La fisica, classica e quantistica, come paradigmi delle ecologie dei media
Sulla migrazione del reale dal contesto-indipendente al contesto-dipendente
A Eva Berger, il cui Context Blindness (2022) mi ha fornito l’asse attorno al quale ruota l’intera argomentazione.
Il contesto
Il 26 giugno (2026) ho avuto il grande onore di essere invitato a Winnipeg in Canada, a Crossing Borders in Our Global Village per tenere una keynote in occasione del Congresso annuale della Media Ecology Association, un’assemblea internazionale di studiosi e accademici per i quali l’eredità di Marshall McLuhan continua ad avere senso ed è più urgente che mai.
Avevo proposto di rivisitare il famoso aforismo «Il mezzo è il messaggio» confrontando – e potenzialmente prevedendo – i messaggi della fisica classica e di quella quantistica. Questo tema mi è apparso come uno dei più importanti attraversamenti di frontiera nella storia dell’umanità.
Preludio: la realtà scarseggia
Dalla filosofia naturale di Aristotele alla meccanica newtoniana, passando per la descrizione di Kuhn di come cadono i paradigmi (Kuhn 1962), la cultura occidentale ha imparato a immaginare la realtà come ordinata, esterna, misurabile e progressivamente conoscibile. La fisica classica non si è limitata a descrivere un mondo del genere; ha contribuito a renderlo senso comune. La fisica quantistica sconvolge quell’eredità, e lo fa nel momento peggiore possibile per la nostra serenità, perché le macchine che abbiamo appena costruito la stanno sconvolgendo dall’altra parte. Questo articolo affronta l’attuale rivoluzione scientifica non dall’interno della fisica, ma dall’ecologia dei media, dallo studio di come i nostri strumenti di pensiero allenino la percezione, autorizzino le prove, organizzino l’immaginario sociale e decidano silenziosamente ciò che una cultura è autorizzata a definire reale.
Ecco la notizia lampo che organizza tutto ciò che segue: la realtà scarseggia. La fisica classica fa apparire la realtà solida, definitiva e indipendente da noi. La fisica quantistica indica che non è nulla di tutto ciò, che in fondo alle cose nulla rimane immobile, nulla è prestabilito, e l’esito di un’osservazione dipende dalle condizioni in cui viene effettuata. Si è tentati di alzare le mani e dichiarare che nulla è reale. Sarebbe un errore. Ciò che è probabile, sebbene non dimostrabile, è più sottile e interessante: che l’esperienza della realtà sia una questione di contesto. Quando un oggetto di osservazione o di sensazione entra nel nostro campo visivo, la percezione viene risvegliata dal contesto in cui esso appare. Ciò vale sia per la fisica classica che per quella quantistica, ma per ragioni opposte. E la differenza tra queste due ragioni è la differenza tra due civiltà.
Prendo spunto da Eva Berger. In Context Blindness sostiene che, avendo delegato la lettura del contesto alle tecnologie contestuali (social media, localizzazione, sensori), siamo diventati noi stessi «ciechi al contesto», una condizione che lei definisce come un sintomo evolutivo e che chiama, con malizia da scienziata, Homo caetextus (Berger 2022). Da lei prendo in prestito non la diagnosi, ma l’asse diagnostico: che il modo più profondo per interpretare una cultura, o una fisica, è attraverso il modo in cui essa gestisce il contesto. E a quel punto l’ironia si scrive da sé. Ciò che Berger diagnostica come la nostra cecità emergente è stato, per tre secoli, il nostro supremo risultato cognitivo. La fisica classica è stata il trionfo dell’astrazione alfabetica, precisamente del liberarsi dal contesto, e da questo potere intellettuale di spogliare un fatto delle sue circostanze e renderlo valido ovunque e in nessun luogo. La frontiera della fisica e dell’intelligenza artificiale ci sta ora trascinando nella direzione opposta, verso un mondo in cui nulla può essere compreso al di fuori del proprio contesto.
