Leggi il numero di Media Duemila dedicato all’industria 4.0

Il Piano ‘Industria 4.0’ è destinato a incrociare la strada soprattutto dei settori produttivi che quotidianamente hanno a che fare con le nuove tecnologie. Tra questi, il sistema dei media è sicuramente in prima linea. Da anni ormai è in corso un processo di continua trasformazione dei formati e del modo di fruizione dei contenuti da parte degli utenti. In questo senso, un ruolo fondamentale è rivestito dalle infrastrutture, dai sistemi di trasmissione e organizzazione dei ‘messaggi’. Di questi aspetti prevalentemente tecnici ne abbiamo parlato con Alessandro Capuzzello, ingegnere elettronico e responsabile Governance, Innovation e Security in RTI-Mediaset.
In che modo l’industria 4.0 può impattare sui processi produttivi nel campo delle telecomunicazioni?
Nei media la trasformazione digitale è in corso e i modi in cui si realizza sono eterogenei e probabilmente molto più radicali di quanto si percepisca. Un esempio per tutti è la migrazione ad un mondo che noi in gergo definiamo ‘tapeless’, senza l’utilizzo di supporti fisici per la conservazione, il reperimento e il caricamento dei contenuti video. Un passaggio complesso perché richiede di digitalizzare archivi fisici in cui sono conservati contenuti televisivi che hanno fatto la storia dell’intrattenimento del nostro Paese e il cui valore editoriale è ormai altissimo.
Che tipo di ‘prodotti e formati’ nuovi è possibile offrire all’utente con l’automatizzazione dei processi?
Nei media il video è diventato digitale in anticipo rispetto a tanti altri contesti; lo sviluppo e la moltiplicazione dei diversi formati video nella Rete sono la conseguenza forse più evidente di tale digitalizzazione. Il processo è ancora in corso ma gli equilibri dell’industria dei media sono stati modificati in modo straordinario: si pensi al ridimensionamento irreparabile dell’industria discografica e a come sia cambiata la ripartizione del mercato pubblicitario. La sperimentazione di nuovi formati è un’esigenza primaria proprio perché il nuovo modello, che certamente ha eroso i ritorni sulle piattaforme distributive di broadcasting, non ha parallelamente generato – al di là forse del mondo social e dell’ormai più che consolidato mondo del search – nuove fonti di valore per le media company.
In che modo stanno rispondendo le media company alla sfida lanciata dal ‘Piano’?
Basta osservare quanto stanno facendo internamente, automatizzando i processi di lavorazione. Ma anche esternamente, con la proposizione di nuovi modelli. Il flusso interno del video punta ad avere un workflow completamente integrato ed automatizzato, senza alcun utilizzo dei supporti fisici. Per farlo è necessario costruire un’infrastruttura di trasporto interna che dall’attuale SDI migri su ‘IP live studios’. La risposta nei confronti del mercato si suddivide, invece, tra quanto prodotto sul fronte di nuovi servizi – come la OTT TV – e quanto realizzato per indirizzare le nuove aree del mercato pubblicitario (attraverso, ad esempio, le tecnologie del programmatic advertising).
Qual è la vostra esperienza concreta ed Il modello di riferimento?
Si procede implementando alcuni cambiamenti ritenuti ineluttabili: la digitalizzazione del workflow di lavorazione del video e il consolidamento della capacità di erogare una offerta di servizi video over the top. Su queste aree si continua ad investire molto per conseguire risultati di primissimo livello, soprattutto in termini di qualità del servizio, in aperta competizione con i colossi internazionali del settore. Per quanto attiene al modello di riferimento la personalizzazione dei servizi e del messaggio pubblicitario costituisce un percorso ineludibile e, anche in tali ambiti, si sta investendo parecchio.
Quali sono i passaggi più agevoli da affrontare o che avete già affrontato?
Una trasformazione come quella intrapresa nel 2011, quando – primo broadcaster in Italia – lanciammo il servizio di pay tv, oggi sarebbe più agevole rispetto al passato, ma non si può dire ancora conclusa proprio perché siamo in procinto di innovare ulteriormente il servizio, riedificando completamente la base tecnologica. Altre aree in cui siamo già intervenuti sono quelle delle produzioni di Sport e News. E poi c’è la grande sfida della raccolta dei dati di visione: nell’ambito del progetto denominato Sele, siamo riusciti a realizzare un panel dell’audience di una peculiare base di utenti. I dati raccolti, relativi anche alle frequenze ricevute dal decoder, hanno inoltre permesso di verificare la copertura del segnale digitale terrestre nelle diverse aree del territorio Italiano. Le informazioni di Sele, infine, costituiscono un ‘data lake’ della piattaforma di gestione dei dati (DMP) che permette di personalizzare sempre di più il messaggio pubblicitario che inviamo ai nostri utenti del Web. Una vera e propria piattaforma per Big Data con una integrazione fra i dati televisivi e i dati della rete Internet che attualmente nessun altro nel Paese è ancora riuscito a realizzare.
Quali, invece, quelli che richiederanno gli sforzi maggiori?
La migrazione degli studi di produzione su infrastruttura IP richiederà sicuramente molto tempo e notevoli investimenti, perché bisognerà sostituire gli apparati principali e tutte le attuali cablature con fibre ottiche. La scelta tecnologica per gli ‘IP live studios’ è ancora in fase di studio e valutazione dato che vi sono due approcci principali, contrapposti, proposti da due organizzazioni: AIMS ed ASPEN. Si spera che queste due soluzioni, anche se avverse, una volta a regime raggiungano la piena interoperabilità.
Che cosa ci dobbiamo aspettare in futuro dal sistema dei media?
La dematerializzazione dei media continuerà ad apportare cambiamenti nelle modalità di fruizione, portando avanti l’evoluzione della ‘dieta mediatica’ dei più giovani. Avremo consumi su nuovi apparati in orari prima considerati improbabili. In tale contesto il passaggio più dirompente che intravediamo è l’avvento della realtà virtuale e della realtà aumentata. Non sappiamo se queste proposizioni si affermeranno su larga scala o se rimarranno limitate a pochi contesti (come, ad esempio, il gaming). Di certo possiamo dire che le dimensioni classiche di fruizione del video sembrano oggi insufficienti, gli utilizzatori avanzati guardano già ad un mondo e ad un contesto immersivo in cui noi utenti siamo dentro il media, ne siamo parte integrante. Parallelamente tutta la realtà intorno a noi si arricchisce di informazioni in modalità ‘aumentata’. Che dire, ne vedremo delle belle!

Alessandro Capuzzello