La domanda di petrolio è determinata da una serie di variabili il cui andamento è difficile prevedere. I prezzi e la tecnologia prima di tutto, ma anche il tasso di crescita demografica, la congiuntura economica e i comportamenti di una popolazione sono elementi dai quali nessuna teoria sull’andamento dei consumi energetici (e della produzione) può prescindere. È per questo motivo che Adam Sieminski, Amministratore dell’Energy Information Administration (EIA) statunitense, principale analista energetico della Casa Bianca, boccia senza possibilità di appello le teorie relative al picco della domanda e al picco dell’offerta di petrolio. Nessuno appena trent’anni fa, avrebbe potuto prevedere la rivoluzione rappresentata dallo sfruttamento delle fonti non convenzionali, che hanno cambiato il panorama energetico globale. Così come è difficile prevedere oggi gli scenari che potranno essere aperti nel medio e lungo termine da nuovi sviluppi tecnologici se i prezzi degli idrocarburi si mantengono abbastanza elevati.

Adam SieminskiCondivide la teoria del picco della domanda di petrolio?

Ho mai appoggiato la teoria del picco dell’offerta di petrolio? La risposta è no. E mi lasci spiegare a grandi linee il perché, poi possiamo passare alla sua domanda. La teoria del picco dell’offerta di petrolio si basava su tre presupposti piuttosto delicati. Il primo era questo: la base di risorse doveva essere nota, bisognava cioè presupporre di conoscere l’entità della base di risorse. Il secondo e il terzo stabilivano che i prezzi fossero ininfluenti, così come la tecnologia. Io invece credo fermamente che i prezzi siano importanti, che la tecnologia sia importante e che la base di risorse dipenda dai prezzi e dalla tecnologia. Chi sostiene la teoria del picco dell’offerta di petrolio è convinto del contrario, ritiene di sapere esattamente quanto petrolio è contenuto nel terreno.

A mio avviso il gas e il petrolio di scisto, così come il tight oil, ci hanno dimostrato che sappiamo ben poco su cosa c’è sotto terra e in quali quantità. Di conseguenza, ora lei mi chiede se sono d’accordo con la teoria del picco della domanda? Che cosa determina la domanda? I prezzi e la tecnologia influenzano la domanda? Certamente. Che cos’altro incide su domanda, popolazione, economia e comportamenti? Di conseguenza rispondo che potrei sostenere questa teoria se fossi in grado di capirla. Volendo semplificare, potremmo dire: “La teoria del picco della domanda di petrolio dice che la domanda si esaurirà prima che si esaurisca l’offerta”. Mi spieghi lei che senso ha.

Certo, è proprio questo il tema controverso. C’è chi sostiene che arriveremo a un punto in cui esauriremo le scorte di petrolio, e chi invece sostiene che in realtà non ci troveremo mai in quella situazione perché sarà la domanda a esaurirsi per prima.

Sì, credo che nella conoscenza popolare il concetto sia che la domanda andrà esaurendosi prima dell’esaurimento dell’offerta. Semplificando il più possibile si potrebbe dire: “Certo, è ovvio. La domanda di ferri di cavallo si è esaurita ben prima della relativa offerta”.

Quali saranno secondo lei i cambiamenti e le tendenze più significativi che interesseranno la produzione energetica nei prossimi decenni?

Riguardo alla produzione energetica, la novità più importante degli ultimi anni è stata la capacità di produrre gas e petrolio da risorse non convenzionali “continue”. In effetti si tratta di roccia madre. Trent’anni fa nessuno credeva che fosse possibile, venti anni fa George Mitchell pensò di poter cavare qualcosa di buono da questa idea, dieci anni fa ha iniziato a destare un interesse concreto e cinque anni fa c’è stata l’effettiva evoluzione, con enorme interesse generale.

E quali sono le prospettive secondo lei?

Nel nostro documento annuale sull’energia affermiamo che entro il 2040 metà del gas naturale prodotto negli USA (e la produzione sarà maggiore rispetto ad ora) sarà gas di scisto. Dal punto di vista del petrolio, nel documento del 2013 abbiamo dichiarato che era la produzione complessiva di petrolio a essere alimentata marginalmente dallo scisto; il tight oil invece aumenterà nei primi anni del prossimo decennio e poi comincerà a ridursi di nuovo in modo graduale, fino a esaurirsi.

