Fondazione Charlie è un’associazione attiva nell’ascolto, nel sostegno e nell’intervento rispetto alla grande problematica del disagio adolescenziale. Un dato sintetico può dare la dimensione del problema: si stima che negli USA, oggi, un adolescente su quattro soffra clinicamente di depressione. In Italia la situazione è per alcuni aspetti migliore, ma il disagio adolescenziale appare in forte crescita anche da noi.

In questo contesto, occorre mettere in campo una serie di attività per promuovere e coordinare le funzioni in tema di prevenzione, contrasto e trattamento della devianza e del disagio giovanile in ogni ambito. A partire dalla conoscenza di cosa pensano e credono i giovani stessi. A partire dalla comprensione fenomenologica del loro mondo.

Proprio in quest’ottica, è stata progettata e realizzata, in sinergia fra Fondazione Pisa, Fondazione Charlie e Istituto Piepoli, società leader in Italia nel campo delle indagini demoscopiche e sociali, una specifica ricerca empirica sia nazionale che locale (il territorio di riferimento di Fondazione Charlie, ossia la Toscana con particolare riferimento alla provincia di Pisa), a impianto quantitativo.

Per il raggiungimento degli obiettivi indicati è stato scelto come detto un impianto metodologico quantitativo, basato su interviste face to face (CAPI/PAPI) presso un campione locale (il territorio di riferimento di Fondazione Charlie) e su interviste CAWI (ossia via Web) presso un campione nazionale. Nel dettaglio lo studio è stato realizzato attraverso:

  • 400 interviste CAWI a un campione rappresentativo a livello nazionale di adolescenti dai 14 ai 25 anni;
  • 400 interviste CAPI/PAPI a un campione a livello locale di adolescenti dai 14 ai 25 anni, in particolare nel territorio di riferimento di Fondazione Charlie (la Regione Toscana, e ancora più in particolare la provincia di Pisa).

In totale dunque la numerosità campionaria è di 800 casi, tutti ragazzi appartenenti alla cosiddetta Generazione Z.

Il questionario di intervista è formato da domande chiuse, domande aperte e batterie di item, per una durata complessiva di circa 20 minuti a intervista. Le interviste hanno avuto luogo alla fine del periodo di lockdown, dal momento che metà di esse è stata fatta di persona.

 

 

FENOMENOLOGIA DELLA GENERAZIONE Z: QUADRO DI SINTESI

 

Gli adolescenti italiani vivono la loro età con l’energia tipica di questo periodo della vita, ma anche con fatica, non privi di paure e titubanze e oscillando fra atteggiamenti di spavalderia, a un estremo, e talvolta di insicurezza all’altro estremo, evidenziando nel complesso più conservazione che ribellione, una sorta di neo-attaccamento a valori “tradizionali” ma anche pragmatismo e consapevolezza dell’importanza di programmare il proprio futuro, in una stagione di forte incertezza come quella che stiamo attraversando.

Per otto ragazzi su dieci l’adolescenza è un’età difficile e spesso dolorosa, e per quasi tutti è

un periodo di grande cambiamento. Inoltre:

 

  • sei su dieci tratteggiano un auto-profilo positivo (si ritengono, per esempio, ottimisti, belli, forti) e addirittura nove su dieci si definiscono buoni, con tratti di maggiore positività in Toscana rispetto alla media nazionale; ma ecco che, in apparente contraddizione, solo tre su dieci si definiscono altruisti, ben sei su dieci si sentono insicuri, e due terzi dei ragazzi si definiscono timidi (meno in Toscana);
  • quasi tutti credono nell’amore (90%) e nella famiglia (per il 91% è molto o abbastanza importante, valore ancora più elevato in Toscana), a larga maggioranza pensano che avranno figli (75%) e si sposeranno (71%); la scuola è particolarmente importante (molto o abbastanza per l’89%), ma altrettanto importanti – su un piano più direttamente pragmatico e materialistico – sono i soldi (91%);
  • i valori indicati spontaneamente dai ragazzi intervistati, come orientamenti esistenziali ai quali tendere, sono prima di tutto altruismo, famiglia, onestà, rispetto e amore; in Toscana spicca l’amicizia;
  • la religione e la politica dividono: uno su due è credente (un po’ meno in Toscana, un po’ più al Sud) e uno su due è interessato alla politica (anche in questo caso un po’ meno in Toscana, anche per via della maggiore presenza di minorenni nel campione locale, ma la punta di interesse si rileva nelle regioni del Nord Est, 58%).

