Incontri come quello della conferenza SIPEIA sono quindi preziosi, anche perché l’intelligenza artificiale è ormai pervasiva e al centro del dibattito quotidiano. Occorre riflettere sulle conseguenze che può avere sulla libertà, sulla dignità della persona e sull’intera famiglia umana: un uso scorretto dei dati può controllare o influenzare la vita di tutti, in particolare delle nuove generazioni, degli anziani e dei più poveri.
L’Unione Europea ha definito l’intelligenza artificiale come la capacità di una macchina di dimostrare abilità tipicamente umane — ragionamento, apprendimento, pianificazione e creatività — grazie all’elaborazione di dati raccolti anche tramite sensori. Il suo potenziale è enorme e avanza a una velocità superiore rispetto al resto della scienza, mentre restiamo ancora privi di regole adeguate per governarla.
Per questo, durante la sua presidenza della Pontificia Accademia per la Vita, Paglia ha promosso un intervento che coinvolgesse direttamente i grandi attori tecnologici — tra cui Microsoft e IBM — nella redazione di un manifesto di autoregolamentazione. Una scelta che giudica felice, poiché le normative, pur necessarie, spesso non vengono accolte da chi sviluppa gli algoritmi.
La Rome Call chiede dunque un impegno etico a chi opera nel settore e, allo stesso tempo, sollecita la società civile ad accompagnare lo sviluppo tecnologico con un’autentica prospettiva umanistica. Le domande restano aperte: quale etica adottare per incidere realmente sulla tecnologia? Come evitare che l’uomo venga “tecnologizzato” invece di umanizzare la tecnica? Come non diventare succubi dell’“algocrazia”, il potere degli algoritmi? E come gestire l’enorme forza di chi possiede i dati?
Conclusione
In sostanza, ha concluso, chi controlla i dati esercita un potere su tutto e su tutti. Senza accordi giuridici ed etici condivisi, il rischio di nuove forme di dipendenza non è solo possibile, ma inevitabile — uno scenario reso ancora più complesso dal clima sovranista e dalla crescente cultura della forza nelle relazioni internazionali.
