di LUCIANO CLERICO

 

Come nel vecchio West, un secolo e mezzo fa, si scatenò la ”corsa all’oro”, così negli Stati Uniti si è scatenata oggi tra decine di città americane la ”corsa a Google”. Pur di conquistare il titolo di ”Google City”, messo in palio dal colosso informatico Usa, decine di città americane si stanno da settimane sfidando in una gara che esprime, ad un tempo, l’americanissima attitudine alla competizione e l’altrettanto americanissima fiducia nel futuro.
Nel febbraio scorso Google aveva varato questa sorta di concorso a premi: la città Usa che si dimostrerà tanto sensibile a Internet quanto capace e visibile in termini di comunicazione, diventerà la città i cui servizi Internet saranno i più veloci ed efficienti al mondo. La Google Inc. investirà milioni in tal senso per dotare quell’area di fibre ottiche, computer e servuizi informatici di primo livello. Quella città diventerà ”Google City”.
Sono state decine le città a cogliere la sfida e a gettarsi nella mischia: dalla Florida al Kansas, dal Minnesota alla Pennsylvania, si è scatenata una ”corsa a Google” che ricorda in tutto e per tutto la ”corsa all’oro” del vecchio West.
”Riteniamo che questo tipo di investimenti sarà la chiave della prosperità americana degli anni a venire” ha dichiarato Donn Ness, 36 anni, sindaco di Duluth, una città di 84mila abitanti che sorge ai margini del Lake Superior. Pur di attrarre l’attenzione dei media sulla “sua” città, Ness si è gettato nel lago ghiacciato, a dimostrazione che Duluth è disposta a fare ”qualsiasi cosa” per arrivare al titolo.
Non da meno è stato Richard Clapp, 66 anni, sindaco di Sarasota, città di 50mila abitanti in Florida: sempre sotto gli occhi delle telecamere, si è immerso nella vasca degli squali del Mote Marine Laboratory, il più noto acquario marino della zona. È rimasto lì per minuti lunghi come ore, in tuta da sub e respiratore, a salutare con la mano la piccola folla di curiosi che lo guardava da oltre il vetro, lasciando che gli squali (piccoli) gli nuotassero tra le gambe. L’unica condizione da lui posta è stata questa: ha rifiutato di immergersi con un paio di sardine legate alle caviglie, come invece proponeva il vicesindaco, Kelly Kirshner.
”Sarasota è la città giusta per diventare ‘Google City’ – ha dichiarato -. Perchè da anni lavoriamo per dotarci di strutture informatiche d’avanguardia”. Nella provincia, Internet già corre alla velocità di un gigabit al secondo. Ma in città la velocità è di 10 gigabit al secondo. ”È come se avessimo in città solo autostrade a otto corsie” ha detto Clapp.
Ma sono molte le città Usa a proclamarsi ”pronte”. La competizione per l’ambizioso titolo (e per i conseguenti investimenti) è altissima. Non a caso il consiglio comunale di Topenka, in Kansas, ha già preso all’unanimità questa decisione: il nome della città non sarà più Topenka ma, ”temporaneamente”, ‘Google City’.
Le città gettatesi in questa ‘’corsa all’oro” dei tempi moderni sono a decine, grandi e piccole, e attraversano tutta l’America, dalla Pennsylvania alla California. Questi sindaci (che siano giovani come Ness o meno giovani come Clapp) hanno capito che il benessere futuro delle loro comunità correrà sempre di più attraverso le fibre ottiche. Più sono pronti ad interpretare al meglio i tempi, più le loro comunità avranno di che trarne beneficio. Non ci sarà attività, pubblica o privata che sia, che non potrà avere vantaggi da un’Internet più veloce e sicura, e lo affermano convinti a prescindere dal partito di provenienza.
Questi sindaci hanno fatte loro le parole dell’amministratore delegato di Google, Eric Schimidt: ‘’La banda larga può catapultare l’America ad un livello superiore in termini di competitività globale, produttività nel lavoro e opportunità scolastica”. 
È per questo motivo che Google ha lanciato il concorso per “Google City”. La gente, in massa, ha risposto. Quel misterioso elemento che fa parte dell’ “essere America” ancora una volta ha fatto scattare la comprensione immediata dell’importanza della sfida. Non è solo una questione di dollari. È una questione di futuro.

 

Luciano Clerico

corrispondente ANSA da Washington