E ancora:

 

  • l’attuale politica non appare soddisfacente: solo il 24% ha fiducia in chi ci governa, e solo il 31% ritiene l’Italia un paese meritocratico (meno le ragazze, 24%, dei ragazzi, 37%);
  • il 57% dei ragazzi sono soddisfatti della propria vita, più i maschi (67%) delle femmine (46%), e più i maggiorenni (60% tra i 18 e i 25 anni) dei giovanissimi (51%); indicativo, e preoccupante, lo spaccato territoriale che vede diminuire la soddisfazione per la propria vita a mano a mano che si scende da Nord Ovest (quota massima di soddisfazione, 60%) al Sud (quota minima, 54%);
  • una quota simile (56%) reputa «brutto» il mondo in cui viviamo, e nel Sud Italia la percentuale raggiunge il 63%;
  • il disagio e il dolore sono presenti nella vita dei giovani: ben tre ragazzi su dieci dichiarano di avere pensato al suicidio, decisamente più le ragazze (49%) che i ragazzi (19%), mentre sono soprattutto questi ultimi a essere attirati dalle droghe (16% rispetto alle ragazze), in un quadro nazionale che vede il 13% degli adolescenti dichiarare una significativa attrazione per le sostanze stupefacenti;
  • la maggiore sensibilità delle ragazze è testimoniata anche dalle dichiarazioni sul bullismo: afferma di avere subito atti di bullismo negli ultimi due anni un adolescente su quattro, ma più le ragazze (32%) dei ragazzi (20%).

Il tema dei pregiudizi di genere mostra un interessante contrasto nella consapevolezza di sé: mentre tra le ragazze il 43% reputa che «le femmine sono più intelligenti dei maschi», tra i ragazzi solo il 12% pensa che «i maschi sono più intelligenti delle femmine».

 

RISULTATI IN DETTAGLIO

 Vediamo ora in maggiore dettaglio i risultati abbozzati nel paragrafo precedente. L’adolescenza è percepita ancora oggi, a larga maggioranza, come una fase della vita “difficile e dolorosa” (83% degli intervistati), più dalle ragazze che dai ragazzi (90% contro 77%), più al Sud (86%) che nel Nord Est (79%). È sempre, come lo è stata per le generazioni precedenti, una “metamorfosi”, un periodo di grande cambiamento (95%). Inoltre, per il 65% “la trasgressione è un desiderio naturale nell’adolescenza”. Questi sono i punti di contatto percettivo fra la Generazione Z e le generazioni precedenti.

Dal punto di vista del profilo autodescrittivo, la Generazione Z si connota secondo un profilo che appare contraddittorio: da un lato si definiscono a larga maggioranza “buoni”, ma dall’altro – nel contempo – “egoisti”; sono fiduciosi in se stessi, ma anche timidi; sono “forti e belli”, ma in maggioranza (sia pure non larghissima, 57%) pure “insicuri”; nel loro vissuto soggettivo non sono individui che vivono alla giornata (si riconosce in questo item solo il 33%), però poi l’intenzione di “programmare” non necessariamente trova attuazione sul piano comportamentale. Possiamo leggere questi risultati ricorrendo alla distinzione fra “Sé ideale” e “Sé reale”. Il “Sé ideale” della Generazione Z in fondo non è diverso da quel modello valorialmente positivo che ha caratterizzato lo sviluppo dei loro genitori, ossia i Baby boomers. Con la tensione verso la “bontà” (e il suo contraltare sociale, ossia l’altruismo) e al tempo stesso verso l’autorealizzazione, la sicurezza in se stessi, l’ottimismo, la capacità di appagare i desideri personali. Il problema è quello di concretizzare questa “tensione valoriale” e di tradurla in comportamenti effettivi, in un mondo reale che spinge sempre di più verso la dimensione individuale, in un mondo in cui i “connettori sociali” sembrano avere sempre meno importanza, giocare un ruolo sempre più marginale. Il dettaglio, il profilo auto- connotativo della Generazione Z è il seguente:

 

Caratteristica% di auto- attribuzione
Buoni89
Egoisti71
Timidi68
Fiduciosi in se stessi67
Attivi65
Sereni63
Ottimisti62
Idealisti62
Forti60
Belli59
Soddisfatti della propria vita57
Insicuri57
Interessati alla politica51
Credenti51
Che vivono alla giornata33

 

 

In aggiunta, quasi due terzi degli appartenenti alla Generazione Z (63%) pensano di “piacere agli altri”. E il loro indice di “felicità” percepita si colloca sul valore medio di 58, su una scala appunto di felicità soggettiva da 0 a 100. Solo una minoranza di ragazzi si sente in conflitto con i genitori, o con la famiglia in generale: 36% (più le ragazze dei ragazzi: 46% a 27%). Questo risultato sembra confermare la tesi dello psicoanalista Gustavo Pietropolli Charmet, nel sul libro “La fatica di diventare grandi” (in collaborazione con Marco Aime), del quale riportiamo una breve sintesi:

“Adulti che vivono come adolescenti, adolescenti che sembrano già adulti. In un mondo in cui non esistono più i conflitti generazionali, come si fa a diventare grandi? Nella materia liquida di questo tempo che indebolisce ogni gerarchia, i conflitti tra le generazioni sembrano passati di moda. Genitori e figli si trovano vicini all’improvviso, tanto nei comportamenti quanto nel modo di guardare il mondo, in famiglie che, invece di essere allargate, sono «allungate». Al posto del classico rapporto di subalternità, compare così una condizione più complice e paritaria, che in alcuni casi si trasforma in vera e propria amicizia. Un fatto all’apparenza positivo, ma che nasconde una questione cruciale: non è sulla frattura condivisa tra giovani e adulti che si struttura l’identità? In questo libro Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet affrontano la progressiva svalutazione di quei riti di passaggio, come la leva militare o il fidanzamento, che scandivano fino a ieri lo sviluppo del nostro ruolo sociale, e le sue conseguenze. Perché, se l’autorità dei genitori e quella della scuola tendono all’estinzione, e l’ingresso nel mondo del lavoro pare sempre più un miraggio, quando arriva il momento delle responsabilità?…”

Un risultato davvero interessante emerso dall’indagine è che la Generazione Z crede, a larghissima maggioranza, nell’amore (90%). E ritiene che, durante l’adolescenza, “il comportamento è influenzato soprattutto dai sentimenti, e spesso la ragione non è in grado di modificarlo” (e, curiosamente, lo pensano un po’ di più i maschi, 77%). Che ci sia, nonostante l’apparenza iper-pragmatica e materialista, un fondo neoromantico nei ragazzi di oggi?

Altra “sorpresa” è che la netta maggioranza dei ragazzi stessi (75%) pensa di avere figli in  futuro (di nuovo, più i maschi delle femmine, 82% a 68%). E pensa che si sposerà (71%, valore che sale all’80% fra i ragazzi e scende al 62% fra le ragazze). Inoltre, nell’89% dei casi la Generazione Z attribuisce “molta” o “abbastanza” importanza alla scuola e all’istruzione (sulla quale, forse, si proietta l’esigenza di una funzione educativa complementare a quella esercitata dalla famiglia). E, a proposito di famiglia, nel 91% dei casi i giovani la ritengono ancora “molto” o “abbastanza” importante. Pertanto, la voglia di “spiccare il volo” c’è: il 65% dei ragazzi, se potesse, andrebbe via di casa (più le ragazze dei ragazzi: 73% a 57%). Il 64% “ha un sogno nella vita”. Se combiniamo questi dati con quello precedente, concernente il fatto che due terzi dei giovani ritiene di “non vivere alla giornata” (e quindi di avere un orientamento alla programmazione della propria vita), ci rendiamo conto che il desiderio di progettualità esistenziale, se vogliamo nel senso più classico del termine (amare, costruire una famiglia, avere dei figli) è solidamente presente anche nella Generazione Z. Che poi lo si riesca a realizzare, è un’altra questione.