L’intera argomentazione si basa quindi su un’unica migrazione, da un polo libero dal contesto a uno guidato dal contesto, e lo stesso ago oscilla su tre registri contemporaneamente. Nei nostri media, dalla scrittura alfabetica al riconoscimento digitale di schemi. Nella nostra fisica, dalla fisica classica a quella quantistica. Nella nostra cognizione, dal riconoscimento del significato al riconoscimento di schemi. Questi non sono tre temi che si affiancano. Sono un unico asse che indossa tre vesti. Il compito di questo saggio è quello di provarle una dopo l’altra.
- L’alfabeto e il suo impero
Prima ancora di veicolare un singolo pensiero, l’alfabeto compie un’operazione, e la compie su tutto ciò che tocca: prende un flusso e lo taglia a pezzi. La voce è un fiume continuo, caldo e che svanisce nell’istante stesso in cui viene pronunciato; l’alfabeto congela quel fiume in una manciata di segni piccoli, silenziosi e privi di significato, due dozzine di lettere che di per sé non significano nulla e tutto nella loro disposizione. Scrivere significa analizzare. Analizzare significa spezzare un tutto vivente in parti morte che si possono contare, conservare e riorganizzare a piacimento. Havelock (1963) e Ong (1982) hanno tracciato le conseguenze di questo processo sulla mente greca; il punto che voglio sottolineare è più ristretto e più incisivo, ed è stato proprio i Greci stessi a metterlo in luce.
Avevano un’unica parola per indicare quelle parti, ed è la parola più rivelatrice di tutta questa storia. Stoicheion significava una lettera dell’alfabeto, un elemento della materia e un passo di una dimostrazione, ovvero le unità in cui si dividono le sillabe, le unità in cui si dividono i corpi e le proposizioni da cui si costruisce una dimostrazione. Due dozzine di esse sono le lettere; quattro di esse sono gli elementi del mondo. Quando Aristotele riporta la teoria atomica di Leucippo e Democrito, spiega la materia ricorrendo all’ortografia: gli atomi differiscono come differiscono le lettere, nella forma (A da N), nella disposizione (AN da NA) e nella posizione (N da Z) (Aristotele, Metafisica I.4, 985b; e i significati di stoicheion in V.3). L’intuizione fondante è combinatoria: unità discrete prive di significato, ricombinate, che generano un mondo; questa è precisamente l’intuizione dell’alfabeto che descrive se stesso e definisce tale descrizione «fisica» (Diels 1899). Euclide non sentì il bisogno di inventare un titolo per il più classico di tutti i testi classici; chiamò semplicemente la sua geometria Stoicheia (Elementi), un libro di lettere. Una sola parola designa gli elementi costitutivi del linguaggio, della materia e della ragione.
L’alfabeto ci ha anche lasciato in eredità l’analisi come metodo, e qui vale la pena correggere un piccolo ma persistente errore. Il metodo analitico non fu inventato da Cartesio. Egli lo ereditò quasi alla lettera dall’antichità, e ne era consapevole: nelle Seconde Rispose definisce l’analisi il modo che mostra come una cosa sia stata scoperta e si lamenta che gli antichi geometri la custodissero gelosamente come un mistero sacro (Cartesio 1641). Il suo locus classicus è il Fedro di Platone, dove la dialettica procede in due fasi: la raccolta, ovvero il riunire i particolari sparsi in un’unica forma, e la divisione, ovvero il sezionare una forma lungo le sue giunture naturali, come un macellaio esperto che non frantuma le parti (Platone, Fedro 265d–266c). L’immagine del macellaio è la metafora fondante dell’analisi, ed è la scomposizione in elementi, esattamente la regola di Cartesio di dividere ogni difficoltà in tante parti quante ne ammette. La fase ascendente, l’ascesa da molte istanze alla forma unica, è stata drammatizzata da Platone come la scala di Diotima nel Simposio (210a–212a). Il meccanismo completo, raccolta e divisione, è platonico; la geometria che lo ha portato fino a Cartesio è quella di Pappo; la disposizione che ha reso tutto ciò pensabile è alfabetica.
