Nel suo apparente paradosso la battuta ha avuto fortuna, nei mesi scorsi: ad indicare una domanda di informazione che numerosi indicatori attestano in crescita, persino di questi tempi. Un capitale da sfruttare perché giornali e giornalismo possano salvarsi insieme, grazie ad alcune parole-chiave:

La credibilità. Anche in Rete i lettori cercano riconoscibili fornitori di notizie. Nell’oceano di Internet il giornalismo professionale non è annegato, come qualcuno temeva (e come qualcun altro sperava, convinto che la grande disponibilità quantitativa consentisse di accantonare i mediatori). L’affidabilità è una risorsa sulla quale investire.

Il valore del lavoro. Difficile pensare che possa crescere la qualità dove i raccoglitori di notizie sono pagati quanto i raccoglitori stagionali di pomodori, con qualche editore nella parte del “caporale”.

L’accesso al giornalismo. Circa 1400 nuovi professionisti ogni anno sono una cifra superiore di 6 o 7 volte alle capacità di assorbimento del mercato: è un meccanismo strutturalmente ingovernabile. Rappresentanti dei giornalisti e degli editori devono trovare insieme una soluzione che riduca i numeri e garantisca formazione di alto livello (durante il rinnovo del contratto, Fnsi e Fieg si sono impegnate a farlo: ricordiamocene).

Il costo della qualità . Affascinante ma nociva l’utopia del free: nessuno si sogna di reclamare la gratuità degli sms. Un reportage merita almeno gli stessi centesimi.

La scuola. La TV non ha bisogno di coltivare il suo futuro, i giornali sì. Il rapporto con gli studenti e gli insegnanti può essere un altro grande tema di azione comune fra editori e giornalisti.

L’orgoglio degli editori. Ne abbiamo bisogno anche noi giornalisti. Servono imprenditori che abbiano certo l’obiettivo di fare utili, ma insieme mostrino maggiore consapevolezza di una funzione civile speciale.

 

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