E infatti la vena disillusa della Generazione Z emerge con una certa chiarezza nei risultati alla domanda: “Viviamo in un mondo veramente brutto?”, a cui risponde “sì” la maggioranza, ovvero il 56%. Inoltre, il “lato oscuro” della condizione adolescenziale si legge in questi dati precisi: il 13% si dichiara “attratto dalle droghe”; il 33% ha pensato almeno una volta al suicidio (valore che sale al 49% fra le ragazze); il 37% non si sente una persona serena, ovvero – al contrario – si sente “a disagio”. La più grande paura dei ragazzi della Generazione Z è che muoia una persona cara (23%), seguita dalla solitudine (16%) e dall’idea di fallire, di non raggiungere i propri obiettivi (13%; comunque, il 7% ha, più semplicemente, paura del buio). Il fallimento, il non riuscire a raggiungere i propri obiettivi compare peraltro in cima alla lista delle preoccupazioni dei ragazzi (19%), seguito dal timore di non trovare lavoro (12%). Sempre a proposito di “lato oscuro”, questa volta sul piano sociale, la ricerca evidenzia che ben un ragazzo su quattro (26%) ha dichiarato di aver subito atti di bullismo negli ultimi due anni (valore che sale al 32% per le femmine, e scende al 20% per i maschi).

In questa sorta di conflitto fra la tensione verso la realizzazione del Sé ideale, e i compromessi a cui è costretto a scendere il Sé reale, comunque la voglia di positività alla fine si impone: i valori a cui aspirano i ragazzi sono soprattutto l’altruismo, la famiglia, l’onestà e l’amore (anche se, come abbiamo visto, pragmaticamente per il 92% dei giovani i soldi nella vita sono “molto” o “abbastanza” importanti).

Una tematica molto interessante, che questa ricerca per il momento ha toccato solo marginalmente, sono le percezioni differenziali di genere, che si intravedono in queste risposte: per il 43% delle ragazze, “le femmine sono più intelligenti dei maschi”; mentre solo per il 12% dei ragazzi, “i maschi sono più intelligenti delle femmine”. Un’ulteriore conferma che il “sesso forte” oggi è quello femminile, nel quadro di una perdurante difficoltà dell’immaginario collettivo maschile a evolvere verso architetture mentali più adeguate all’evoluzione che ha avuto il genere femminile negli ultimi decenni.

Come dicevamo, il Sé ideale deve poi fare i conti con la realtà. Ecco allora che per il 69% dei ragazzi l’Italia non è un paese meritocratico (e, specularmente, solo per il 31% invece lo è). D’altro canto, sempre al 69% piace il luogo in cui vivono. È la croce e la delizia del nostro Paese: un Paese che offre anche ai suoi giovani una grande bellezza, unica al mondo, ma che fa pagare un prezzo per questa bellezza. Il prezzo di una società statica, in cui l’ascensore sociale si è quasi definitivamente fermato. Non è un caso che, negli ultimi anni, ci sia stato un significativo flusso migratorio giovanile italiano verso altri Paesi. Per quanto riguarda il governo, solo il 24% dei ragazzi della Generazione Z dichiara fiducia verso di esso (e, in modo complementare, il 76% dichiara “non fiducia”).

La pandemia di Covid-19 e il periodo di lock-down sono stati vissuti dai ragazzi in maniera più consapevole e attenta di quanto i media facciano pensare. Durante l’isolamento forzato in casa pochissimi sono usciti, anche solo per le attività consentite, e le giornate sono state caratterizzate da tv e studio, con spazi per riflettere ma anche per svagarsi.

Quattro ragazzi su dieci hanno chattato o fatto video-chiamate con amici o familiari ogni giorno, e un quarto ha fatto attività fisica in casa. Non sono pochi gli adolescenti che hanno pregato (24% almeno una volta alla settimana), così come quanti hanno tenuto un diario (24% lo hanno scritto almeno una volta alla settimana).

Le relazioni con i familiari durante il lock-down sono state vissute con serenità, e per molti sono persino migliorate. Tra quanti dichiarano di avere un rapporto di coppia (quasi cinque ragazzi su dieci), i conflitti sono stati un po’ più presenti, ma nel complesso il periodo di lontananza è stato superato positivamente.

Lo stesso lockdown è stato tuttavia vissuto all’insegna di un mix di sentimenti ambivalenti, con le seguenti percentuali di attribuzione emozionale: speranza/fiducia 33%, tristezza/malinconia 21%, indifferenza/distacco 14%, rabbia/frustrazione 12%, paura/timore 9%.

