Si definisce una giurista digitale, è impegnata nell’innovazione a tutto tondo con particolare attenzione alla pubblica amministrazione, responsabile dell’assistenza giuridica E.Gov presso la Regione Toscana: Fernanda Faini. Il destino ci ha fatte incontrare nel gruppo di lavoro dedicato all’aggiornamento del CAD (Codice Amministrazione Digitale), promosso dagli Stati Generali dell’Innovazione, associazione di cui faccio parte. Il suo impegno nel promuovere pratiche d’interazione tecnologicamente avanzate fra cittadini e governo è travolgente. Interazione è anche una delle parole scelte quale simbolo della cultura digitale per il premio Nostalgia di Futuro 2015, questo il motivo che mi ha spinto a chiederle di spiegarci l’Open Government, la Cittadinanza Digitale e quanto ruota intorno alla cultura digitale, per l’appunto. Troppo spesso, anche oggi, concetti legati al cambiamento sono definiti da parole appannaggio di una nicchia ristretta della popolazione, soprattutto in Italia dove permane un divario digitale significativo. La visione di Fernanda Faini conduce in un mondo orizzontale, dove la collaborazione fra imprese, Stato e cittadini si traduce in un contesto “Win-win”.

Interazione costruttiva fra PA e cittadini, la legge Madia il primo passo?

“La collaborazione orizzontale fra le parti, senza rapporti di supremazia verticale è certamente utile ad eliminare le barriere ereditate da una società completamente diversa dalla nostra. Oggi abbiamo opportunità di interazioni molto più veloci. Le tecnologie hanno cambiato l’intera collettività, gli enti pubblici devono rispondere a questo cambiamento, così come i cittadini. La cultura digitale, quale consapevolezza delle possibilità offerte dalla tecnologia, è la base della rivoluzione da compiere, perché la sola capacità di utilizzo dello strumento non sempre significa conoscenza delle opportunità e dei rischi ad esso connesse. Ontologicamente è l’ente pubblico che deve intervenire con azioni concrete al riguardo: l’intervento da compiere si traduce nel garantire il rispetto dell’uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, comma 2, della nostra Costituzione. In questo senso la riforma Madia traccia principi e criteri innovativi, perché invita a predisporre strumenti utili a cittadini, imprese ed enti.
I servizi online della pubblica amministrazione italiana sono numerosi, ma spesso non vengono utilizzati (da questo punto di vista il nostro Paese è in fondo alle classifiche europee). Ciò avviene anche perché il servizio proposto è di difficile gestione, non è disegnato sull’utente e con l’utente. I servizi complessi bloccano il processo innovativo perché l’utente scoraggiato torna indietro, si rifugia, se possibile, nelle modalità tradizionali. La digitalizzazione deve sempre essere uno strumento e non un fine, deve avere lo scopo di semplificare la vita dei cittadini, delle associazioni e delle imprese, non complicarla. L’obiettivo non può e non deve essere l’informatizzazione ad ogni costo, ciò comporta un enorme spreco di risorse e competenze, ma una digitalizzazione finalizzata a rendere più efficace ed efficiente l’azione pubblica e a migliorare la qualità di vita della collettività”.

L’Open Government, è un esempio di interazione diversa fra mondo pubblico e privato?

“Rimodellare i rapporti fra pubblico e privato certamente implica una collaborazione diversa fra entità con differenti finalità. La trasparenza dei dati e delle attività pubbliche, collaborare e cooperare nella creazione dei servizi con la collettività, consentire la partecipazione democratica, promuovere start up e imprese sono azioni che vanno in questo senso: c’è bisogno di creare un nuovo rapporto fra istituzioni e cittadini”.

La Cultura digitale è il motore della social innovation?

“La conoscenza e le competenze oggi sono una pietra miliare perché la cooperazione nasce da esigenze da condividere. Costruire un servizio così come mettere a disposizione e diffondere dati, sono operazioni che devono tener conto dei diritti di ciascuno di noi. Nello stesso tempo ogni essere umano necessita di un’alfabetizzazione informatica che serve a garantire competenze digitali a chi usa la tecnologia oltre alla necessaria consapevolezza anche giuridica. Probabilmente è proprio questa formazione che ancora manca in modo diffuso”.

La Cittadinanza digitale è fondata anche sulle competenze?

“E’ la configurazione dei diritti dei cittadini nei confronti delle istituzioni, resa possibile dalle nuove tecnologie. Nei rapporti interpersonali la tecnologia è uno strumento che usiamo in modo ordinario, per comunicare le e-mail o la messaggistica istantanea, per ricercare notizie e informazioni usiamo la Rete. E’ necessario che queste pratiche diventino consuetudine, anche nei rapporti con le istituzioni. Le amministrazioni devono “parlare” il linguaggio della società per essere al passo con la collettività”.

L’accesso alla Rete è il primo passo?

