Mi è stato chiesto di condurre una tavola rotonda dal titolo “Da Orwell a Facebook: il ruolo dell’autore tra distopia e realtà”. Ho accettato e l’evento ci sarà domenica 18 Maggio alle 15 presso la Cappella Orsini, in Via di Grottapinta, 21.

I relatori saranno Michele Di Salvo ( blogger, writer, editorialista ), Simone Corami ( blogger e sceneggiatore ), ed Enrico Giammarco ( autore del libro “L’uomo digitale” ).
La tavola rotonda è roganizzata all’interno del Festival delle dieci lune che ha come topic principale l’autoralità.
Il tema della distopia e dell’utopia che incrocia quello dell’autoralità mi è parso subito molto interessante; dalle avanguardie artistiche del primo novecento, fino al rifiorire della letteratura sella science-fiction e della narrazione futurologica il ruolo dell’intellettuale e del creatore di senso attraverso la propria opera è sempre stato centrale.
Lo è stato in Fahrenheit 451, il romanzo di Ray Bradbury, uscito nel 1953, dove una società totalizzante distruggeva le opere autorali, infliggendo la punizione agli individui tanto come produttori di opere quanto come loro fruitori, a prescindere dal contenuto.
Una visione nella quale lo strumento che aveva creato l’uomo moderno, il libro di massa, era il nemico del modello d’ordine sociale.
Lo è stato 1984 di George Orwell, l’opera che più di ogni altra incarna le paure di ogni svolta tecnologica che non tenga conto della libertà personale e della ragione fondamentale di essa che è la consapevolezza della propria identità.
Lo è stato nel Mondo Nuovo di Aldous Huxley dove l’opera è la produzione seriale ed è soprattutto incompatibile con il senso stesso dell’autoralità, perchè la nascita è essa stessa un processo industriale e ogni individuo ha perso lo stimolo della creazione.
Proprio partendo dal romanzo distopico di Huxley voglio arrivare ad un libro più recente di Neil Postman, Divertirsi da morire, nel quale il sociologo americano scrive:
Parlando di questo argomento si arriva spesso a toni quasi isterici, e si rischia di diventare qualcosa tra il rom­piscatole e il profeta di sciagure. Ci siamo costretti, perché quello che si vorrebbe che tutti vedessero si presenta con un aspetto benevolo, o non si vede affatto. Un mondo alla Orwell è molto più facile da riconoscere e da combattere che un mondo alla Huxley. Siamo tutti pronti a riconoscere e ad abbattere una prigione, quando i cancelli stanno per richiudersi su di noi. Non rimaniamo indifferenti alle voci dei Sacharov, dei Timmerman, dei Walesa. […]
È tuttavia un’ideologia, perché impone un modo di vita, un insieme di relazioni tra le persone e le idee, su cui non c’è stato consenso, né discussione, né opposizione. Soltanto compiacimento. La coscienza pubblica non ha ancora assimilato il fatto che la tecnica è un’ideologia. E ciò nonostante che la tecnica abbia alterato ogni aspetto della nostra vita negli ultimi ottant’anni. […]
Ne abbiamo ormai visto abbastanza per sapere che i cambiamenti tec­nologici nei nostri modi di comunicazione sono ancora più carichi di ideologia che i cambiamenti nei nostri mezzi di trasporto. Introducete l’alfabeto in una cultura e cambiere­te le sue abitudini cognitive, le sue relazioni sociali, le sue nozioni di comunità, di storia, di religione. Introducete la stampa a caratteri mobili e otterrete lo stesso risultato. Introducete la trasmissione delle immagini alla velocità della luce e produrrete una rivoluzione culturale. Senza voto. Senza polemiche. Senza guerriglia. Questa è ideolo­gia pura. Ideologia senza parole, anzi più potente ancora. A tenerla in piedi, basta che la gente creda ciecamente nell’inevitabilità del progresso. In questo senso noi ameri­cani siamo tutti marxisti, perché crediamo che la storia ci conduca a un paradiso preordinato e che la tecnica sia la forza che spinge in quella direzione.
Questo saggio, scritto nel 1985, un anno dopo la verifica dell’inesattezza orwelliana, ha come protagonista la televisione al suo apice come strumento di comunicazione globale e glbalizzante, ma le considerazioni proposte valgono, a mio parere, anche per i new media.
Valgono amplificandone glil effetti, perchè il web ed il mobile, sono moltiplicatori delle dinamiche dell’intermediazione televisiva, da cui hanno preso la potenza di ipnosi e vi hanno aggiunto quella della inconsapevole viralità dentro un contesto che a tutti nopi appare come disintermediato, sotto controllo e democratico.
In un modello che amplifica i nodi ed i segnali, dove tutti sono potenzialmente dei distributori di messaggi, dove i contenuti potenziali, creativi e originali sono infiniti, il profilo professionale che sta scomparendo è proprio quello dell’autore e dell’intellettuale.
Figura che sta scomparendo non perchè sterminato o reso innocuo in campi di concentramento, panopticon politici, espulsi al confino o in esilio, non grazie a leggi liberticide e controrivoluzionarie ma ridotti a non operare più grazie alle regole del mercato.
Come nel Mondo Nuovo huxleysiano, e a differenza della dittatura paranoica del Grande Fratello orwelliano, spesso possiamo avere l’impressione di venire manipolati giorno dopo giorno dall’apsetto carezzevole e benevolo della tecnologia che da un lato ci solleva da operazioni gravose e ripetitive e dall’altro ci chiede di alzare l’asticella della nostra abdicazione ai compiti naturali, come scegliere, produrre emozioni vere, risposte naturali alle sollecitazioni, riconoscere i limiti cognitivi ed essere gratificati dagli sforzi per crescere.
Senza l’abbrutimento della dittatura, dell’isolamento e della prigione veniamo indotti carezzevolmente a cambiare opinione, sorprendendoci da un giorno all’altro ad aver abiurato l’amicizia per oggetti e persone che la “dittatura dolce” ci impone come obsoleti e quindi nostri memici.
Grazie ad un oggetto tecnologicamente innovativo cambiamo radicalmente il nostro paradigma esistenziale; così la tecnologia innovativa diventa l’ideologia dominante.
In un mondo in cui prevale la gratificazione e l’intrattenimento, invece del principio di realtà e l’impegno, lo spazio fisico per il creatore si riduce gradualmente fino a venire sostituito da algoritmi basati su euristiche, big data, predizioni e insight che creano loro stesse il prodotto che meglio gratifica lo status in tempo reale e non permette mai la caduta depressiva e l’ottimismo indotto.
Il “soma” contemporaneo è l’avatar che ci sincronizza con lo sprito del tempo.
L’effetto paradossale è che la tecnologia che ci dovrebbe illuminare su quello di cui abbiamo bisogno guarda dentro i nostri dati pregressi e ci costringe così, non al cambiamento, ma ad un eterno immobile rassicurante Nirvana.
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Giorgio Fontana
Torinese, classe 1957, si occupa di comunicazione e di social media. Attualmente è socio e project manager di Kelios SRL e di una nascente startup torinese di web tv. Nei suoi interessi permangono le tematiche antropologiche e umanistiche, declinate attorno all'innovazione tecnologica, interessi che condivide con i membri del gruppo di discussione da lui fondato, La scimmia nuda e Internet, divenuto ormai il punto di riferimento della cyberantropologia italiana in Facebook. Collabora dal 2011 con la rivista Media Duemila, su tematiche legate a social tv e social media.