di FRANCESCO LENTINI

 

L’oracolo dei tempi moderni si chiama Google. Si tratta di un’azienda la cui missione è “organizzare tutte le informazioni del mondo”, il che significa, tecnicamente, usare potenti server per dare la giusta sistemazione ad ogni singolo byte circolante sulla Terra. Il criterio di classificazione è noto solo a grandi linee, eppure il servizio risulta gradito alle masse. Il motore di ricerca Google, inventato dall’azienda omonima, è ultra-veloce e funziona meglio dei concorrenti. Come confutare tali argomentazioni? Con l’aiuto dei filosofi greci, per cominciare.
Secondo Eraclito, filosofo presocratico, “Sapere tante cose non insegna ad avere intelligenza”, frase che sembra coniata per il World Wide Web, un mass-medium costituito per la maggior parte da non-senso. Due studenti americani intuirono per primi la necessità di una guida generale, una specie di elenco telefonico di Internet. L’idea pareva buona (Yahoo!), ma poi venne Google. I guru analizzarono il codice HTML e compresero che gli esseri umani usavano la Rete per cercare più o meno le stesse cose (“sex” in primo luogo). Dunque, ciò di cui il mondo aveva bisogno era una formula, un’equazione, un algoritmo matematico.
Il problema è che gli algoritmi matematici non svelano la verità, ma la fabbricano. Come gli studenti di Fisica sanno (o dovrebbero sapere), la sostituzione di una sola costante può causare la scomparsa di un intero universo. Se usati per la classificazione delle pagine Web, gli algoritmi matematici hanno il potere di creare tendenze e promuovere punti di vista, dunque di modificare la realtà, nel momento stesso in cui la osserviamo.

 

Il problema
Nel World Wide Web circolano informazioni di vitale importanza che nessuno utilizza. La responsabilità di ciò è dei motori di ricerca (nati nel secolo scorso) e del criterio da essi adottato per stabilire cosa è importante, e cosa non lo è.
Il criterio adottato è il seguente: se il termine A (ad esempio “sex”) viene scritto o letto più frequentemente del termine B (ad esempio “danger”), vuol dire che A è più importante di B. Si arriva così a stabilire che ogni pagina legata a “sex”, anche non direttamente, gode di precedenza assoluta sulle pagine legate a “danger”. Se queste ultime contengono dati di vitale importanza nessuno se ne accorge, poiché il rumore diventa assordante, ossia preponderante rispetto al segnale. E’ come se, trovandoci in una stanza affollata, fossimo costretti ad ascoltare chi grida di più. Ma il fatto inaccettabile è un altro: chi grida di più finisce per avere ragione. I siti cool diventano sempre più cool, mentre gli altri svaniscono. Possiamo immaginare un modus operandi diverso?

 

La soluzione
All’inizio del 2007 ebbi l’idea di un motore di ricerca in grado di trovare le informazioni importanti. Dal mio punto di vista, una persona è importante nella misura in cui dimostra di essere capace, dunque utile alla società. E lo stesso dicasi per le informazioni. Se fossimo consapevoli dell’impatto che le informazioni hanno sui nostri cervelli, sceglieremmo informazioni utili e servizi a impatto zero. Ipso facto, il nostro modo di pensare cambierebbe.
Impatto zero indica un’attività priva di azione nociva sull’ambiente, come acquistare automobili dotate di marmitta catalitica o elettrodomestici a basso consumo. Bene, se applichiamo il principio della marmitta catalitica al Web, otteniamo effetti sorprendenti. Primo, scopriamo di poter vivere con meno informazioni. Secondo, possiamo fare in modo che la tecnologia lavori per noi, non viceversa. Terzo, ne può nascere un’economia realmente sostenibile, ovvero un mercato globale in cui tutti guadagnano: gli utenti, che cliccano di meno e imparano di più, nonchè i produttori, i quali investono di meno in pubblicità e ottengono maggiore attenzione.

 

La sfida
Google è una tecnologia pervasiva. Se vuoi capirne la natura, devi chiederti come sarebbe il mondo senza Google.
Intanto, buona parte della cosiddetta new-economy o net-economy non esisterebbe. Dall’introduzione del sistema AdSense/AdWords, la promozione di qualunque prodotto o servizio si basa sulla visualizzazione di messaggi non richiesti, accettati mediamente l’uno per mille delle volte e pagati dall’inserzionista (pay-per-click). Una micro-campagna AdWords può generare anche 300.000 messaggi non richiesti (impressions) e produrre 300 click, con vendite pari a zero. Poichè il sistema prevede il pagamento dei soli click, Google fattura all’azienda inserzionista, diciamo, 45 dollari o euro. L’azienda a sua volta fattura zero dollari o euro, poichè non ha acquisito nemmeno un cliente e rinuncia a continuare la campagna, sia pure ad un costo per click (CPC) di soli 0,15 dollari o euro.
La sfida è capire come il numero degli inserzionisti abbia potuto raggiungere la massa critica (un annuncio AdWords ammetteva pochi caratteri alfanumerici, sicchè gli stessi fondatori erano fortemente scettici sul suo funzionamento). In effetti le micro-campagne risultano di scarsa utilità, a fronte di un guadagno certo per il gestore. Per le campagne con budget medio-alto si può ipotizzare una migliore performance, ma i risultati non sono verificabili da terze parti. Si può arrivare ad accettare un sistema di guadagno in cui la distribuzione del denaro è affidata allo stesso gestore del sistema, ma è strano che milioni di utenti siano disposti a tollerare questa quotidiana forma di spamming.

 

La visione
Anche se non lo ammetteranno mai, tutti gli imprenditori del mondo vorrebbero essere Steve Jobs. Il CEO della Apple è geniale, ricco, popolare, unico e inimitabile come il marchio da lui creato. In più Jobs è un vero innovatore, mentre esistono imprenditori che non sono veri innovatori, ma si comportano come tali. Non lo sono perché le loro invenzioni sono solo ingombranti: se funzionano, ciò avviene in virtù di una misteriosa forza di persuasione, non in virtù di una provata utilità. Quindi cambiano il mondo, senza tuttavia migliorarlo.
Allora dovremmo chiederci perché alcuni individui insistono nel voler cambiare il mondo, senza averne le doti. Forse sono convinti che la realtà debba essere ridisegnata a tutti i costi. Gli architetti ridisegnano lo spazio e gli ingegneri di Google ridisegnano il ciber-spazio, dimenticando che la realtà dovrebbe essere prima di tutto interpretata. Quando parliamo di interpretazione parliamo di significato, dunque di semantica. Un mondo senza Google è un mondo in cui gli algoritmi sono utilizzati per dare un senso alle cose, per cui ogni informazione ha un valore intrinseco.

 

La missione
Per decenni gli esseri umani hanno sognato la possibilità di rivolgere una domanda a un computer e ottenere una risposta. Questa possibilità adesso esiste. Si basa sul principio di dare un valore all’informazione, senza alcuna pretesa di organizzare l’informazione.
Questa è la missione di Semplicity, il motore semantico che ho progettato e che si occupa di trovare le informazioni importanti. Non dirò altro per il momento, se non che Semplicity accetta richieste in linguaggio naturale, fornisce risposte dirette, funziona senza link sponsorizzati e funziona anche sui cellulari (è pensato per utenti in mobilità che usano la voce). E’ stato definito l’anti-Google, ma la definizione non è mia. Tuttavia descrive alla perfezione il problema, la soluzione, la sfida, la visione e la missione di cui parlo in questo articolo.

 

 Francesco Lentini

Programmatore, fondatore della start-up Semplicity.com