“Non basta l’accesso infrastrutturale a Internet: sebbene fondamentale, serve a poco senza un’adeguata formazione culturale. L’idea di un diritto di accesso alla Rete esiste già, ma lo sforzo è includerlo tra i diritti costituzionali. La Carta dei diritti in Internet va in questa direzione, stabilisce che si tratta di un diritto fondamentale che deve essere garantito. Ci sono anche disegni di legge costituzionale, quali quello dell’articolo 34 bis, che mirano a far entrare il diritto all’accesso alla Rete nella Carta Costituzionale. Nel nostro Paese si parla dell’accesso alla Rete quale diritto essenziale equiparato ad altri beni come l’acqua. Ciò implica la necessità di una copertura infrastrutturale omogenea in tutta la nazione. Il riconoscimento normativo costituzionale impone anche un cambiamento nelle collaborazioni fra pubblico e privato per rendere effettivo il diritto”.

Tecnologia, strumento per migliorare servizi e benessere collettivi?

“Per arrivare a questo bisogna cambiare i modi di governare. Le tecnologie hanno cambiato le esigenze della collettività, è necessario cambiare il modo di amministrare. Un ruolo fondamentale in questo ha l’associazionismo, perché aggrega ed unisce le varie componenti della nostra società e può essere un corpo intermedio di interazione fra la collettività e le istituzioni. Sono convinta che le associazioni avranno un ruolo centrale nel superamento del digital divide, nel creare cultura digitale e nel far cambiare i rapporti fra italiani e istituzioni”.

La Riforma Madia va in questa direzione?
“Sì, certamente, è una riforma fondamentale. Al riguardo un esempio importante è l’accesso ai dati e alle informazioni: qui siamo ad una svolta. Con l’articolo 7 della legge delega si sancisce che chiunque ha il diritto di accedere ai dati e alle informazioni. Finora, seppure in presenza delle disposizioni sulla trasparenza, la normativa poneva limiti perché solo chi in possesso di un interesse soggettivo qualificato e di una motivazione poteva accedere alle informazioni che per legge non sono oggetto di pubblicazione obbligatoria. Con il FOIA (Freedom of Information Act) si inverte il rapporto perché chiunque può accedere ai dati, fatti salvi i diritti alla privacy, al segreto ed altri diritti inalienabili. Il principio di libertà di informazione diviene prioritario salvo eccezioni chiare e tassative, deve essere garantita la gratuità dell’accesso e si collegano accesso e trasparenza. Una rivoluzione.
Più di 30 le associazioni della società civile che sostengono il progetto FOIA4 Italy, tanto che la raccolta di firme relativa ha superato 40mila, segno che il tema interessa. Oggi riuscire ad avere dei dati che possono incidere sulla vita diventa esigenza diffusa, continuiamo a batterci per la libertà di conoscere in conformità con i Paesi del resto del mondo.

Le differenze fra Europa e mondo, per esempio sulla Privacy sono note…

“Un tema che nei prossimi anni necessita di un ripensamento, come le sentenze della Corte UE dimostrano; le tecnologie infatti non hanno confini. Un’altra barriera da superare. Un ripensamento a livello internazionale che riparta dalla persona, titolare di due diritti fondamentali, essere informata (il right to know) ed essere protetta nella sua privacy, che devono trovare un bilanciamento grazie a regole stabilite a livello internazionale”.

Open toscana avvicina i cittadini all’amministrazione?
Decisamente. E’ un esempio concreto di nuovo rapporto fra istituzioni e collettività. Se il nuovo modo di operare viene comunicato e le persone vengono coinvolte in modo semplice, ecco che le tecnologie si trasformano in uno strumento win win. Troppo spesso i cittadini sono lasciati da soli. Le istituzioni devono avere un rapporto più smart con il cittadino, solo così egli stesso è il primo a cooperare con e per le istituzioni. La mancanza di fiducia si può colmare con le tecnologie. L’interazione va a vantaggio dei cittadini e degli amministratori che si sentono utili e adempiono pienamente al loro ruolo, perché il loro fine è il servizio.

Funzionario pubblico civil servant …
“Un cittadino che nel suo ruolo pubblico serve la collettività svolgendo al meglio le proprie funzioni. Lavorare non per un singolo, persona fisica o giuridica, ma per la collettività, per il bene pubblico è bellissimo. I funzionari pubblici devono riappropriarsi della bellezza di svolgere un ruolo pubblico. Onore e onere unici, leva fondamentale dello sviluppo culturale, sociale ed economico del Paese”.

La trasparenza simbolo dell’era digitale avrà la meglio sulle nebbie dell’opacità?

“Sono ottimista e fiduciosa. Del resto ci definiamo la “società dell’informazione e della conoscenza”, no? Dico di più. Sono una sostenitrice della “trasparenza attiva”, ossia del fatto che dati e informazioni del patrimonio pubblico siano usati e riutilizzati dall’utente attivamente per generare nuova conoscenza, nuovi prodotti e servizi inediti. Per tutto questo, mi ripeto, oltre all’infrastruttura fisica, alla banda larga e ultralarga, serve cultura digitale equamente diffusa. Serve cultura digitale perché l’uomo è al centro del processo innovativo, non la tecnologia”.

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Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.