Le nostre previsioni contenute in quel rapporto risultano già parecchio sottostimate rispetto al documento sull’energia nel breve termine. L’Annual Energy Outlook 2014 contemplerà una produzione di petrolio molto maggiore. Per quale ragione? Semplicemente perché è un aggiustamento che abbiamo già fatto nel documento sull’energia nel breve termine.

E qual è il motivo di questo aumento?

Per rispondere dobbiamo tornare ai prezzi e alla tecnologia. I prezzi del petrolio sono rimasti molto alti, mentre la tecnologia continua a migliorare; la combinazione tra prezzi e tecnologia, insieme all’applicazione di tale tecnologia, ha portato a uno straordinario aumento della produzione di petrolio, oltre qualsiasi aspettativa. Di conseguenza, poiché abbiamo pubblicato l’Annual Energy Outlook nel dicembre del 2013, lo scenario di riferimento si basava su dati raccolti nella primavera del 2012. E siccome già nel primo trimestre 2013, abbiamo superato quanto avevamo previsto per il breve termine, abbiamo modificato al rialzo i dati per il breve periodo.

Osservando l’andamento del settore e tenendo in considerazione il nostro report sulla produttività delle attività di perforazione, possiamo avere uno sguardo diretto sulla situazione e rispondere, analogamente a quanto detto sul gas naturale, che rileviamo curve di declino. Ma se venissero perforati nuovi pozzi in quantità sufficiente e se la produttività dei pozzi e quella degli impianti di trivellazione continuassero ad aumentare, il calo sarebbe più che compensato e la produzione potrebbe aumentare, come in effetti sta avvenendo.

La produzione è illimitata?

Le cose illimitate sono davvero pochissime. Sappiamo che le molecole di petrolio sono più grandi di quelle di gas naturale, e che far passare le molecole di petrolio attraverso le fratturazioni e le basi di risorse è più difficile rispetto a quanto accade per il gas. Al momento, negli USA, sembra che le aree petrolifere non siano prolifiche come quelle che del gas naturale, ma è un processo tuttora in fase di evoluzione. A mio avviso, la curva di apprendimento per il petrolio è indietro di 5 anni rispetto a quella del gas naturale. Quindi, la curva di apprendimento relativa al petrolio migliorerà? Il settore svilupperà dei metodi per risolvere i problemi legati alla dimensione molecolare, magari praticando fratturazioni più grandi? È possibile che si vada in questa direzione e in questo caso i dati potrebbero continuare a migliorare.

Quindi quale sarà la prossima trasformazione epocale paragonabile alla scoperta del tight oil? Quale sarà la nuova scoperta o evoluzione tecnologica di portata tale da sconvolgere il mercato?

Credo che sarà una rivoluzione dalle implicazioni economiche e ambientali molto positive. Ho motivo di pensare che il prossimo progresso rilevante sarà la possibilità di determinare a priori quali parti di un pozzo orizzontale hanno maggiori probabilità di produrre più petrolio o più gas. In questo modo non sarà più necessario eseguire la fratturazione dell’intera porzione orizzontale del pozzo, come invece si fa attualmente. Volendo ipotizzare qualche numero, pensiamo a una diramazione laterale lunga 1,5 chilometri in cui si identificano 10 livelli, ognuno di circa 150 metri. È possibile che metà di questi livelli produca il 90 percento del petrolio o del gas. Di conseguenza, sarebbe davvero molto interessante se si riuscisse a capire quali livelli fatturare, attraverso metodi sismici o altre tecnologie di misurazione. A quel punto basterebbe fratturare cinque livelli invece di dieci, mentre i restanti rimarrebbero intatti, riducendo l’uso di acqua e sostanze chimiche. I mezzi verrebbero impiegati per cinque volte, e non per dieci. In questo modo i costi sarebbero significativamente ridotti e i flussi d’acqua di ritorno risulterebbero dimezzati, così come la quantità di agenti chimici impiegata; il rapporto tra produzione e costi sarebbe decisamente migliore. Ecco, ritengo che i prossimi sviluppi saranno di questo tipo.

E quali saranno invece i cambiamenti più importanti a cui assisteremo nei prossimi anni in termini di consumo e domanda di energia da parte dei consumatori sul mercato?

