Google News Initiative compie due anni.

Oggi è necessario costruire un futuro per il giornalismo in un momento in cui a causa anche della pandemia la domanda di giornalismo di qualità  è alta e la necessità per le aziende giornalistiche di una transizione al digitale  è fondamentale.

Nel comunicato Google si legge che nel  “pianificare il futuro, è utile sapere cosa abbiamo imparato dal passato”,  il concetto ci riporta a Giano Bifronte, di cui abbiamo discusso l’anno scorso al premio Nostalgia di futuro, che aveva un occhia davanti e l’altro dietro proprio per andare avanti senza dimenticare….

Negli ultimi due anni, Google News Initiative ha supportato più di 6.250 partner giornalistici in 118 paesi attraverso 189 milioni di dollari in finanziamenti globali, programmi, strumenti e risorse. Numeri non da poco.

Il punto dell’iniziativa oggi  è  il giornalismo di qualità, nuovi modelli di business sostenibili e più innovazione nelle redazioni. “Certamente non ci sono ancora tutte le risposte –  si legge nel comunicato – ma continueremo a testare nuove idee con partner ed editori in tutto il mondo”.

Mi ha incuriosito l’attenzione all’informazione locale . “Maggiore attenzione alla creazione di una crescita sostenibile per il locale, attraverso programmi come il Local News Experiments Project.” Questo è l’indirizzo futuro che è anche del passato perché il nostro Giovanni Giovannini (fondatore di TuttiMedia e Media Duemila), che quest’anno avrebbe compiuto 100 anni sostenne  nella ricerca  “A misura d’uomo” inchiesta sui giornali di provincia italiana che ” Il quotidiano di provincia deve essere in grado di offrire al propio lettore un prodotto di adeguato, più completo e più idoneo a soddisfare le sue esigenze”.

Oggi i giornalisti hanno a disposizione Pinpoint, uno strumento che permette di analizzare un’enorme quantità di documenti e far  risparmiare tempo che può essere dedicato alla  qualità.

Internet ha cambiato il nostro mondo. Ha cambiato il comportamento della società in modi che ci aspettavamo e in modi che non ci aspettavamo.

Due anni ho intervistato il francese Ludovic Blecher che dirige il fondo allora DNI m’incuriosì il suo passato a Liberation, anche perché il quotidiano è stato un po’ italiano via Carlo Caracciolo. Riporto l’intervista ancora d’attualità come il pensiero di Giovannini sui giornali di provincia.

Definisce Liberation, prodotto editoriale “disruptive”, dedito al fact checking, a dimostrazione che non è una pratica nuova, lo vedo quale  giornalista di transizione, rappresenta la tradizione che si tuffa nella fonderia per rinascere in forme diverse ma sempre di un giornalismo le cui fondamenta sono qualità e affidabilità.

Infatti di se dice: “È difficile essere un innovatore anche se hai sempre lavorato nel mondo delle avanguardie. Distruggere te stesso, per poi ricrearti è un lavoro complesso. Quando ho iniziato avevo tre sogni: essere un giornalista, esserlo a Liberation e creare prodotti digitali per il quotidiano”.

Realizzati tutte e tre, da quello che ascolto, ed anche di più perché oggi con il lavoro a DNI pone le basi per la nuova era dell’informazione.

Per Blecher affrontare cambiamenti non è una novità, ma è un dato di fatto che è molto difficile cambiare: “Il fondo nasce con l’obiettivo di facilitare questo processo nell’editoria europea”. Ed ecco che entriamo nel vivo del suo lavoro attuale: “L’iniziativa DNI serve proprio a dare spazio nelle redazioni a nuove forme d’informazione – spiega – legata a strumenti moderni e tecnologie utili ai gadget usati per accedere alle notizie”.

L’iniziativa che dirige non è certo la bacchetta magica dell’editoria: “Perché il DNA di ciascun prodotto editoriale è diverso – sottolinea – ed ogni editore deve trovare il suo”.

La maggior difficoltà è del mondo mainstream, in un mondo in cui bisogna individuare e seguire l’audience di riferimento l’Italia sembra essere in pool position per numero di progetti sostenuti dalla DNI. Quindi a dispetto dello stato tecnologico della nazione gli editori sono impegnati nella ricerca di nuove forme di business e fonti di guadagno: “In Italia si è investito in modernizzazione più che in innovazione – dice –. La sfida è trasformare i lettori più fedeli in sottoscrittori. Per fare questo è necessario la tecnologia. Machine learning, chatbot e tanto altro sono un sostegno indispensabile”.

I progetti scelti dal fondo sono finanziati in diversa misura, si parte da un minimo di 50mila euro, ma Google non entra nell’azionariato, si limita a cofinanziare. I fondi vanno ai paesidove nascono i progetti più interessanti, l’Italia né in testa a questa classifica come già detto. (Vedi immagine 1).

Passiamo a parlare di futuro: “Nessuna predizione, è pericoloso – dice – l’innovazione è un processo che sicuramente impatta sul modo di pensare ma  è impossibile sapere dove porta. Quello che è certo e che dobbiamo sperimentare e che vincerà la giusta informazione, rivolta al pubblico giusto con il mezzo giusto. Andare oltre la tradizione, puntare sulla complementarietà fra mezzi e modelli di business può essere una via per il successo”.

Il trend è dunque nella collaborazione vera “disruption” nel mondo delle news perché significa ridisegnare il lavoro giornalistico e puntare sull’interazione.

Mi incuriosisce  oggi come allora che il colosso di Mountain View dal combinato ricerca – news ricava poco in percentuale, eppure investe molto nell’editoria di frontiera perché crede in  “Un ecosistema informativo in buona salute è un bene per tutti”.