E’ l’ennesima diatriba del tipo ‘l’uovo e la gallina’: è il mecenatismo, la sponsorizzazione, la pubblicità, a fare bene alla cultura?, o è la cultura a giovare ai mecenate, agli sponsor e a chi la usa come veicolo di pubblicità? Quel che pare chiaro, dalla notte dei tempi, o almeno dall’alba dei tempi, cioè da quando l’uomo ha raggiunto un livello di civiltà adeguato, da quando – per intenderci – comincia la storia, è che la pubblicità, nell’evoluzione delle sue forme, e la cultura vanno di conserva e si tengono l’un l’altra sottobraccio, senza che l’una sorregga l’altra. Edoardo Bennato direbbe in musica che “sono in società”, come il gatto e la volpe.

Certo, il flusso di denaro è spesso univoco. Come il flusso di prestigio è univoco e va, ovviamente, in direzione contraria: mica andate a visitare il Colosseo perché l’ha ripulito da smog e piogge acide l’azienda tal dei tali, né andate a vedere la cappella Sistina perché un’altra azienda ha contribuito a restituire brillantezza ai suoi colori. Però, una volta che ci siete, un pensiero a chi vi consente di fruire meglio di un monumento o di un’opera d’arte ce lo fate. E magari ve ne ricordate, quando dovete fare una scelta d’acquisto che non ha nulla di culturale.

La cultura, poi, è pure fonte d’ispirazione inesauribile per i pubblicitari, che hanno spesso l’estro dei poeti. Quanti spot o campagne citano in modo esplicito opere d’arte e letterarie, film e spettacoli; e quanti li citano in modo meno esplicito, con ammiccamenti talora difficili da cogliere per il grande pubblico. Senza contare il traino che l’uomo di cultura evidentemente assicura al prodotto: uomini di cultura, non di spettacolo. I nostri spot sono, dall’epoca di Carosello, fitti di riferimenti culturali e di personaggi come Dante e Leonardo, senz’altro il più sfruttato nei messaggi pubblicitari, forse perché – oggi si direbbe – ‘multitasking’.

Una riprova del fatto che il rapporto pubblicità / cultura è vicendevolmente proficuo è che lo ritroviamo in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini, in tutti i regimi: anche quelli totalitari, che magari lo riducono a un più terra terra ‘panem et circenses’; e persino quelli che, negando l’iniziativa economica individuale, riservano allo Stato il mecenatismo, che però praticano a gloria dei potenti.

Del resto, i mecenati del passato, i committenti dei Grandi, re e principi, banchieri e uomini d’arme, mica erano mediamente migliori di quelli attuali: spesso, l’opera d’arte incoraggiata era un ‘trompe l’oeil’ della storia, dietro cui nascondere magagne e misfatti.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.