Presentato il libro di Vittoriana Abate e Cataldo Calabretta. Istituzioni, magistrati, avvocati e giornalisti insieme per riflettere sulle nuove strategie di contrasto alla violenza contro le donne.

La violenza di genere non è soltanto un’emergenza sociale: è una questione culturale, educativa e istituzionale che richiede strumenti normativi efficaci ma anche una profonda trasformazione del modo in cui la società racconta, interpreta e affronta questo fenomeno.

Da questa consapevolezza nasce l’iniziativa “Questo non è amore. Profili normativi della violenza di genere, prevenzione e tutela delle vittime”, promossa dalla senatrice Tilde Minasi presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato della Repubblica, occasione nella quale viene presentato il volume “Non chiamatelo amore”, scritto dalla giornalista Vittoriana Abate e dall’avvocato Cataldo Calabretta.

Un libro che invita a cambiare linguaggio

Il titolo del volume rappresenta già una presa di posizione. Definire “amore” ciò che è controllo, possesso o violenza significa contribuire a normalizzare comportamenti che sfociano troppo spesso nel femminicidio.

Gli autori propongono una riflessione che intreccia cronaca, diritto e responsabilità sociale, affrontando uno dei temi più delicati del nostro tempo: la necessità di riconoscere tempestivamente i segnali della violenza e di costruire una rete di prevenzione realmente efficace.

Dalle norme alla tutela concreta delle vittime

Il convegno riunisce rappresentanti delle istituzioni, della magistratura, dell’avvocatura e del mondo dell’informazione.

Dopo i saluti istituzionali della senatrice Tilde Minasi, della senatrice Elena Testor, delle deputate Simonetta Matone e Ilaria Cavo, il confronto entra nel merito delle più recenti evoluzioni legislative e delle prospettive di rafforzamento della tutela delle vittime.

Tra gli interventi figurano la presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio Martina Semenzato, il magistrato Valerio De Gioia, l’avvocata e componente laica del CSM Claudia Eccher, il presidente dell’AMI Gian Ettore Gassani, insieme agli avvocati Laura Sgrò e Micaela Ottomano, alla presidente dell’Associazione Edela Roberta Beolchi, impegnata accanto agli orfani di femminicidio, ad Anna Silvia Angelini, presidente A.I.D.E., e all’autrice RAI Lorena Magliocco.

A moderare l’incontro è la giornalista RAI Paola Ferazzoli, presidente di Giornaliste Italiane.

La responsabilità dell’informazione

Il tema richiama una riflessione sempre più centrale anche nel dibattito sulla qualità dell’informazione. Raccontare la violenza di genere significa evitare semplificazioni, stereotipi e narrazioni che finiscono per attenuare la responsabilità degli autori o per colpevolizzare le vittime.

In un ecosistema mediatico sempre più influenzato dall’intelligenza artificiale e dagli algoritmi, cresce la responsabilità di giornalisti, editori e piattaforme nel promuovere un linguaggio corretto, capace di contribuire alla prevenzione e alla diffusione di una cultura del rispetto.

Un impegno che riguarda tutta la società

L’iniziativa conferma come il contrasto alla violenza di genere non possa essere affidato esclusivamente alle norme penali. Servono educazione, formazione, sostegno alle vittime, una giustizia sempre più efficace e una comunicazione responsabile.

Il messaggio del titolo del libro è chiaro: la violenza non può essere confusa con l’amore. Riconoscerla, nominarla correttamente e contrastarla rappresenta il primo passo per costruire una società nella quale la tutela della dignità e della libertà delle donne diventi un valore condiviso e irrinunciabile.

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