L’Italia può riprendere la sua crescita se investe in modo sistemico in conoscenza: questo il risultato dello studio condotto dal Quadrato della Radio, l’associazione di manager, esperti di telecomunicazione e docenti universitari.

 

Riprendere a crescere si può recita lo studio, ma il sistema Paese deve riuscire a creare le giuste competenze nei giusti tempi.

Infatti tra i fattori che possono incidere sulla ripresa economica un peso crescente assumono quelli legati in particolare alla conoscenza, al sapere e all’esperienza, e cioè alle persone e al loro “know-how”. È stato stimato che intervenendo su alcuni fattori (liberalizzazioni, semplificazione del sistema burocratico, infrastrutture, costi dell’energia) nei prossimi venti anni il nostro PIL potrebbe aumentare del 28%; la riforma della scuola e del sistema della formazione, da sola, potrebbe consentire un incremento del 13%, ma questa non può esaurirsi  semplicemente nella proposta Gelmini. Per uscire da questa crisi, anche dinanzi ad un problema rilevante di mancanza di risorse, non è sufficiente tagliare, ma occorre una visione di lungo periodo. Bisogna mettere in atto scelte strategiche conseguenti investendo su quei fattori che, migliorando la produttività e la competitività, consentano di garantire una crescita economica sostenibile. Lo scenario, sotto questo profilo, non è incoraggiante: l’Italia si colloca agli ultimi posti nella spesa per la scuola tra i Paesi europei (il 4,5% del PIL nell’istruzione scolastica contro una media OCSE del 5,7%); e presenta un mix sbilanciato: 80% in retribuzioni (contro il 70% della media OCSE) con professori il cui salario è inferiore di 497 dollari rispetto alla media europea.

Tra le risorse da considerarsi strategiche per il futuro del Paese lo studio individua quali fondamentali  quelle del settore ICT, perché l’ICT rappresenta un fattore cruciale di crescita sia per gli effetti diretti che per quelli indiretti. Fra gli effetti diretti vi è la crescita dell’industria e la creazione di nuovi posti di lavoro, sia nello stesso settore ICT che in settori adiacenti, quale quello dello sviluppo di software e di applicazioni. Tra quelli indiretti vi è l’aumento consequenziale della produttività in tutti i settori dell’economia che non producono, ma utilizzano  l’ICT: amministrazioni pubbliche, banche, energia, trasporti, viabilità,  etc… È stato stimato infatti che le telecomunicazioni da sole hanno stimolato nel passato per 1/3 la crescita delle economie nei Paesi Ocse.

Ma lo studio mette anche in risalto che, a fronte di questa necessità, appare sconfortante il drastico calo delle iscrizioni ai corsi di ingegneria informatica e di telecomunicazioni pur a fronte di una sostanziale tenuta delle iscrizioni complessive alla facoltà di ingegneria. Queste discipline sembrano non suscitare più l’appeal di un tempo nei confronti dei giovani, e le ragioni vanno ricercate soprattutto nel cambiamento dello scenario economico ed industriale del nostro Paese, che nel passato ha subito nel settore drastici ridimensionamenti quantitativi e qualitativi. Il fenomeno regressivo appare generalizzato e non risparmia neppure le scuole politecniche storicamente più affermate e radicate. Ad esempio le matricole TLC iscritte al Politecnico di Milano nel decennio compreso tra l’anno accademico 2000-2001 e il 2009-2010 sono passate da 434 a soli 79, con una riduzione del 82%.

Accanto all’attenuarsi della motivazione professionale, l’altro problema che è emerso è quello relativo all’allineamento delle competenze degli ingegneri “ICT” che oggi si laureano alle esigenze del mercato del lavoro.

Sotto questo profilo è emerso che le aziende oggi hanno prevalentemente bisogno di due tipologie di professionalità:

  • Tecnici con competenze molto specialistiche in grado di operare direttamente ed immediatamente sugli impianti.
  • Ingegneri professionisti con competenze di base ad ampio spettro e di tipo interdisciplinare capaci e preparati per gestire la complessità considerando tutti gli aspetti che compongono un problema: tecnici, economici, finanziari, di risorse umane.