Il cambiamento più importante è quello che stiamo già riscontrando: l’aumento della domanda complessiva di energia è dovuto ai Paesi in via di sviluppo, e non ai Paesi sviluppati. Non è nei Paesi OCSE che la domanda di energia cresce, anzi, ci sono buone probabilità che la domanda di energia nel mondo sviluppato arrivi a essere – nella migliore delle ipotesi – piatta, o anche in calo, dal momento che la popolazione non sta crescendo molto e in alcuni Paesi sta perfino diminuendo, mentre nel consumo si fanno strada nuove tecnologie, come le auto con standard di efficienza elevati in relazione al carburante. In aree come l’Asia e il Medio Oriente, invece, la crescita della popolazione e la crescita economica continuano ad alimentare l’aumento della domanda. In Medio Oriente molti carburanti sono oggetto di sussidi, come nel caso emblematico del petrolio, perciò il consumo pro-capite è in crescita, e siccome anche la popolazione è in aumento, la crescita complessiva è molto elevata.

E quali saranno secondo lei gli effetti sull’equilibrio globale complessivo? La crescita in queste zone è tanto alta da superare la diminuzione registrata nel mondo sviluppato?

Nel nostro documento sull’energia a livello internazionale (International Energy Outlook, pubblicato quest’estate) abbiamo previsto un aumento complessivo della domanda di energia fino al 2040; ecco i dati: il PIL globale aumenterà del 3,6 percento l’anno e partendo da questo presupposto economico prevediamo che il consumo di energia aumenterà del 56 percento tra il 2010 e il 2040, con metà di questa percentuale riconducibile unicamente a due Paesi, Cina e India. Ovviamente un aumento della domanda di energia del 56 percento supera nettamente qualsiasi miglioramento dell’efficienza introdotto nei Paesi OCSE.

E cosa prevede in termini di produzione di energia in Paesi come Cina e India? Gli interventi in materia di tight oil sono applicabili anche lì?

Certamente la Cina ha moltissime risorse. In Cina si produce petrolio, ma da qualche tempo, nell’ultimo decennio, le importazioni di petrolio nel Paese superano la produzione interna. La produzione ammonta, all’incirca, a 4 milioni di barili al giorno. Tuttavia i consumi attualmente sono pari a 11 milioni di barili al giorno, e la domanda di petrolio in Cina continua ad aumentare, così come in generale la domanda in Asia, a un ritmo significativamente maggiore rispetto alla produzione.

Questo in parte sta già accadendo in Medio Oriente, dove la crescita percentuale della domanda ha superato la crescita percentuale dell’offerta. L’EIA non è giunta a questa conclusione, ma alcuni osservatori hanno dato per assodati diversi presupposti: la crescita del consumo energetico e del petrolio in Arabia Saudita è stata talmente marcata che la quantità di risorse rimasta per le esportazioni potenzialmente potrebbe ridursi.

Secondo lei ci saranno ripercussioni sugli assetti geopolitici?

L’aumento della produzione di petrolio negli USA ha già un impatto geopolitico. Attualmente gli USA producono più petrolio di quanto non ne importino. E infatti l’EIA ha scritto che si tratta di una svolta interna per noi, e dal punto di vista esterno già ora importiamo meno petrolio di quanto ne venga importato in Cina, di conseguenza le importazioni nette cinesi di petrolio al momento sono maggiori di quelle statunitensi. È un altro cambiamento epocale, con implicazioni davvero interessanti. Gli USA sono già un esportatore netto di carbone. Secondo le proiezioni dell’EIA, arriveremo a essere un esportatore netto di gas naturale intorno al 2020. Siamo anche un esportatore netto di prodotti petroliferi, come benzina, diesel e via dicendo. Il solo prodotto per cui non siamo esportatori netti al momento è il greggio. Mancano ancora 6 anni al 2020, quando diventeremo esportatore netto di gas naturale, ma le tendenze sono ben consolidate in termini di strutture per l’esportazione di GNL già in fase di costruzione.