Sul futuro, in materia di Covid-19, gli adolescenti appaiono per così dire “ragionevoli e lungimiranti”: per il 70% a livello nazionale e per l’83% a livello regionale toscano la situazione si risolverà però ci vorrà molto tempo; in sette casi su dieci si dichiara attenzione a non essere contagiati, e metà degli intervistati spende con oculatezza, pensando che con l’emergenza Covid-19 ci siano meno soldi per tutti. Non trova dunque affatto conferma una certa narrazione mediatica all’insegna di un popolo giovanile di “untori” la cui unica preoccupazione è godersi la vita, in barba a qualsiasi norma di sicurezza.

Infine, nel corso delle interviste sono stati adoperati anche alcuni item tratti dal questionario Q-PAD (uno strumento di misurazione degli atteggiamenti “profondi” degli adolescenti, con una possibile valenza diagnostica rispetto a situazioni di difficoltà o disagio), per una migliore comprensione delle dinamiche adolescenziali con particolare riferimento all’equilibrio personale e alla reale sicurezza in se stessi, nonché all’orientamento a programmare il proprio futuro.

I risultati indicano l’esistenza di un’area di disagio o fragilità potenziale compresa fra il 15 e il 20 per cento della popolazione adolescenziale complessiva, un target verso il quale occorrerebbe rivolgere una maggiore attenzione e predisporre degli specifici servizi di “facilitazione” allo sviluppo personale.

CONCLUSIONI

L’indagine esplorativa svolta su un doppio campione rappresentativo, nazionale e regionale toscano, di appartenenti alla Generazione Z, per fare il punto su come sia percepita oggi la condizione adolescenziale, da parte di chi adolescente lo è, restituisce un quadro complesso, sfaccettato e positivamente contraddittorio degli adolescenti stessi.

Da un lato, permangono elementi tradizionali della narrazione (e della percezione) dell’adolescenza come periodo, come fase di transizione della vita (“è difficile e spesso dolorosa”, “è una metamorfosi, un periodo di grande cambiamento”, “nell’adolescenza il comportamento è influenzato soprattutto dai sentimenti e spesso la ragione non è in grado di modificarlo”). E in questo gli adolescenti di oggi sono molto simili a quelli di ieri.

Dall’altro lato, emerge una rappresentazione di sé (da parte degli adolescenti) in termini prevalenti di auto-gratificazione e in qualche misura anche di auto-celebrazione (con la maggioranza degli adolescenti stessi che si definiscono ottimisti, belli esteticamente, buoni nel comportamento, forti, attivi, capaci di programmare le proprie giornate).

E in questo invece sono un po’ diversi da quelli delle generazioni precedenti, mostrando di risentire della cultura “estetizzante” e centrata sul mito della realizzazione individuale, in cui sono cresciuti, nonché del paradigma del “Sé narcisistico” che è alla base della cultura della post-modernità (e che coinvolge e riguarda gli adulti non meno che gli adolescenti).

Appaiono poi, gli adolescenti della Generazione Z, spaccati a metà sull’interessarsi di politica e sul credere in una religione. Ma a maggioranza essi credono nella forza eterna (in quanto connaturata all’essere umano) del sentimento dell’amore, nella famiglia e nel valore dell’istruzione e della formazione personale (contrariamente a quanto forse troppi adulti pensano), sono tendenzialmente soddisfatti della loro vita, vorrebbero sposarsi/convivere e avere dei figli come hanno fatto tutte le generazioni precedenti (a dimostrazione, dunque, che la denatalità in Italia non è una scelta vocazionale, bensì il risultato di una serie di specifiche condizioni sociali al contorno). Tuttavia, la metà di loro è anche convinta che “viviamo in un mondo veramente brutto”, e a maggioranza si definiscono “insicuri” ed “egoisti” (pur puntando, per contrasto, all’altruismo come valore).

