Ormai da tempo in Italia si sente parlare di “digitalizzazione” – in particolare applicata alla Pubblica Amministrazione e alla scuola – una vera e propria chimera, un qualcosa di oscuro che potrebbe abbattersi come una tempesta su questi due settori pubblici, distruggendo tutto, oppure risolvendo ogni problema, Media Duemila con questo articolo inizia una serie di riflessioni utili alla conoscenza delle drammaticità cui andiamo incontro o che dovremmo affrontare e risolvere.
La questione vera resta il grado di digitalizzazione da applicare ai vari settori amministrativi e agli apparati statali, in modo da poter davvero consentire allo Stato di risparmiare qualcosa in termini pratici ed economici.
Partendo dalla scuola, che per il primo anno ha registrato le iscrizioni dei nuovi alunni solo online. Un modo per velocizzare il processo, ma anche una difficoltà per molte famiglie che in Italia continuano a non possedere un pc o a non essere collegate ad internet. Sempre all’istruzione dovrebbero essere applicate molte piccole riforme digitali, come ad esempio gli e-book che sostituiranno, in peso e costi, i libri tradizionali: una bella scommessa che pochissime scuole italiane potrebbero permettersi, anche nel 2015 come previsto dall’ultimo rinvio del ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. “Ridurre il digital divide e dare a tutti gli studenti l’accesso a internet – ha detto recentemente il ministro Carrozza – significa anche ridurre le differenze sociali e territoriali”. In Italia, però, ci sono ancora istituti che mancano, non solo di copertura internet e computer, ma addirittura di sedie e banchi, parlare di libri elettronici per questi studenti diventa veramente complicato. Dunque, a cosa serve la digitalizzazione integrale della scuola pubblica? In alcuni casi si potrebbe parlare maggiormente di digitalizzazione negata, di disuguaglianza tra scuole. E sembra un’oasi nel deserto quella creata dal professor Benito Capossela – dirigente ISIS “Pitagora – B.Croce” di Torre Annunziata (Napoli) – che con il suo progetto dedicato ai media e all’informazione online coinvolge i suoi studenti: una bellissima iniziativa che, al di fuori del suo istituto, trova pochissime emulazioni. Insomma, nella fretta di colmare il digital divide con il resto d’Europa, si rischia di aumentare le differenze interne, tra scuola e scuola.
Purtroppo è palese che l’Italia è in ritardo rispetto alla media europea, e il passaggio della digitalizzazione della pubblica amministrazione appare ancora lento, difficile da digerire. Tutto questo anche perché il personale appare poco avvezzo al nuovo mezzo, in alcuni casi addirittura inadeguato e spesso sembra poco formato. Per questo, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha creato l’Agenzia per l’Italia Digitale che sta operando ormai da circa un anno per ridurre il gap con il resto d’Europa. Da una stima dell’Ente: “una maggior digitalizzazione della Pubblica Amministrazione consentirebbe di ottenere possibili risparmi, a regime, tra i 25 e i 31 miliardi di euro l’anno”. Al momento, crea solo un po’ di confusione in più.
Ad esempio per lo spostamento di una pratica di mobilità dall’Inps di Torino alla sede di Napoli possono trascorrere anche 5 mesi, perché è vero che per cancellare un nome da un elenco regionale e passarlo all’altro occorre un attimo, il tempo di un click, ma il tutto deve essere accompagnato da una copia cartacea della documentazione che non si sa quando parte e nemmeno quando arriva a destinazione. Questo, però, è il prezzo da pagare durante la transizione dal cartaceo al digitale.

mostra Eidopath'art
mostra Eidopath’art

Le ripercussioni dei ritardi accumulati si vedono anche nel mondo delle imprese. Qui, il digital divide con il resto d’Europa è palese soprattutto se si guarda alla pubblicità: l’Italia è in coda per investimenti pubblicitari nel web, e addirittura metà degli imprenditori italiani non sa neanche di cosa si tratti.
Per fortuna, però, l’Arte salva – come sempre – l’Italia. Gli artisti italiani hanno più cultura digitale dei propri colleghi stranieri. E non sorprende che una interessante rassegna d’arti visive denominata “Eidopath’Art”, realizzata dal duo performer SaVà (Enrica Sansone e Mario Varotto), abbia messo in quadri, sculture e totem temi portanti come l’uomo che sarà, il progresso scientifico e il cambiamento. Una mostra unica e prima in Europa, che a giugno ha richiamato molto pubblico a Villa Bruno, San Giorgio a Cremano. Naturalmente, tutto è stato pubblicizzato quasi elusivamente sul web, con un video di presentazione postato su YouTube. In un momento in cui in tutto il mondo si parla di CulTech (Cultura indirizzata alla Tecnologia), sembra che il primo vero passo in Italia lo stia facendo ancora una volta l’arte.