Il boom dello shale ha fatto diventare gli Stati Uniti il principale produttore di gas naturale al mondo. La Casa Bianca valuta ora se puntare sull’esportazione. I prezzi? Li decide il mercato

La rivoluzione dello shale gas ha trasformato gli Stati Uniti nel principale produttore di gas naturale del mondo ma l’impennata di offerta ha fatto tracollare i prezzi, soprattutto sul mercato interno. E se molte società americane hanno ridotto l’attività di esplorazione e produzione di gas dallo shale per sostenere le quotazioni – giudicate economicamente insostenibili a questi livelli – la Casa Bianca sta valutando l’opportunità di trasformare gli USA in un Paese esportatore di LNG. Tokyo si è già fatta avanti come potenziale acquirente e con il disco verde dell’amministrazione americana lo sviluppo dei terminali USA per l’export di LNG decollerebbe.

Quando sarà presa una decisione su questo fronte?

Ci vorranno dei mesi ma sicuramente è una questione che stiamo analizzando con attenzione, valutando ogni aspetto nell’interesse del Paese. L’export di LNG di certo rientrerebbe nella strategia complessiva dell’attuale Amministrazione, che prevede lo sfruttamento delle risorse domestiche nella direzione di una maggiore indipendenza rispetto alle importazioni estere di petrolio. Ponderare ogni singolo fattore, come stiamo facendo, significa anche valutare l’impatto sul Prodotto Interno Lordo degli Stati Uniti, sui posti di lavoro, sulla bilancia commerciale, sui prezzi e sulla disponibilità delle forniture, sempre garantendo sicurezza e tutela dell’ambiente.

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Barack Obama ha sostenuto la possibilità di utilizzare il gas naturale nel settore dei trasporti, a partire dai veicoli industriali.

Questo tema è particolarmente stimolante in questa fase. Personalmente sono rimasto molto colpito nell’osservare una stazione di rifornimento di CNG (compressed natural gas) in Alaska dove il prezzo era di 1,50 dollari al gallone. Il basso livello dei prezzi del gas naturale certo lo rende un carburante attraente anche per il settore dei trasporti. Anche questo rientra nella più ampia strategia di uno sviluppo sempre crescente di fonti domestiche.

Il Gas Exporting Countries Forum, che riunisce i principali Paesi produttori di gas naturale come Russia, Qatar e Iran, ha sollecitato un incontro con il rappresentante del dipartimento dell’Energia USA per un maggiore coordinamento nelle politiche sul gas. Come giudica questo appello?I
Ci sono tante occasioni di confronto durante gli innumerevoli meeting internazionali. Parliamo sempre con le nostre controparti ma quando si tratta di esportare LNG siamo molto cauti e, come dicevo, dobbiamo ponderare ogni fattore. Noi abbiamo regole diverse per i Paesi FTA (con i quali c’è un accordo di libero scambio) e quelli non-FTA. Dobbiamo prendere una decisione nell’interesse nazionale che sarà resa nota quando lo studio analitico sarà completato.

Secondo lei un maggiore coordinamento a livello globale può aiutare a sostenere le quotazioni del gas che alcune società americane giudicano al momento economicamente insostenibili?
Come Amministrazione abbiamo la forte convinzione che sia meglio far lavorare il mercato: è il mercato che deve decidere il livello dei prezzi del gas naturale come di tutto il resto. È la legge della domanda e dell’offerta che deve regolare le quotazioni. Sul fronte dell’esplorazione mi sembra che l’attività sia sostenuta. Ho recentemente visitato il sito shale di Fayetteville e c’è molto fermento. Viviamo in un mondo in cui il libero mercato e i prezzi a un certo punto sortiscono i loro effetti. Resto ermamente convinto che lo shale gas rappresenti una grossa opportunità per le imprese che mi sembrano consapevoli e pronte a raccogliere la sfida.

Al contrario, sul fronte del petrolio, c’è il timore che le tensioni con l’Iran possano provocare una ulteriore impennata dei prezzi come avvenne nel 2008, quando schizzarono a 150 dollari al barile?
Questa è una situazione che stiamo tutti monitorando con attenzione. Nessuno vuole il ripetersi di ciò che avvenne nel 2008. I prezzi del petrolio a questi livelli non favoriscono una ripresa economica sostenibile. E il venir meno alle richieste dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica da parte dell’Iran sta provocando una certa instabilità sul mercato del greggio.