In un tempo fluido e attraversato da trasformazioni profonde, Marco Emanuele, nel suo articolo: “I pozzi avvelenati e la morale dei leader” – riprende le  mie tesi  attraverso la proposta di un’immagine potente: i “pozzi vitali” sono inquinati. Il primo da bonificare è il linguaggio, ormai parte integrante dell’azione strategica e geopolitica. Infatti nel mio ultimo libro “L’Uomo quantistico” edito da Rai Libri parlo dello scontro attuale fra il linguaggio, primo software dell’uomo, e la macchina che lo sta usando.

The GlobaEye

All’articolo di Emanuele diffuso attraverso la newsletter di The GlobalEye  (Lab-ThinK Tank sulla complessità) che affronta il tema della  de-generazione del linguaggio occorre affiancare due concetti centrali del mio pensiero: il senso comune come infrastruttura cognitiva condivisa e lo scontro tra sistemi operativi come nuova forma del conflitto globale.

Il senso comune frammentato

La mia idea di senso comune non è un semplice insieme di opinioni diffuse, ma una vera architettura cognitiva collettiva, una piattaforma invisibile che rende possibile convivenza e cooperazione. Nell’era digitale questa infrastruttura viene costantemente riscritta da media, piattaforme, algoritmi e narrazioni strategiche. Quando il linguaggio si inquina attraverso propaganda, polarizzazione e disinformazione, non si altera solo il dibattito pubblico: si compromette il senso comune stesso.

La crisi morale evocata nel testo è il punto  di contatto diretto: se il senso comune si frammenta, anche la morale diventa umorale, imprevedibile e manipolabile, perché viene meno il terreno condiviso su cui negoziare i significati. Il disorientamento “onlife”, dove online e offline coincidono, è così il sintomo di una frattura più profonda: la destabilizzazione dell’intelligenza collettiva.

Scontro fra sistemi operativi

Descrivo il conflitto contemporaneo con una metafora tecnologica: non è più soltanto uno scontro tra Stati o ideologie, ma tra sistemi operativi. Ogni grande potenza o “impero sovrano” propone implicitamente un proprio sistema operativo culturale, politico e tecnologico, fatto di regole, valori, modelli di governance, infrastrutture digitali e narrazioni. Il confronto non si gioca solo nei territori fisici – dall’Ucraina a Striscia di Gaza – ma nelle architetture dell’informazione, nei protocolli tecnologici e nei modelli di società: è una competizione per stabilire quale “codice” debba governare il mondo. In questo quadro la moralità dei leader diventa parte dell’interfaccia del sistema operativo, una giustificazione narrativa che legittima scelte strategiche e pretende universalità; ma quando la morale si riduce a strumento di potere, rischia di trasformarsi in codice escludente.

Se il linguaggio degenera

Il parallelo tra i due livelli è chiaro: il linguaggio rappresenta il livello applicativo e visibile; il senso comune funziona come un middleware che consente l’interoperabilità sociale; il sistema operativo costituisce l’infrastruttura profonda che regola comportamenti, poteri e visioni del mondo. Se il linguaggio degenera, il senso comune si frantuma; e quando il senso comune si frantuma, lo scontro tra sistemi operativi diventa inevitabilmente conflittuale anziché cooperativo. La “legge della giungla” evocata nel testo di Emanuele coincide con il fallimento dell’interoperabilità tra sistemi: in assenza di un protocollo condiviso, prevale la forza.

Qui si innesta il punto più radicale del mio pensiero: la rivoluzione tecnologica non è solo tecnica, ma antropologica. Governare l’innovazione significa decidere quale forma di umanità vogliamo potenziare, scegliendo tra un sistema operativo fondato su controllo, separazione e punizione oppure uno basato su cooperazione, complessità e intelligenza condivisa.

Disinquinare i pozzi

Disinquinare i pozzi significa allora ripulire il linguaggio, ricostruire un senso comune inclusivo e progettare sistemi operativi compatibili con la dignità umana. La grande transizione non può essere lasciata alla legge del più forte: se il conflitto oggi è tra architetture cognitive e tecnologiche, la risposta deve essere una nuova alfabetizzazione sistemica, capace di comprendere il codice che ci governa per poterlo riscrivere.

Come suggerisce Marco Emanuele la responsabilità storica è  non permettere che il lato de-generante dell’umano diventi il software dominante del nostro tempo.

 

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Derrick de Kerckhove
Direttore scientifico di Media Duemila e Osservatorio TuttiMedia. Visiting professor al Politecnico di Milano. Ha diretto dal 1983 al 2008 il McLuhan Program in Culture & Technology dell'Università di Toronto. È autore di "La pelle della cultura e dell'intelligenza connessa" ("The Skin of Culture and Connected Intelligence"). Già docente presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università degli Studi di Napoli Federico II dove è stato titolare degli insegnamenti di "Sociologia della cultura digitale" e di "Marketing e nuovi media".