Questo è ciò che Logan e McLuhan hanno definito «effetto alfabetico»: l’affermazione secondo cui l’alfabeto fonetico ha fornito un ambiente favorevole all’astrazione, al diritto codificato, alla logica deduttiva, al monoteismo e alla scienza astratta, e che ciò costituisce gran parte della risposta all’antico enigma del perché tale scienza sia sorta in Occidente e non in Cina (McLuhan e Logan 1977; Logan 1986). Erano cauti, e lo dovremmo essere anche noi: l’alfabeto è un fondamento, non una leva. Non ha causato l’atomismo; ha reso l’atomismo esprimibile, ed è emerso, spontaneamente, proprio nella metafora a cui una cultura ha attinto per illustrare la sua idea nuova e più audace. Questa è la mossa distintiva dell’ecologo dei media: il mezzo è il fondamento, invisibile, che si manifesta in ciò con cui un popolo improvvisa quando cerca di dire qualcosa che non ha mai detto prima.
Chiamiamo la disposizione che ne deriva il sistema operativo libero dal contesto. Le sue pulsioni cognitive sono l’analisi, l’astrazione e la rappresentazione. L’astrazione è la spogliatura del contesto: un fatto reso trasportabile grazie alla rimozione delle sue circostanze. La rappresentazione è il segno che significa lo stesso ovunque si sposti. E l’osservatore che ne risulta è quello distaccato, che si trova a una distanza di sicurezza, guardando dall’interno della propria mente, il punto di vista, l’individuo autonomo che la stampa avrebbe presto riprodotto in milioni di copie identiche. La fisica classica è questo sistema operativo diventato sicuro di sé e vastissimo. Ha scomposto il flusso continuo della natura in particelle, forze e istanti, li ha disposti in uno spazio pulito e uniforme, e li ha fatti funzionare secondo leggi che valevano a Padova come nelle Pleiadi, osservati da un osservatore che non si trovava in nessun luogo in particolare e che quindi poteva affermare di trovarsi ovunque. Conoscenza spogliata del contesto. E questa spoliazione non era una debolezza; era un superpotere. Poi, a partire dell’innovazione gutemberghiana, ci ha regalato sei secoli di quasi tutto.
L’impero dell’alfabeto fu costruito industrializzando l’alfabeto stesso. La stampa non era semplicemente un’ulteriore forma di scrittura; era il linguaggio reso ripetibile, identico e distribuibile in massa, in breve, l’effetto alfabeto meccanizzato (Eisenstein 1979; McLuhan 1962). Il testo fisso e riproducibile ha fornito alla scienza la sua documentazione cumulativa; le lingue vernacolari standardizzate hanno dato alle nazioni i loro confini; la lettura silenziosa e privata ha prodotto in massa l’individuo autonomo con opinioni proprie; e la pagina uniforme e intercambiabile è diventata il modello mentale della parte intercambiabile, la catena di montaggio prima ancora che esistesse la catena di montaggio. La stampa è il momento in cui l’alfabeto smette di essere un’abitudine cognitiva greca e diventa la «civiltà occidentale» come sistema artificiale ed esportabile.
Infatti, cosa fondamentale, l’alfabeto non si limitò semplicemente a descrivere quel mondo, ma creò la categoria stessa in cui un mondo del genere potesse essere definito. Shapin e Schaffer hanno dimostrato come il programma sperimentale del XVII secolo abbia prodotto la moderna «realtà oggettiva» attraverso tre tecnologie: una materiale, l’apparato; una sociale, le convenzioni della testimonianza credibile; e una letteraria, il resoconto stampato, grazie al quale gli assenti potevano diventare testimoni virtuali di un esperimento che non avevano mai visto (Shapin e Schaffer 1985). La tecnologia letteraria è ancora una volta l’effetto alfabeto: la stampa diffonde l’osservazione distaccata e le conferisce autorevolezza. Ed ecco il dettaglio che avrà importanza in seguito: nemmeno i fatti di Boyle furono mai presentati come certezze. Erano considerati probabili, condivisi da una comunità e legati a un particolare ordine politico. Il regime privo di contesto era, fin dalla sua nascita, un consenso costruito su chi avesse il diritto di testimoniare il reale.
