La Giornata mondiale delle donne e delle ragazze nella scienza 11 febbraio

Un altro anniversario che sottolinea come ha evidenziato  The Conversation che le ragazze restano indietro rispetto ai ragazzi per voti alti negli esami AP (Advanced Placement) di matematica. L’autore dell’articolo, Kadir Bahar, docente di Psicologia educativa all’università della Georgia ci dà anche una buona notizia:  le ragazze  in USA hanno quasi colmato il gap con i ragazzi nell’iscrizione ai corsi AP di matematica. Nel 1997, per ogni 100 ragazzi iscritti, c’erano soltanto 83 ragazze, nel 2019 si è arrivati a 96.

Purtroppo il punteggio più alto nell’esame finale AP di matematica sono sempre i maschietti:  solo 52 ragazze ogni 100 ragazzi nel 1997, nel 2019 si è saliti a 69. Secondo Bahar che ha analizzato i risultati di 10 milioni di studenti nelle specifiche materie dell’esame, risulta che ci vorranno altri 60 anni per colmare il divario.

 A quanto sembra quello che manca è l’interesse delle ragazze.

Eppure sembra strano in un mondo che celebra continuamente le lei che sono le prime ad occupare posti che la storia assegnava sempre e solo agli uomini. L’educazione una volta fa la differenza perché  la frase “non sono roba da donne” l’abbiamo sentita e la continuiamo a sentire ancora troppo spesso.

Chiara Barison su Corriere Tecnologia ha fatto il punto per l’Italia «I dati non sono troppo confortanti: secondo una ricerca svolta da Ipsos per Save the Children il 54% delle ragazze è incuriosita dalle materie scientifiche ma si ritiene poco adatta a una carriera in quell’ambito. L’Istat, mettendo in luce la situazione italiana, ha evidenziato che se è vero che il totale dei laureati Stem raggiunge il 24,9% dei ragazzi di età compresa tra i 25 e i 34 anni, la componente maschile tocca picchi del 59%. Di conseguenza, nonostante le donne costituiscano la maggioranza della popolazione universitaria, solo 21 su 100 scelgono le materie Stem (fonte: Miur, anno accademico 2020/21)».

Il premier Mario Draghi in visita ai laboratori del Gran Sasso ha promesso un investimento di «oltre un miliardo» per far salire quella percentuale almeno al 35%, intervenendo sin dai banchi di scuola per abbattere gli stereotipi di genere.

Va però meglio nel mondo della ricerca scientifica, come ha sottolineato di recente Simona Sirianni su Io Donna, citando i dati del rapporto globale 2020 Gender in Research di Elsevier: «Incredibile a dirsi, ma esiste in Italia un campo dove la parità di genere è quasi stata raggiunta. È il settore della ricerca scientifica che, con una presenza femminile del 44 per cento, mette il nostro Paese tra i primi rispetto alla media europea», dietro soltanto a Portogallo e Spagna. Anche in questo campo non mancano, però, le spine. Il numero di nuovi dottori di ricerca in Italia è calato del 40% tra il 2008 e il 2019: «Per invertire questa tendenza — ha detto ancora Draghi alll’Ings del Gran Sasso — raddoppiamo il numero delle borse di dottorato, dalle attuali 8-9 mila l’anno a 20 mila, e ne aumentiamo gli importi. Finanziamo circa 2.000 nuovi progetti di giovani ricercatori sul modello dei bandi europei. E riformiamo i dottorati di ricerca per valorizzare il titolo anche al di fuori della carriera accademica, e formare competenze di alto profilo nelle principali aree tecnologiche».

Va detto inoltre che, dietro la sopracitata quasi parità numerica, si nasconde una disparità di genere sul reddito che rimane (-7% a sfavore delle donne, in media) e una forte disparità per quanto riguarda le posizioni apicali negli istituti di ricerca (ricoperte solo per un quinto da donne). E non posso non ricordare quel che mi disse, qualche anno fa, una ricercatrice premiata di un prestigioso istituto di ricerca lombardo: «Nel mio laboratorio siamo tutte donne perché i compensi per chi fa ricerca pubblica in Italia sono talmente bassi che, appena hanno un’offerta, i maschi vanno a lavorare per un’azienda farmaceutica. A livello culturale, viene ancora considerato più accettabile che sia lo stipendio del marito o compagno a sostenere quello della moglie o compagna, rispetto al contrario». I muri mentali non sono soltanto un teorema.

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Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.