Il mondo dell’informazione nell’immaginario collettivo è sempre stato un ambito posto di arrivo. Fare il giornalista significa da sempre appartenere ad un mondo di eletti.  Un eden nel quale si entrava e non si usciva più, un mondo le cui porte sono state sempre aperte dall’interno.
Comprendere il fenomeno del “giornalista diffuso” è facile da un lato:  grazie alle nuove tecnologie chiunque può partecipare alla diffusione delle notizie.  Dall’altro troppo rumore porta alla distrazione totale. Mi viene in mente il personaggio con bombetta che ad Hyde Park parlava alla gente, oggi allo stesso angolo immagino una gran confusione, tutti che parlano a tutti. Mi chiedo chi ascolta?
Parlare di giornalismo, giornali e media in generale è sempre stimolante, questa volta il pretesto è stato la presentazione del libro “Neo giornalismo. Tra crisi e Rete, come cambia il sistema dell’informazione” a cura di Mario Morcellini  che afferma: “L’Innovazioni tecnologiche  sono a scadenza come i medicinali”. Allora anche il fenomeno del giornalismo  diffuso avrà una scadenza? Il mio compagno di blog ricorda il fenomeno del New Journalism degli anni 70, un nuovo modo di raccontare i fatti coinvolgendo il reporter dentro l’evento e scrivendo un tipo di letteratura documentata (pensare a Gay Talese, Triuman Capote, Norman Mailer e Tom Wolfe).  Neogiornalismo un’epoca in cui nell’informazione non ci sono fatti? Grazie al libro si può almeno cercare di capire.