Poi l’elettricità iniziò, silenziosamente, a dissolverla. Il telegrafo fu il punto di svolta, la prima elettrificazione dell’alfabeto. La sua importanza, come sosteneva Carey, stava nel fatto che produsse la separazione decisiva tra comunicazione e trasporto: per la prima volta il messaggio superò il messaggero, il simbolo si muoveva indipendentemente da qualsiasi corpo, cavallo o treno, e più velocemente di essi (Carey 1989). Fu anche il primo prodotto dell’industria dei beni elettrici, la prima delle industrie basate sulla scienza. E il dettaglio che lo rende nostro: il codice Morse ricodifica l’alfabeto in un sistema binario di punti e linee che scorrono su un filo, ovvero l’alfabetizzazione dissolta in impulsi elettrici, il digitale allo stato larvale, arrivato con due secoli di anticipo. Da lì l’ago accelera la sua oscillazione. La radio ha riportato in auge un’oralità elettrica e ha ritribalizzato le comunità sulla base della lingua parlata che condividevano, amplificando il tamburo tribale in nazionalismo linguistico e, per ben due volte, in guerra totale (McLuhan 1964). La televisione ha trasformato il cittadino-guerriero nel consumatore sul divano. Ogni passo ha allontanato ulteriormente la cultura dal polo alfabetizzato e privo di contesto verso uno guidato dal contesto, preparando il terreno per il digitale, che non si sarebbe limitato a trasmettere elettricamente il linguaggio, ma avrebbe iniziato a sostituire il significato con lo schema a tutti gli effetti.
2. Dal linguaggio allo schema
La digitalizzazione è anche un’industrializzazione, ma non, come tutte le trasformazioni che l’hanno preceduta, un’industrializzazione del linguaggio. È l’industrializzazione del riconoscimento degli schemi. Per comprendere cosa c’è in gioco, dobbiamo considerare le due strategie cognitive che ora sono in aperta competizione. Il riconoscimento del significato è la strategia del simbolo: esso rappresenta, rimanda, ripropone lo stesso contenuto ovunque il segno venga veicolato. È per sua natura svincolato dal contesto, ed è una conquista tardiva, limitata e in gran parte umana, la corona che l’alfabetizzazione ha posto sulla cognizione. Il riconoscimento dei modelli è il fenomeno più antico e profondo, ed è intrinsecamente guidato dal contesto, perché un modello è sempre e solo un modello in una situazione, e si traduce in una risposta solo quando un contesto lo racchiude.
Il fatto che il riconoscimento dei modelli sia l’operazione di sopravvivenza di ogni forma di vita non è più una metafora, ma qualcosa di vicino a un principio fondamentale delle scienze della vita. In base al principio dell’energia libera, ogni sistema vivente, dal batterio al cervello, persiste riducendo al minimo le sorprese, prevedendo il proprio mondo abbastanza bene da mantenere unita la propria organizzazione contro la spinta dell’entropia; la sintesi di Friston è quasi un proverbio: evita le sorprese e durerai più a lungo (Friston 2010; Parr, Pezzulo e Friston 2022). La vita è riconoscimento di schemi. Il riconoscimento del significato è un’aggiunta specializzata e tardiva che si sovrappone a esso.
Ed è qui che un’affermazione che suona provocatoria diventa precisa. Il riconoscimento di schemi non rappresenta; comanda. Nella versione dell’inferenza attiva del quadro dell’energia libera, percezione e azione sono la stessa operazione vista da due lati: un organismo o aggiorna il proprio modello per adattarlo al mondo, oppure agisce sul mondo per far sì che il mondo si adatti al proprio modello (Clark 2016; Parr, Pezzulo e Friston 2022). Questa seconda modalità è un comando nel senso letterale del termine; lo schema non raffigura uno stato di cose, ma impartisce un’istruzione per realizzarlo. Il modello è imperativo, non indicativo. La tradizione anti-rappresentazionista nelle scienze cognitive si muoveva in questa direzione già da decenni, dall’enazione di Varela, secondo cui la cognizione genera un mondo anziché rispecchiarlo, ai robot che si muovevano senza alcuna mappa interna (Varela, Thompson e Rosch 1991). L’energia libera semplicemente sottolinea questo concetto riguardo a tutta la vita, piuttosto che alle sole macchine intelligenti.