Per quanto riguarda il petrolio in generale, invece, potremo diventare un esportatore netto? Oppure, gli USA saranno in grado di generare una crescita della produzione di greggio tale da compensare questo andamento? Dipende da una combinazione di fattori. Non è possibile fare questo calcolo valutando solo la produzione, occorre tenere conto anche della domanda. Come si configura la domanda di prodotti petroliferi e da dove deriva? Tuttavia in base a uno dei nostri casi contingenti, che abbiamo denominato caso in assenza di importazioni o con importazioni limitate, gli USA potenzialmente potrebbero diventare un esportatore netto di petrolio in generale dopo il 2030. Per arrivare a tale risultato, servirebbero politiche di ampia portata mirate alla domanda, come i miglioramenti in termini di efficienza energetica degli autoveicoli, che dovrebbero continuare. Occorrerebbe sostituire il gas naturale alla benzina e al diesel, in particolare per quanto riguarda il diesel nelle flotte di camion a lunga percorrenza e di locomotive diesel-elettriche. Se in questi casi si usasse il GNL, la domanda di diesel calerebbe. Unendo questi fattori, ossia la prosecuzione dei miglioramenti in termini di efficienza energetica delle auto e la sostituzione del diesel tradizionale con il GNL, si avrebbe un avanzamento del gas naturale nei mercati caldi del petrolio del Nordest, ad esempio sfruttando il gas naturale del giacimento di Marcellus. Se a questo si unisse uno scenario di abbondanza di risorse, dovuto alla scoperta di ulteriori giacimenti di petrolio e gas di scisto, gli USA potrebbero potenzialmente arrivare a essere un esportatore netto di petrolio dopo il 2030.

L’energia eolica e quella solare rivestono un qualche ruolo?

Certo, sia negli USA sia a livello globale. Nel complesso, le energie rinnovabili e l’energia nucleare sono le fonti energetiche che stanno crescendo più rapidamente, se si valuta la situazione a livello mondiale. Entrambe crescono di circa il 2,5 percento annuo a livello globale. Negli USA, le energie rinnovabili, incluse l’energia solare e quella eolica, sono a mio avviso tra le fonti in crescita più rapida anche a livello di singolo combustibile. Il gas naturale si colloca in buona posizione, sia a livello mondiale che negli USA. Sul piano internazionale, è interessante notare che il consumo di carbone aumenterà più rapidamente di quello di petrolio da qui fino a circa il 2030 e solo a quel punto inizierà a rallentare. La ragione è che, secondo quanto previsto, l’uso di carbone nelle centrali elettriche di Cina e India continuerà ad aumentare in modo marcato.

Dieci anni fa avrebbe ritenuto possibile un ruolo di esportatore netto per gli USA?

No, non avrei mai e poi mai pensato che gli USA potessero diventare un potenziale esportatore netto di petrolio. Gli USA hanno sempre esportato, ad esempio in Canada e in Messico. Ma da qui a essere un esportatore netto… Questo ci riporta a uno degli aspetti più interessanti di tutto il fenomeno. Molte delle riflessioni sulle politiche energetiche e la geopolitica risalgono agli anni Settanta e Ottanta, quando il contesto era il seguente: la domanda non faceva che aumentare e l’offerta non faceva che diminuire. Era sempre più difficile trovare nuove fonti di offerta, mentre la domanda continuava a crescere senza sosta. Questo contesto, almeno negli USA, ormai si è completamente capovolto. Ora abbiamo un’offerta molto solida e una domanda che comincia a ridursi.

Quindi è la tecnologia il fattore che ha maggiormente influenzato questi sviluppi? Si tratta solo di sviluppi tecnologici che lei non avrebbe immaginato 5 o 10 anni fa?

A mio avviso, dal punto di vista della produzione l’elemento rivoluzionario è il miglioramento eccezionale delle tecnologie di perforazione, di quelle sismiche e di quelle di produzione. Per quanto riguarda la domanda, invece, le forze in gioco sono diverse. Da un lato, la maggiore efficienza dei consumi. Un esempio tra i più notevoli è il miglioramento dell’efficienza dei consumi delle auto, ma credo che anche fattori come l’efficienza di combustione del gas naturale e il riscaldamento domestico siano migliorati sensibilmente.

D’altra parte però abbiamo l’urbanizzazione, in particolare nei Paesi in via di sviluppo: l’urbanizzazione in Cina, India e America Latina, l’aumento dei redditi medi e la crescita del bisogno e del desiderio di energia e di elettricità da parte di un’enorme porzione della popolazione mondiale. Nel mondo c’è ancora oltre un miliardo di persone che non ha accesso alla corrente elettrica. Presto vorranno anche loro l’elettricità, è un dato di fatto. E da dove arriverà? Come verrà fornita? Come si può raggiungere questo obiettivo in modo economico? Come si può fare per mantenere un impatto accettabile sull’ambiente? In che modo questi Paesi potranno raggiungere tale obiettivo senza mettere a rischio la loro sicurezza nazionale? I potenti del mondo avranno un bel da fare su questi temi.

