Il Web e i new media sono strumenti di democrazia, dell’informazione e non solo. Ma possono anche rivelarsi strumenti di censura e, quindi, di dittatura. Nella plenaria di aprile a Strasburgo,
il Parlamento europeo ha chiesto, con una risoluzione approvata a larghissima maggioranza (580 sì, 28 no e 74 astenuti), che l’Unione si doti al più presto di norme per “responsabilizzare” le aziende europee attive nello sviluppo di prodotti utilizzati da regimi autocratici per censurare la rete e spiare online.

Gli eurodeputati sono convinti dell’opportunità di migliorare il controllo sull’export dei software che possono essere usati, ad esempio, per bloccare l’accesso ad alcuni siti e anche per sorvegliare
le comunicazioni via cellulare. Esattamente il contrario dello spirito del Web e dei new media: favorire la circolazione delle idee e delle informazioni e incoraggiare gli scambi e i contatti.

Che Internet e i social network abbiano un enorme potenziale nella democratizzazione delle società, anche le più coriacee, è apparso evidente con la Primavera araba, quando i cittadini, specie i giovani tunisini ed egiziani, sono spesso riusciti a organizzare e coordinare le azioni di protesta online; e lo si era già visto nel 2010 a Teheran, dove era emersa la nuova forza di Twitter e dei suoi cinguettii universali, come lo si sarebbe poi rivisto, fino a poche settimane or sono, in Siria.

Ma i regimi dittatoriali non sono stati inermi di fronte alla nuova minaccia per il loro ingiusto ordine costituito: alcuni, come ad esempio la Cina e l’Arabia Saudita, avevano da tempo provveduto a dotarsi di strumenti per censurare la navigazione; altri sono corsi ai ripari quando hanno capito quali fossero i rischi. E s’è così innescata una sorta di ‘corsa degli hackers’, i cavalieri bianchi
della rete libera contro i cavalieri neri della rete censurata.

Nel campo dei ‘cattivi’, non solo i regimi dei Paesi senza libertà, ma anche la tecnologia mercenaria dei Paesi più avanzati. Così, lo sviluppo dei prodotti per la censura avrebbe anche coinvolto, a dire dei media online, società europee, fra cui un’azienda italiana che sarebbe stata ingaggiata dalla Siria. Contro casi del genere, l’Assemblea di Strasburgo sollecita un giro di vite di controlli e sanzioni: negli anni della Guerra Fredda, un organismo burocratico, il Cocom, controllava le vendite di armi e tecnologie potenzialmente militari ai nemici del Blocco comunista; ora, un Cocom dell’online dovrebbe proteggere i fermenti di democrazia in rete dai kapò tecnologici e dai loro mastini.

Nella sua risoluzione, il Parlamento europeo invita, inoltre, una serie di Stati dell’Ue, fra cui l’Italia, a migliorare la propria cooperazione con la Corte penale internazionale. L’Italia, in particolare, dovrebbe “integrare pienamente lo Statuto di Roma nella sua legislazione nazionale”, promulgando norme adeguate. Altrimenti, invece di contribuire alla cattura e alla punizione di chi compie crimini contro l’umanità, se ne è complici.