La digitalizzazione inverte l’antica gerarchia. Per gran parte della storia documentata, il significato era al di sopra del modello; il simbolo dominava il segnale. L’intelligenza artificiale è il riconoscimento dei modelli industrializzato e scalato fino a poter assoggettare e sminuire il significato. Il linguaggio e il significato non vengono eliminati, ma cooptati, scavalcati e messi al lavoro da un motore di modelli che non ha alcun bisogno del loro riferimento. La strategia cognitiva dominante dell’ordine emergente è quella che condividiamo con ogni essere vivente, non quella che pensavamo ci rendesse speciali.
3. La crisi epistemologica
Dal modello linguistico di grandi dimensioni (Large Language Model), la macchina osserva e corela le variazioni, posizioni e frequenze di correlazioni tra di loro; è un riconoscimento di schemi scalato fino a poter contraffare il riconoscimento del significato, ed è proprio questa contraffazione a scatenare la crisi. L’obiezione fondamentale all’idea che tali sistemi «capiscano» è proprio questa: il significato non può essere appreso dalla sola forma (Bender e Koller 2020). Il loro polpo, che intercetta un cavo sottomarino e impara a imitare gli esseri umani alle due estremità, acquisisce la struttura statistica del loro linguaggio senza mai vedere il mondo che esso descrive; possiede i modelli, ma non il riferimento. Il pappagallo stocastico è la stessa argomentazione su larga scala, un sistema che cuce insieme sequenze di forme linguistiche in base alla probabilità, fluente, plausibile e vuoto, la cui fluidità continuiamo a scambiare per comprensione (Bender et al. 2021). Detto questo, l’avanzamento rapidissimo delle tecnologie di riconoscimento indica che ci arriva a sistemare sotto-modelli di inferenze e di generalizzazione di contesti che portano alcuni scienziati a parlare d’intelligenza semantica. Non siamo ancora all’intelligenza umana, ma la via sembra aperta.
Se si definisce con precisione il pericolo, esso diventa la crisi epistemologica della nostra epoca. Non è che le macchine abbiano acquisito significato. È che lo schema ha imparato a indossare così bene il volto del significato che non riusciamo più a distinguere, a prima vista, ciò che è rappresentato da ciò che è meramente schematico. Quando il riconoscimento degli schemi riesce a imitare perfettamente il riconoscimento del significato, il criterio del reale si sgancia silenziosamente dai propri ormeggi, scivolando dalla verità e dal riferimento verso la fluidità e la plausibilità. Questo è ciò che significa, concretamente, dire che la realtà scarseggia: non che la realtà sia svanita, ma che la sua contraffazione è diventata indistinguibile dall’originale, cosicché il lavoro di distinguerle, un tempo distribuito tra un pubblico colto, ora non ha più spazio dove poggiare.
E poiché lo schema comanda piuttosto che rappresentare, la crisi è politica prima ancora che filosofica. Chiunque comandi lo schema comanda ciò che passa per reale e comanda senza dover a nessuno un significato, perché lo schema non argomenta, agisce. Un regime di evidenza che si basa sulla plausibilità piuttosto che sul riferimento è un regime in cui la domanda chi autorizza il reale? diventa sia urgente sia rispondibile nel modo sbagliato. Tornerò su questa domanda, perché è il cardine dell’intero ragionamento etico. Ma prima la svolta più profonda, ovvero che i fisici hanno raggiunto questo stesso territorio un secolo intero prima delle nostre macchine, e seguendo la strada opposta.
4. La lettera che ha smantellato l’alfabeto
Il paradosso all’origine della fisica quantistica è il più bello capovolgimento nella storia del pensiero, ed è esattamente un capovolgimento mediatico-ecologico. L’operazione fondamentale dell’alfabeto è la discretizzazione, ovvero la suddivisione di un continuum in un insieme finito di unità discrete e numerabili. La quantizzazione è quella stessa operazione applicata all’energia. Così, quando il più piccolo pacchetto di energia fu isolato per la prima volta, il gesto fondante dell’alfabeto veniva compiuto sul mondo fisico al suo livello più elementare. L’uomo che lo compì non voleva altro che una rivoluzione.