In ogni caso, l’urbanizzazione e la crescita della popolazione continueranno e la domanda di energia aumenterà incessantemente fino al 2040. In base alle dichiarazioni dell’ONU, la popolazione aumenterà fino al 2050, o anche fino al 2060 o 2070. Solo alla fine del secolo la maggior parte dei modelli sulla popolazione comincia a mostrare un appiattimento, e in alcuni casi un calo.

Questo processo dove porterà i Paesi come India e Cina? È evidente il tentativo di mettersi al pari con la situazione degli USA di qualche decennio fa, ma i numeri in questo caso sono esponenzialmente più alti rispetto agli Stati Uniti. In una situazione del genere, anche impiegando le migliori tecnologie, a suo avviso è possibile che si sviluppi un grave squilibrio nei prossimi 40 o 50 anni?

È molto raro che si verifichino degli squilibri. Difficilmente si arriva ad avere una carenza di risorse. In genere sono i prezzi a cambiare, e con loro i comportamenti delle persone. Un esempio di modifica dei comportamenti: se i prezzi della benzina aumentano, le persone iniziano a preferire auto più piccole o più efficienti, mentre le raffinerie e i produttori cercano modi per produrre più benzina, allo scopo di riequilibrare la situazione. Un altro fattore: ovviamente l’EIA non può prevedere cambiamenti o miglioramenti epocali dal punto di vista tecnologico (non siamo in grado di anticipare una scoperta rivoluzionaria!), ma nel caso in cui ci fosse effettivamente un’innovazione straordinaria nella tecnologia delle batterie, il numero di veicoli elettrici aumenterebbe nettamente. Oppure, se ci fosse una scoperta notevole nella tecnologia di perforazione, potremmo ridurne i costi e avere più carburante. O se ci fosse una rivoluzione nel processo di cattura e sequestro dell’anidride carbonica durante l’uso di energia… Il Segretario statunitense per l’energia di recente ha partecipato a un importante incontro organizzato per valutare i progressi in corso in materia di cattura e sequestro del carbonio. In effetti si stanno facendo dei passi avanti.

La Southern Company sta lavorando su un impianto che trasforma la lignite, un tipo di carbone a basso potere calorifico, in gas naturale e in idrogeno, poi convogliati in turbine per la produzione di elettricità. Si riesce a catturare circa il 60 percento di CO2, immesso poi nella pipeline di un giacimento petrolifero dell’area nell’ambito di tecniche avanzate di recupero del petrolio. Fino ad ora il processo è stato molto costoso, essendo uno dei primi di questo tipo. Quindi la fase di sperimentazione e di apprendimento è tuttora in corso per molti aspetti. Ma se operazioni di questo tipo diventassero economicamente vantaggiose, e sono certo che la tecnologia e le applicazioni sono destinate a migliorare con l’avanzare delle sperimentazioni, diventerebbero più una routine che un’eccezione. Innovazioni come questa cambiano radicalmente lo scenario. La Cina brucia quantità abnormi di carbone, dal momento che una grossa percentuale del totale dell’energia cinese deriva dal carbone; se gli scienziati e gli ingegneri fossero in grado di elaborare dei modi per continuare a usare il carbone senza avere effetti avversi sul clima e sulla qualità dell’aria, farebbe un’enorme differenza, sarebbe una novità sconvolgente. Nessuno è in grado di dire che non succederà. Le probabilità sono buone, perché si sente un forte bisogno di innovazioni come queste: se è vero che la necessità è la madre dell’ingegno, qui la necessità non manca.

Dal suo punto di vista, chi sono i leader del progresso tecnologico, quello stesso progresso che sembrava inimmaginabile anche solo 5 o 10 anni fa?

Per quando riguarda lo scisto, sicuramente gli Stati Uniti, i produttori statunitensi, le società di servizi, e così via. Per le altre tecnologie, invece, la situazione probabilmente è più equilibrata, con i tedeschi che hanno ottenuto ottimi risultati sull’energia solare ed eolica, e i cinesi che stanno lavorando sodo sull’energia eolica, e credo anche su quella solare, in termini di quantità di pannelli solari e turbine eoliche prodotti e venduti e parametri simili.

