I giornalisti Evgeniy Maloletka, Mstyslav Chernov, Vasylisa Stepanenko e Lori Hinnant sono i vincitori del Premio Pulitzer: si tratta degli unici giornalisti rimasti a Mariupol e hanno raccontato ai media internazionali del bombardamento della città da parte delle truppe russe.

Evgeniy Maloletka ha affidato la sua storia al “Museo delle voci civili della Fondazione Rinat Akhmetov”. Insieme al giornalista e videografo di AP Mstislav Chernov, è arrivato ​​in città il 24 febbraio 2022 un’ora prima dell’inizio dell’aggressione russa su vasta scala in Ucraina.

“Abbiamo sempre saputo che i russi volevano un corridoio di terra per la Crimea, quindi fin dall’inizio abbiamo elaborato un’idea, abbiamo guardato la mappa e ci siamo detti: ‘Ecco Mariupol sarà il punto’. – ha raccontato Maloletka – Mariupol era piena di gente ed era bloccata, non c’era modo di andarsene. Non ho mai visto un uso così massiccio dell’artiglieria prima, di certo non ho mai visto un uso così pesante di artiglieria e di attacchi aerei. Sembrava che se non potevano raggiungere la città, dovevano bruciarla. Una strategia medievale”.

“Fin dai primi giorni sono iniziati i bombardamenti e fin dai primi giorni hanno iniziato a portare in ospedale i feriti. – ha continuato il Premio Pulitzer – Con il permesso del primario abbiamo osservato e filmato in silenzio: c’erano persone e bambini con ferite alle gambe, alla testa e al busto. I medici lavoravano in regime di guerra: anche una piccola ferita poteva portare all’amputazione degli arti. Non c’era la quantità necessaria di medicine, condizioni igieniche, non c’era nemmeno un reparto di terapia intensiva, tutte le finestre erano rotte e faceva freddo. Ad un certo punto non avevamo più bisogno di filmare, ed abbiamo aiutato anche noi”.

Mariupol è anche la città dell’acciaieria Azovstal, uno dei più grandi impianti siderurgici d’Europa. E sede del lunghissimo assedio dei russi a migliaia di militari e civili ucraini asserragliati all’interno.

“L’Azovstal fumava. – ha ricordato il giornalista – Ho ricevuto più di duecento messaggi sui social network di chi cercava di trovare parenti o amici. In città non c’erano comunicazioni, non c’erano elettricità, acqua e gas. Le persone erano negli scantinati, e quindi non c’era solo un problema umanitario, ma anche la questione di informare su ciò che stava accadendo. Se fossimo caduti nelle mani dei servizi speciali russi, non sarebbe finita bene, i nostri nomi erano noti. Non ci siamo nascosti sotto pseudonimi, abbiamo scritto sempre i nostri veri nomi. All’epoca eravamo l’unico team di giornalisti che lavorava in città. Eravamo rimasti soli, ed eravamo gli unici occhi dei civili mentre i civili soffrivano”.

Il Museo delle voci civili ha raccolto circa 70mila storie di guerra. Si tratta del più grande archivio al mondo di storie di civili ucraini che hanno sofferto a causa della guerra. La sua missione è preservare la memoria degli eventi passati e presenti per il bene di un futuro migliore e pacifico, per evitare che le voci delle persone si trasformino in rumore bianco e i destini in statistiche senza volto. E per far sentire queste voci al mondo intero.

 

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Giornalista, esperto di comunicazione, copywriter. Laureato in Scienze della Comunicazione e successivamente specializzato in digital journalism e content marketing. Collabora con diversi quotidiani, portali web e agenzie di comunicazione, tra cui Media 2000, Antimafia 2000, iGv Network, Il Mattino.