Alla fine del XIX secolo Max Planck, un fisico profondamente conservatore, si propose di portare a termine la descrizione classica di come un corpo caldo emetta luce. Non voleva per niente ribaltare qualcosa; voleva semplicemente presentare l’articolo definitivo. E stava compiendo l’atto analitico più puro che esista, alla ricerca dell’elemento ultimo, dell’unità più piccola e indivisibile, e lo trovò, dandogli il nome più significativo che si potesse immaginare: il quante elementare di azione, il quantum. L’ultima lettera, l’atomo dell’alfabeto dell’energia. Ma per trovarlo dovette infrangere le proprie convinzioni. Per far quadrare i numeri con quella che in seguito sarebbe stata chiamata la catastrofe dell’ultravioletto, dovette ricorrere alla quantizzazione per frammentare il continuo liscio dell’energia in granelli numerabili, e nel momento stesso in cui lo fece, il mondo classico si frantumò sotto i suoi piedi. Lo definì un atto di disperazione, affermò che bisognava trovare un’interpretazione a qualsiasi prezzo e si dichiarò pronto a sacrificare le sue precedenti convinzioni sulla fisica (Planck, in Kumar 2008). Sacrificò più di quanto immaginasse. Era un uomo che non credeva negli atomi e non credeva che la natura potesse funzionare sulla base della probabilità, poiché il caso non avrebbe mai potuto fornire una risposta assoluta. Così, fu costretto, contro tutto ciò in cui credeva, a ricorrere alla statistica di Boltzmann come unico strumento in grado di salvare la sua equazione. Non riuscì mai a farne una ragione; ci volle un uomo più giovane e audace, Einstein, per esaminare il pacchetto accettato a malincuore da Planck e dichiararlo reale.
Questa è la quarta legge di McLuhan, ‘reversal’, la legge dell’inversione: qualsiasi processo spinto al limite del proprio potenziale si ribalta nel suo opposto (McLuhan e McLuhan 1988). Ecco la più grande inversione di cui disponiamo. L’analisi, la spinta alfabetica libera dal contesto, perfezionata al massimo, ha dissolto proprio il mondo che l’analisi stessa aveva costruito. L’alfabeto, al suo limite, ha divorato il proprio cosmo. Il metodo libero dal contesto ha dato vita, nel momento del suo trionfo, a una fisica che non riesce in alcun modo a liberarsi del contesto. Perché l’unica cosa che il quantistico si rifiuta di fare è stare fermo ed essere una cosa indipendente. Esso indugia. Mantiene aperte diverse possibilità contemporaneamente, ponderate ma indecise, e si stabilizza in un unico risultato solo quando un contesto si chiude attorno ad esso: un apparato, una misurazione, una situazione. E questa non è una metafora vaga, ma un teorema rigoroso. La contestualità quantistica, stabilita da Kochen e Specker, dimostra che la meccanica quantistica non ammette alcuna interpretazione in cui il risultato di una misurazione sia fissato indipendentemente da quali altre misurazioni compatibili vengano effettuate parallelamente (Kochen e Specker 1967). L’esito nasce dal contesto, non viene semplicemente rivelato da esso. La fisicista quantistica Karen Barad ha costruito un’intera ontologia su questo fatto. Nel suo realismo agenziale l’unità di base è il fenomeno, definito come l’inseparabilità ontologica di agenzie che interagiscono tra loro; oggetti e strumenti non precedono il loro incontro ma emergono da esso, l’apparato è una condizione di ciò che diventa determinato piuttosto che una finestra neutra su di esso, e le separazioni che tracciamo tra osservatore e osservato sono messe in atto, secondo la sua espressione, da tagli agenziali (lo chiama ‘cut’, Barad 2007). È significativo che giunga alla sua posizione elaborando lo stesso risultato di Kochen–Specker: il teorema è il cardine tra fisica e filosofia.
Una volta che l’osservatore si trova all’interno del fenomeno, un’intera schiera di fisici giunge alla stessa soglia. Wheeler cancellò la parola «osservatore» e scrisse al suo posto partecipante, condensando una vita di speculazioni nello slogan it from bit: il mondo fisico scaturisce, in fondo, da atti di interrogazione che sono essi stessi discreti (Wheeler 1990). Fuchs in seguito riunì Wheeler, l’interpretazione relazionale di Rovelli e il proprio QBismo sotto la bandiera del realismo partecipativo, proprio per confutare l’accusa secondo cui queste visioni abbandonerebbero la realtà; in questa lettura il formalismo quantistico è meno un’immagine del mondo che un manuale d’uso per il piccolo ruolo di un agente nella continua creazione del mondo (Rovelli 1996; Fuchs 2017). Il determinismo non viene così ripristinato, né viene incoronato il puro caso. Questo è il nodo che Monod ha annodato in Le hasard et la nécessité, dove l’intreccio deterministico del vivente è fatto dipendere, alla sua origine, da un evento casuale (Monod 1970).
