La Torre di Babele ritorna perché è la metafora scelta da Paolo Benanti quale titolo del suo libro: “Il crollo di Babele che fare dopo la fine del sogno di Internet” (edizioni San Paolo). Il  testo, che è la storia della mutazione indotta da Internet, racconta e analizza i primi vent’anni del nuovo millennio tra nuove tecnologie, filosofia, etica e storia economica.

Un manuale da portare nelle scuole perché bisogna studiare quanto è successo in questi primi anni di questo nuovo secolo, così come abbiamo studiato il Novecento.

Il perché lo ha spiegato chiaramente lo stesso Benanti intervistato da  Daniele Bellasio, Vicedirettore del Sole 24 Ore  che gli chiede cosa succede adesso che il l sogno di Internet è finito?

“Rimaniamo umani – dice Benanti – se il problema è il post umano dobbiamo scoprire il valore della nostra umanità”. Semplice spiazzante, il padre francescano, teologo arrivato ai vertici della società dell’innovazione invita a riscoprire i processi che hanno fondato la matrice occidentale. Parla di piazza, luogo dove ci si confronta e dove le idee diverse contaminano al fine di poter trovare un accordo, non dettato dall’alto dagli algoritmi o manipolato da messaggi algoritmici, ma fondato su una comunione più profonda che è la comunione delle coscienze.

Dobbiamo ritrovare la dimensione di socialità e di umanità per ritornare sui valori fondamentali che ci hanno garantito questo periodo di pace dalla dalla metà del 900 fino ad oggi. Questa la lezione che ci portiamo a casa.

de Kerckhove che nel secolo scorso aveva visto e scritto della rivoluzione digitale e di Internet come una grande e positiva novità dice: “Paolo, trent’anni dopo il mio entusiasmo, viene a dire che quanto di meraviglioso avevo intravisto nel poter parlare e comprendere tutte le lingue del mondo, è un’architettura che non funziona perché ci ha condotto nel caos sociopolitico e anche epistemologico. Ma questa nuova e lungimirante interpretazione del mito immerge nell’era di transizione.  Penosa ma non eterna.  Attraversiamo la crisi epistemologica per arrivare a un altro ordine e orizzonte di comunicazione. I segni di resistenza all’autocrazia trumpiana fanno intravedere che eventualmente la gente ritornerà al buon senso”.

Nel capitolo “I credo della Silicon Valley” emergono le figure di Peter Thiel e Renè Girard. Il primo incontra il secondo a Stanford negli anni ’80 del nostro novecento, ed è proprio da questo travaso di conoscenza che si comincia a intravedere la piattaforma sociale non solo quale strumento neutro di comunicazione, ma un mezzo che agisce come strutture ideologica che modella e influenza i comportamenti sociali.

Il monopolio quale mezzo per arrivare al potere è un altro concetto che apre le menti a nuove visioni e che fa riflettere sul cambiamento dell’economia, che virando verso i dati conduce dall’utopia di Internet alla nuova torre di Babele.  E il sogno si infrange per la seconda volta, soffocato da disinformazione e algoritmi fuori controllo.

Dal primo decennio del terzo millennio che è stato quello costruttivo arriviamo al secondo quello distruttivo dove la sfida uomo macchina è evidente. “L’uomo si machinizza – dice Benanti – mentre la macchina si umanizza”.

Questo processo l’autore lo definisce la frontiera bucata della nostra pelle perché i valori che hanno fondato l’occidente hanno bisogno di essere ripensati per evitare gli orrori del passato.

Il richiamo alla metafora di Babele, dunque non è per Benanti un semplice espediente retorico, ma la chiave di volta per interpretare la nostra condizione presente. Ecco perché in definitiva, Il crollo di Babele è una lettura illuminante per chiunque – giornalisti, lettori comuni, policy maker – voglia comprendere la fase critica che stiamo attraversando nel mondo digitale. Benanti fonde la competenza tecnica con una visione umanistica, offrendo una narrazione avvincente della fine di un’illusione. Il tono è divulgativo ma mai semplicistico, ricco di esempi concreti (dalle rivolte di Capitol Hill ai paradossi di ChatGPT) e di richiami colti che spaziano dalla Bibbia a Borges. La critica di Benanti è ferma: il sogno ingenuo di una Rete che spontaneamente migliori il mondo è crollato, e tra le macerie di questa Babele digitale dobbiamo scegliere se costruire qualcosa di nuovo e più solido.

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Maria Pia Rossignaud
Giornalista curiosa, la divulgazione scientifica è nel suo DNA. Le tecnologie applicate al mondo dei media, e non solo, sono la sua passione. L'innovazione sociale, di pensiero, di metodo e di business il suo campo di ricerca. II presidente Sergio Mattarella la ha insignita dell'onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Vice Presidente dell’Osservatorio TuttiMedia, associazione culturale creata nel 1996, unica in Europa perché aziende anche in concorrenza siedono allo stesso tavolo per costruire il futuro con equilibrio e senza prevaricazioni. Direttrice della prima rivista di cultura digitale Media Duemila (fondata nel 1983 da Giovanni Giovannini storico presidente FIEG) anticipa i cambiamenti per aiutare ad evitare i fallimenti, sempre in agguato laddove regna l'ignoranza. Insignita dal presidente Mattarella dell'onorificenza di "Cavaliere al Merito della repubblica Italiana. Fa parte del gruppo di esperti CNU Agcom. E' fra i 25 esperti di digitale scelti dalla Rappresentanza Italiana della Commissione Europea. La sua ultima pubblicazione: Oltre Orwell il gemello digitale anima la discussione culturale sul doppio digitale che dalla macchina passa all'uomo. Già responsabile corsi di formazione del Digital Lab @fieg, partecipa al GTWN (Global Telecom Women's Network) con articoli sulla rivista Mobile Century e sui libri dell'associazione. Per Ars Electronica (uno dei premi più prestigiosi nel campo dell'arte digitale) ha scritto nel catalogo "POSTCITY". Già docente universitaria alla Sapienza e alla LUISS.