Sono convinti, sempre a maggioranza, di piacere agli altri, ma molti di loro si descrivono come timidi e tendenzialmente introversi. Sono (nel dichiarato) prevalentemente idealisti e nel complesso si sentono abbastanza felici (anche perché, a differenza di alcune generazioni precedenti, non vivono, nella grande maggioranza dei casi, delle esplicite situazioni di conflitto con i genitori o con la famiglia). Però, se potessero, in maggioranza andrebbero via da casa (dimostrando, anche in questo, di essere del tutto simili, nei desideri esistenziali, alle generazioni che li hanno preceduti).

Poi ci sono i dati preoccupanti: più del 10% dichiara senza remore di sentirsi attirato dalle droghe; un terzo pieno (33%) ha pensato almeno qualche volta al suicidio; un adolescente su quattro (26%) afferma di aver subito degli atti di bullismo negli ultimi due anni; una quota approssimativamente del 20% dell’attuale popolazione adolescenziale, in base alle risposte fornite ad alcune scale tratte dal questionario Q-Pad, risulta in una condizione di fragilità e a rischio di disagio psicosociale.

A completare il quadro, curiosamente il 12% degli adolescenti maschi ritiene che i maschi stessi siano più intelligenti delle femmine, mentre – al contrario – il 43% delle femmine ritiene che le femmine siano più intelligenti dei maschi. A indicazione che, psicologicamente parlando, il genere dominante oggi è indubbiamente quello femminile. Sempre a maggioranza, si sentono prevalentemente sereni e portano nel cuore almeno un sogno per la loro vita, ma sanno anche che sarà difficile realizzarlo, dato che pensano a larga maggioranza (69%) che l’Italia non sia affatto un Paese meritocratico.

Gli piace il posto in cui vivono (questo vale in particolare per i residenti in Toscana), ma non hanno fiducia in chi ci governa. Infine, ritengono a stragrande maggioranza che i soldi siano importanti nella vita (91%). Dal punto di vista della psicologia simbolica, esplorata con un apposito test, i maschi hanno come archetipo di riferimento preferenziale il Bravo Ragazzo (intelligente, preparato, integrato socialmente), le femmine, il Caregiver (generoso, altruista, empatico).

In conclusione, come detto appare molto sfaccettata (e per certi versi davvero auto- contraddittoria) la prima generazione “mobile-first” della storia. La Generazione Z, quella dei “nativi digitali”. Non ancora diretti produttori di ricchezza, sono però dei notevoli “influencer” sui comportamenti di acquisto dell’intera famiglia. Sono fedeli “ricercatori di informazioni”, anche quando la ricerca riguarda prodotti e servizi commerciali (e proprio in questo mostrano il loro imprinting di “nativi digitali”). E oltre alla ricerca, amano imparare da auto-didatti: il 33% guarda lezioni online, il 20% legge libri di testo sul tablet, il 32% collabora con i propri colleghi (anche solo di studi) online. Utilizzano una media di cinque dispositivi di telecomunicazioni: smartphone, desktop, notebook, TV e tablet o iPad.

Tuttavia, per “agganciarli” bisogna fare i conti con una soglia di attenzione molto bassa: la media è di appena 8 secondi. Mostrano poi una forte preferenza tendenziale verso mezzi che prediligono la privacy, come Snapchat, Secret e Whisper (ancora poco diffusi in Italia, ma  destinati ad avere grande sviluppo anche qui).

Per quanto concerne l’orientamento valoriale generale, fare, creare e lasciare il segno: ecco lo spirito del tempo di questa nuova generazione di adolescenti. Un po’ leopardiani nel disincanto verso un mondo pieno di aspetti negativi, e di violenza latente. Un po’ alla “Ferragnez” nel percepirsi come una generazione in qualche modo baciata dalle dee della bellezza e della bravura. Un po’ seguaci di Elon Musk nell’immaginare che sarà la tecnologia a dominarci, e forse a farci realizzare i nostri sogni, più dei poco meritocratici adulti pretecnologici con cui si trovano a convivere.

Sicuramente, non una generazione di “bamboccioni” ma, proprio al contrario, una generazione da scoprire, un po’ cinica un po’ neoromantica, ma con un grande desiderio di positività e di valorialità reale, autentica, da vivere più che da sbandierare, alla quale stiamo dando in eredità un mondo difficile, che forse proprio le loro doti di nativi digitali, e i loro valori tenuti ancora nascosti, potranno rendere migliore.

 

 

 

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