Ora le due strade si incontrano, e posso dare un nome a ciò che le unisce. La meccanica quantistica mantiene aperto un campo di possibilità ponderate e lo risolve solo sotto il vincolo di un contesto di misura. Un modello linguistico mantiene aperta una distribuzione di possibilità ponderate e la risolve solo sotto il vincolo del contesto di un prompt. Quel tempo condiviso, il respiro trattenuto dell’indeterminazione prima che il contesto decida, è ciò che chiamo intercontestualità. Vale la pena sottolineare che dal punto di vista della fisica questo è un teorema, mentre dal punto di vista delle macchine è recentemente diventato il più elementare buon senso ingegneristico: 2018, l’anno decisivo in cui Google ha scoperto con BERT (Bidirectional Encoder Representations from Transformers) che è la precisione del contesto, non il semplice volume dei dati, a determinare la qualità del risultato, e ha ribattezzato la propria disciplina passando dall’ingegneria dei prompt all’ingegneria del contesto. L’universo e la macchina ora battono allo stesso ritmo, ed è il ritmo del mondo in cui stiamo entrando, un mondo in cui ciò che diventa reale è deciso, ogni volta, dal contesto in cui al possibile è permesso di inserirsi.
5. Che cosa significa essere reali
Se sia la meccanica quantistica che la macchina definiscono il reale solo in base al contesto, allora la realtà smette di essere il mondo cieco al contesto degli oggetti stabili e diventa la stabilizzazione delle relazioni che tiene conto del contesto. I due paradigmi non sono quindi due teorie della stessa esperienza, ma due esperienze diverse. Nella visione classica si è spettatori: il mondo è un ammasso di cose finite, lì fuori a una distanza di sicurezza, e il sé è il punto distaccato da cui esse vengono osservate. Questo è il punto di vista, allo stesso tempo, capolavoro dell’alfabetizzazione, e la sua prigione. Nella nuova prospettiva si è partecipanti: non osservatori del mondo, ma parte integrante di esso, che contribuiscono, in modo discreto, a determinarne l’evoluzione. Questo è il passaggio dal punto di vista a ciò che ho definito il punto di essere.
Ciò che sopravvive a questo cambiamento merita di essere menzionato, perché è esattamente ciò che la nuova economia ha iniziato, quasi per caso, a premiare. Per tutta la storia, custodire la conoscenza nella propria mente è stata una forma di proprietà privata che conferiva un vantaggio; ora chiunque può accedervi, in un istante, gratuitamente, e la conoscenza immagazzinata nelle nostre menti ha perso gran parte del suo valore di mercato. Ciò che resta e che conta ancora è l’unica cosa che nessuna macchina può simulare: essere ‘in vita’ cioè essere genuinamente presente, prestare attenzione reale a una persona reale, appartenere sinceramente alle vite che ci circondano. Le facoltà che vengono alla ribalta sono proprio quelle che l’osservatore privo di contesto era stato addestrato a sopprimere, vale a dire la presenza, l’attenzione, la propriocezione, la sensazione di essere un corpo tra altri corpi in una situazione condivisa. La tradizione fenomenologica le aveva mantenute vive contro l’intera tendenza dei secoli dell’alfabetizzazione (Merleau-Ponty 1945; Varela, Thompson e Rosch 1991), e si rivelano non un premio di consolazione, ma la competenza su cui si basa il mondo che sta arrivando.