Entrambe queste figure professionali oggi sono molto carenti in quanto la laurea attuale, così come è strutturata, ai primi fornisce competenze più teoriche che pratiche e, quindi, scarsamente utilizzabili operativamente, ai secondi fornisce una competenza elevata, ma con un taglio prevalentemente specialistico e scarsamente interdisciplinare. Il risultato è che si impiega troppo tempo per formare competenze che non servono allo scopo mentre si tralascia di formare le competenze che occorrono alle imprese.

A fronte di questi problemi, la capacità di reagire dell’Università è venuta a mancare. Ancorata ad una visione tradizionale, essa è sicuramente in grado di fornire una offerta formativa adeguata al fabbisogno con riferimento alle professionalità di tipo più consolidato, ma non altrettanto in grado di leggere i profondi cambiamenti nel settore delle TLC e recepire nuove conoscenze per adeguarsi ai nuovi  mestieri che richiedono l’integrazione fra competenze differenti e la capacità di guardare alle TLC in maniera diversa.

La proposta del Quadrato della Radio è drastica e sistemica: revisione della formula del “3 più 2” attualmente in vigore nell’Università italiana , interventi istituzionali a lungo termine, cooperazione assidua e sistematica delle Imprese con l’Università.

L’attuale “3 più 2” deve trasformarsi:

  • in due corsi di studio assolutamente separati;
  • in “parallelo” e non in “sequenza”;
  • con finalità completamente diverse (formare competenze tecniche specialistiche ed operative il corso dei tre anni, formare competenze di carattere interdisciplinare e generali il corso dei cinque anni);
  • con piani di studio molto diversi tra loro, salvo una piattaforma di competenze di base comuni, e profondamente diverse rispetto a quelli attuali;
  • con la possibilità di differenziare anche il titolo di riconoscimento alla fine del corso;
  • con una scelta fatta a monte al momento dell’iscrizione e non nel corso degli studi.

L’Impresa, dal canto suo, non ha certo contribuito a migliorare “il prodotto” praticamente assumendo solo ingegneri con laurea magistrale e, spesso, facendo degli iter formativi al proprio interno dei giovani neoassunti. 

Se si vuole che questo approccio funzioni, anche l’Impresa deve fare la sua parte applicando politiche di selezione, inserimento, retributive, inquadramento e sviluppo, differenziate per le due tipologie di professionalità. Questo favorisce, infatti, una maggiore chiarezza ed una maggiore riconoscibilità delle due diverse tipologie di professionalità.

L’OCSE ha evidenziato per l’Italia cinque priorità su cui intervenire tra le quali l’accento è stato posto sul bisogno di aumentare il livello di istruzione terziaria e promuovere le collaborazioni tra Imprese e Università.

Bisogna entrare in una logica di “Università Aperta” e di “Azienda estesa”, dove i confini vengono trasformati in aree di contiguità e di lavoro congiunto con vantaggi per entrambi i soggetti e, soprattutto, per i giovani laureati.

Le Istituzioni rappresentano il terzo attore di questo “Triangolo della Conoscenza” e sicuramente sino ad oggi non hanno brillato per la loro presenza. Le riforme non possono riguardare solo le strutture universitarie, i contenuti dei piani di studio, o i regolamenti e le normative, ma devono essere accompagnate da politiche e da interventi incentivanti, come politiche fiscali adeguate, criteri e piani di allocazione, risorse, a sostegno degli obiettivi complessivi e funzionali agli interessi del Paese. Occorre avere una “vision” di sistema ed esprimere una  “governance”  del process.

L’Italia perde posizioni tra i Paesi industrializzati eppure, per puntare ad una reale competitività internazionale, è necessario che il mondo dell’Università, il mondo della politica e quello delle imprese non procedano come fossero universi paralleli bensì segmenti intrecciati di un unico percorso, di un unico obiettivo: la qualità del futuro dei nostri giovani.

 

di Sara Alesi