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A termini di Costituzione, per salutare il primo presidente della Repubblica italiana ‘nativo digitale’ dovremo attendere ancora una ventina d’anni, poiché bisogna avere compiuto 50 anni per insediarsi al Quirinale. Ma, se va avanti così, altro che 2030 o giù di lì: dovremo –anzi, dovrete- attendere forse il 2050 e magari il 2060. I presidenti, infatti, ce li andiamo a prendere sempre più vecchi, quasi dovessimo compensare con la loro saggezza l’improvvisazione e l’approssimazione dei leader meno sperimentati.

Con la sua rielezione, Giorgio Napolitano, che già al primo colpo, nel 2006, non era un ragazzino, con i suoi 80 anni, batte il record di Sandro Pertini, che finora era il più anziano presidente eletto: era vicino agli 82 anni nel giugno 1978.

Fino a sabato 20, l’età media di elezione di un presidente italiano era 71 anni, con quel giovanotto di Francesco Cossiga, salito al Quirinale a soli 57 anni, ad abbassare la cifra. Dopo Cossiga, però, negli ultimi vent’anni e nelle ultime quattro elezioni, l’età media è stata nettamente più alta: Oscar Luigi Scalfaro 74 anni, Carlo Azeglio Ciampi 77, Napolitano 80 e 87, abbiamo una media che sfiora gli 80 anni.

E, allora, se si andasse avanti così, un ‘nativo digitale’ non entrerebbe al Quirinale prima del 2060. E, nel frattempo, chissà quali e quante diavolerie saranno state escogitate, per fare sentire pure loro, i ‘nativi digitali’, dei ‘matusa’ –termine che, di per sé, mi colloca fra quelli che erano giovani nell’arco di tempo compreso tra Mary Quant e gli ‘indiani metropolitani’-.

E’ un handicap?, quello di attendere a lungo un presidente più a suo agio su Twitter che al telefono? Fino a un certo punto, perché, a ben vedere –e lo abbiamo appena visto, in questi ultimi concitati giorni-, tecnologie dell’informazione e social media ci azzeccano abbastanza poco con l’elezione del capo dello Stato: tutto avviene all’interno di un gruppo ristretto, quello dei Grandi Elettori, dove la comunicazione diretta viene ancora meglio di quella online.

I social media possono piuttosto servire a dare la temperatura delle reazioni dell’opinione pubblica, almeno quella tecnologicamente evoluta, alle decisioni in fieri. Sempre con un margine di errore: se il flop della candidatura di Franco Marini appariva quasi scontato dal traffico che scorreva sui mio account Twitter tra giovedì sera e venerdì mattina, quello della candidatura di Romano Prodi lo era molto di meno 24 ore più tardi.

Certo, però, che ciascuno dovrebbe tarare la propria comunità di followers, per farne uno strumento di previsione affidabile. Se no, s’intrecciano e si confondono preferenze e previsioni. E, alla fine, ci s’incarta: proprio come avvenuto alla leadership del Pd. Ma, per carità, non diamo la colpa a Twitter.

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