Il suo lavoro si fa sempre più difficile con tutti questi rapidi miglioramenti?

Ciò che rende difficile il nostro lavoro è che – come dicevo prima – un’elevata percentuale della crescita della domanda di energia deriva dai Paesi non-OCSE, dove i sistemi statistici per la raccolta dei dati non sono neanche paragonabili a quelli di aree come gli USA, l’Europa e il Giappone, di conseguenza la trasparenza sui dati non è affatto ottimale. A quanto pare, alcuni Paesi gestiscono i dati sull’energia come segreti di Stato, perciò convincerli dei vantaggi collettivi e del valore della trasparenza dei dati sarà, temo, una sfida complessa, ma spero che ci saranno progressi anche per questo. L’International Energy Forum sta lavorando bene in questo senso nell’ambito del JODI (Joint Organization Data Initiative) e anche l’EIA, in collaborazione con l’AIE e altri soggetti, sta facendo la sua parte.

Immagino che sia un periodo straordinario per chi occupa la sua posizione.
Certo, è così, ma credo che ci sia un fondo di verità anche nel pensare che il periodo storico non sia così importante. Ovviamente osservare sviluppi di tale portata della produzione statunitense è stato estremamente interessante, ma occorre sempre riflettere sull’energia anche in termini di geopolitica dell’energia e politiche energetiche. Preciso che l’EIA non è un’organizzazione politica, ma dobbiamo comunque informare le autorità.

Mi piace pensare alla situazione come a tre grossi insiemi che si intersecano. Un insieme contiene l’economia, un altro l’ambiente e il terzo è la sicurezza energetica o la sicurezza nazionale. Affinché le politiche energetiche funzionino a dovere, deve esserci un cambiamento in tutti e tre gli insiemi, non si può coinvolgerne solo uno o due. Ad esempio, si può aumentare di molto la produzione, ma non è possibile farlo senza danneggiare l’ambiente, quindi un intervento del genere non funziona. Si può pensare alla sicurezza energetica e a possibili azioni conseguenti a tale sicurezza, ma è fondamentale tenere conto del costo ambientale di tali azioni, così come dei costi economici. Si tratta di questioni assai spinose per le autorità, secondo me. Ecco perché è tanto difficile trovare accordi su questi temi: non è sempre facile conciliare i tre criteri. Il lavoro dell’EIA consiste nel provare a fornire una valutazione di queste problematiche, nel provare a supportare le autorità politiche nella comprensione dei fattori sottostanti: questa è la nostra attività principale, un lavoro che mi ha sempre stimolato molto.

Ci sono delle questioni specifiche che a suo avviso presagiscono cambiamenti importanti in arrivo nell’immediato futuro?

Negli ultimi 10 anni circa, i passi avanti delle energie rinnovabili negli USA, i miglioramenti in termini di efficienza e la sostituzione, in generale, dell’energia a uso intensivo di carbonio con quella a basso impiego di carbonio, hanno portato il Paese a traguardi importanti in termini di emissioni di gas serra correlate all’energia. Questo deriva dalla somma di più fattori, ma alcuni sono decisamente più marcati: la crescita delle energie rinnovabili e l’uso del gas naturale per generare elettricità.

Ovviamente molti scienziati e ambientalisti sostengono che ci sia ancora tanta strada da fare…

Certo, infatti una delle tendenze che abbiamo riscontrato nel nostro International Energy Outlook è stata che, con l’aumento del consumo di energia, di cui una grossa fetta si basa sul carbone, le emissioni di anidride carbonica a livello mondiale continueranno ad aumentare, quindi lavorare su questo tema è fondamentale. Superare il problema dei gas serra e dell’impatto sul clima delle emissioni di anidride carbonica sarebbe un ottimo risultato, che lascerebbe ben sperare per tutte le questioni legate all’inquinamento dell’aria. Pensando alla crescita nei Paesi in via di sviluppo, e in particolare in Cina, ora alcune città di quel Paese assomigliano molto alle città statunitensi della fine degli anni Quaranta o dell’inizio del decennio successivo. I cinesi vorranno risolvere questa situazione e in generale credo esistano dei modi per farlo, perciò immagino che si andrà in quella direzione.

Molly Moore