di NICOLA STRIZZOLO

 

E chiese al vecchio dammi il pane ho poco tempo e troppa fame e chiese al vecchio dammi il vino ho sete e sono un assassino (F. De Andrè “Il Pescatore”)

                               

Un libro su uno dei medium più antichi del mondo. Un libro facile ed universale, di fondamentale importanza, come il suo argomento: il pane e la sua storia.

Incontrai l’autore nel suo abituale caffè a Zagabria, dove mi raccontò, in anticipo sui tempi rispetto all’uscita nelle librerie italiane, della suo ultimo lavoro, Pane Nostro, edito dalla Garzanti. Mentre mi parlava del viaggio fisico, storico e culturale, che la ricerca aveva comportato, attraverso le sue parole, generose e miti – ma che conoscono anche il coraggio della verità ed anche il suo prezzo -, accompagnate dalla forza di uno sguardo azzurro, luminoso e liquido, proiettava in me una visione antropologica e comunicativa del suo percorso. La personale lettura del libro ha fatto combaciare la mia ipotesi interpretativa con il testo: il pane è un medium. Il libro di Predrag Matvejević è anche – ma non solo – la storia di questo straordinario mezzo di espressione simbolica dell’umanità, dei suoi valori e delle sue tradizioni. Ho accompagnato, per questo, la lettura del testo con il confronto di altri testi storici della comunicazione per soppesare la validità di tale chiave interpretativa, e scoperto così che effettivamente il popolo che contribuì maggiormente all’invenzione dell’alfabeto era lo stesso che vantava i più rinomati esperti nella produzione del pane: i fenici. Ma non solo, i termini per indicare il pane (o il seme o la farina) risultano intrecciati fra eredità, cambiamento, contaminazione culturale ed arbitrarietà, così come il pane azimo imposto e tramandato da Mosè per evocare il percorso di liberazione del popolo eletto dalla schiavitù egizia.

Dal percorso del libro emerge chiaramente che il pane nella storia dell’umanità si è fatto carico di referenti semantici ed è diventato simbolo di vita, energia e fertilità. Un simbolo che però, assecondando le leggi della semiotica, è anche icona e indice: nelle forme che gli vengono impresse il pane diventa analogia, metafora, icona dal volto delle divinità, del seme stesso o della femminilità; su di sé lascia le tracce delle mani che l’hanno lavorato, dei simboli di appartenenza (a loro volta simboli o icone), dell’odore della sua cottura (con il legno più pregiato o perfino con lo sterco di cammello), del colore e profumo degli ingredienti, della durezza del tempo trascorso e del valore e delle caratteristiche nutritive dello stesso (il pane della plebe e degli aristocratici era diversissimo anche per aspetto, così il pane della festa o quello quotidiano in moltissime comunità religiose).

Anche l’assenza di pane assume un suo significato: nella politica poteva venire decodificata come l’incapacità dell’imperatore di approvvigionare l’Urbe romana e dunque di governare,  pericolosa profezia auto adempiente; nella mistica, invece, la privazione del pane diventava ascesi e momento di unione con Dio.

Il pane diventa anche significato di altri segni, in testi e sculture che lo rappresentano: il libro è corredato da un’appendice di una cinquantina di immagini che illustrano rappresentazioni del pane, sue possibili associazioni sintattiche e suoi utilizzi in scene sacre e profane.

Il pane, i suoi simboli, come i suoi significati, sono interconnessi nella cultura che li tramandano sotto una determinata forma alle regole per la preparazione e fruizione ottimale dello stesso: il pane si lega a leggi e codici di comportamento; assume in sé relazioni dense di significato con gli aspetti fisici della vita e con quelli metafisici; è ponte verso il passato da cui provengono regole e significati, ma anche verso il futuro: senza pane non c’è futuro. Il pane assume, nella trama del libro, la reticolare parvenza archetipica del moderno ipertesto connettivo tra il virtuale ed il reale: il mito prearistotelico – fluido, senza il supporto della scrittura, di principi logici di identità, uguaglianza e non contraddizione -, il sacro e la storia continuamente riscritta vengono veicolati nelle culture del pane, le quali attualizzano nella vita degli uomini le regole ad esso associate (di produzione, transizione e consumo), le relative sanzioni (per chi adultera il pane, per chi lo ruba, per chi non lo divide). Il pane è causa e fine di guerre e rivolte, se contaminato ha prodotto epidemie e follie collettive. Vicino alle panetterie pubbliche si aprivano “luoghi di incontro, riunione, associazione. Lì vicino si comunicavano le ultime novità e venivano riferiti i fatti importanti”  (p. 29) per la comunità.

L’immagine che risulta del pane-medium diventa perfino anticipatoria rispetto al denaro-medium rappresentato nella Filosofia del denaro di Simmel: “il denaro vale in quanto tale, come strumento di scambio, poiché esiste una terza istanza, la società nel suo complesso, che attribuisce al denaro un valore reale corrispondente”  [G. Simmel, 1984, UTET, Torino, 262]. Ciò che riconosce al denaro l’universalità del potere di scambio è l’elevato numero di intersezioni delle cerchie sociali all’interno delle quali si possa fare affidamento – sul fatto che vi sia una reciproca fiducia sul valore dello stesso – e la grande ampiezza dell’estensione sociale derivante da tutte le intersezioni. Dalla lettura del libro Pane Nostro appare evidente come non vi sia stato medium prima del pane che abbia svolto un ruolo paragonabile a quello del denaro nella modernità, senza dimenticare però la differenza che intercorre tra una banca ed un bambino che “su invito del padre e di nascosto dai vicini, porta metà della razione bisettimanale di pane dell’intera famiglia a tre prigionieri tedeschi”  (nella Prefazione).

 

Nicola Strizzolo (Università di Udine)

Laboratorio Internazionale della Comunicazione