Torniamo ora alla domanda che avevo rimandato: chi autorizza il reale? Attraverso le tre ecologie, il testimone migra. Nel regime classico una comunità di testimoni umani virtuali autorizza lo stato di fatto, e la stampa lo diffonde (Shapin e Schaffer 1985). Nel regime quantistico l’apparato stesso entra nel fenomeno; il testimone non è più al sicuro fuori dal vetro (Barad 2007). E nel regime algoritmico, l’autorizzazione passa a sistemi che producono plausibilità su larga scala, sistemi le cui autorizzazioni non abbiamo visto e non possiamo replicare. Questo è l’intero peso etico dell’argomentazione. Una concezione partecipativa della realtà è emancipatoria quando il partecipante è un agente incarnato responsabile nei confronti degli altri, e corrosiva quando il partecipante è una piattaforma opaca che decide silenziosamente, a nome di tutti e senza possibilità di ricorso, cosa sarà considerato reale. La partecipazione non è un dono; è una posta in gioco, e le poste in gioco possono essere conquistate.
Il che ci riporta, finalmente, a Berger e alla frattura che il suo libro ci permette di vedere. Alla base della cultura si diffonde la cecità contestuale: avendo esternalizzato la lettura del contesto a macchine sensibili al contesto, abbiamo lasciato che questa facoltà si atrofizzasse (Berger 2022). Alla frontiera, la «visione contestuale» ci viene imposta proprio dalla fisica e dalle macchine stesse che stanno rendendo tutti gli altri ciechi. Gli strumenti diventano estremamente sensibili al contesto mentre i loro utenti diventano ciechi al contesto: questa è la tragedia portata all’estremo. Il compito che il momento ci pone non è quindi quello di rifugiarci nelle vecchie certezze prive di contesto, che ormai non esistono più, ma di recuperare la lettura del contesto come facoltà umana, anziché cederla all’apparato. Per diventare, noi stessi, capaci di vedere il contesto.
Un guardrail impedisce che tutto ciò scivoli nel misticismo. L’affermazione non è che la mente crei la realtà; quella strada porta a un centinaio di manifesti vaghi. Il reale partecipativo deve essere tenuto insieme al relazionale e all’ecologico, ed è il terzo termine a svolgere il lavoro disciplinante. L’ecologico decentra l’osservatore umano: nella visione intra-attiva, l’umano è esso stesso uno dei risultati dell’incontro, e l’apparato, l’ambiente e il non umano sono tutti partecipanti alla definizione. La realtà, in questa prospettiva, è partecipativa, relazionale ed ecologica in un unico respiro, ed è proprio l’ecologico a mantenere onesta la dimensione partecipativa.
Coda
Ogni volta che gli esseri umani hanno cambiato il modo di usare le parole, hanno lentamente cambiato il tipo di persone che sono. Quando abbiamo imparato a scrivere, abbiamo imparato a prendere le distanze dal mondo e a considerarlo come qualcosa di separato da noi stessi; con l’avvento della stampa, quel sé separato è stato riprodotto in milioni di copie, ciascuna sola con una pagina, ciascuna con un punto di vista tutto suo. Quel sé ci ha dato la scienza, i diritti e la dignità del singolo individuo, e per molto tempo ha funzionato straordinariamente bene. Ma presentava un punto cieco, e quel punto cieco è la causa principale dei nostri problemi attuali: poiché si percepisce come separato, vede il mondo come un ammasso di cose da conoscere, da usare, da possedere, ed è molto bravo a ottenere ma molto incapace di sentirsi parte di qualcosa.
Le due rivoluzioni che questo articolo ha cercato di interpretare come un’unica realtà stanno detronizzando quell’io per ben due volte. La rivoluzione digitale lo detronizza economicamente, prosciugando il valore di mercato della conoscenza che esso aveva immagazzinato. La rivoluzione quantistica lo detronizza metafisicamente, rivelando che non è mai stato lo spettatore distaccato che credeva di essere. E la notizia profonda è che si tratta dello stesso detronizzo. Non siamo spettatori del mondo; siamo in esso e ne facciamo parte, contribuendo, ogni volta che misuriamo, stimoliamo, prestiamo attenzione o ci prendiamo cura, a determinare ciò che esso diventa. La domanda non è più se sia così. La domanda è come sia viverci e, cosa ancora più difficile, chi, o cosa, avrà il potere di determinare il contesto in cui il reale potrà concretizzarsi. Per noi occidentali, il confine più grande e più difficile da superare sarà quello di cedere una parte maggiore della nostra autonomia alla responsabilità.
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