Il presente e il futuro della robotica si scrivono ogni giorno; lo sviluppo tecnologico, anche nel caso della ricerca sull’intelligenza artificiale, corre veloce; talmente tanto da rendere difficile cristallizzare lo stato dell’arte. In occasione dell’evento “Robot, amico o nemico?”, abbiamo tentato di farlo parlando con uno dei massimi esperti in Italia quando si parla proprio di robot dal pensiero autonomo: Amedeo Cesta, presidente dell’AI*IA, l’associazione italiana per l’intelligenza artificiale. Un dialogo che affronta i diversi aspetti in cui si articola questo settore in costante e frenetica crescita.

Si sente dire sempre più spesso che i robot ci stanno sostituendo, soprattutto nel lavoro. È un’affermazione realistica o bisogna fare dei distinguo?

Il progresso tecnologico inevitabilmente impatterà con costanza – pur non potendone prevedere le tempistiche – anche sul mondo del lavoro. Del resto l’innovazione influenza da sempre l’organizzazione del lavoro, facendo sparire dei lavori e creandone altri.  Proprio qui è la differenza attuale: la creazione di lavori potrebbe non essere per gli umani ma per robot e per sistemi software intelligenti.

Ma quali sono i mestieri sinora svolti dall’uomo che rischiano di diventare un’esclusiva dei robot?

Esistono diversi studi che analizzano, allo stato attuale, quali sono i mestieri a rischio di sostituzione. Secondo questi studi i mestieri meno soggetti sono quelli che prevedono un’interazione empatica (i massaggiatori, i parrucchieri, i medici di base); ma molti altri mestieri (anche specialistici o che compartano decisioni difficili) sono a rischio (compresi i manager).
In generale possiamo dire che abbiamo bisogno delle persone in tutti quei mestieri dove l’interazione è una componente fondamentale del servizio.  Riprodurre l’interazione in modo non superficiale è un problema non da poco.
C’è da dire che se nel dare risposte alle esigenze umane facciamo prevalere la sintassi (la forma, le regole) alla semantica (l’interpretazione del contesto) in tal caso spalanchiamo la porta alla automazione.
E’ la coscienza che distingue in maniera incontrovertibile il comportamento umano.
Anche se, dal punto di vista strettamente manuale, i lavori preservati potrebbero essere molti di meno di quelli che pensiamo.

È proprio vero che “conviene” far lavorare i robot? Oppure vanno introdotti con prudenza? È possibile trovare un punto di equilibrio che permetta la collaborazione tra persone e automi?

Da un lato vorrei frenare un po’ rispetto ad un punto: non siamo di fronte ancora ad una scelta secca sulla singola unità di personale (uomo o macchina).  Dobbiamo affrontare il problema in prospettiva, assodati i cambiamenti sulle modalità di lavoro.
Il significato di “convenire” può essere ambiguo.  Potrebbe convenire se riuscissimo a diminuire le ore in cui lavora l’uomo, con conseguente beneficio per il suo tempo libero, che aumenterebbe. Se invece la prospettiva è la disoccupazione di massa, abbiamo un problema enorme. E’ importante comunque evidenziare come questa economia della massimizzazione del profitto, delle diseguaglianze sociali forti, non funzioni più. Anche senza l’introduzione dei robot.
Inoltre sarebbe bene approcciare il problema nella sua interezza per non ripetere errori già visti quando si è affrontato in passato il progresso tecnologico.  Ad esempio, dovremmo capire l’impatto ambientale di un robot. Quanto costa realmente sulla collettività? quali ricadute può avere sull’eco-sistema? Spesso noi parliamo di costo in termini di costo di mercato, ma dobbiamo cominciare a capire qual è l’impatto sulla collettività.  E’ difficile da stimare, ma dobbiamo riuscirci perché ne va della nostra sopravvivenza.

Può dare alcuni suggerimenti per evitare che gli automi prendano il sopravvento?

Potrei dire che è importante che l’uomo esprima al meglio la propria intelligenza e questo, di per sé, sarebbe un deterrente per “la paura del sopravvento”.  Osservando le scelte umane correnti non sempre è così manifesto l’uso delle capacità intellettuali.
Più in generale, è chiaro che è importante studiare le implicazioni etiche legate al progresso. Rispetto a questo devo dire che la comunità sia robotica che dell’intelligenza artificiale si è mobilitata con decisione.
Il progresso attuale nelle tecnologie intelligenti riguarda in particolare l’autonomia nelle decisioni.  Questa autonomia anche per gli umani comporta la responsabilità sulle conseguenze.  Questo dovrà essere necessariamente applicato anche ai programmi intelligenti e ai robot

Alcune riflessioni sul livello di sviluppo della robotica in diversi settori: si avvicina l’era delle auto smart, che si guidano da sole. Sono davvero sicure? E in quanto tempo riempiranno realmente le nostre strade?

Ritengo sarà un processo graduale. Se oggi compriamo un’auto nuova già parcheggia da sola (o quasi), ci sveglia se ci addormentiamo, riporta la macchina in carreggiata se superiamo la linea continua, frena se c’è un ostacolo che non abbiamo visto.  Queste funzioni saranno incrementate fino a poter guidare in modo autonomo.  A giudicare dalla velocità del progresso in questo settore specifico sembra che presto saranno in maggioranza.  C’è poi una dimensione legata al costo, ancor elevato ma comunque destinato a diminuire. Sulla sicurezza dobbiamo dire che il pericolo più grosso per le auto autonome sono le auto guidate dagli umani, molto più imprevedibili!

Parliamo di domotica: gli italiani sono un po’ restii all’introduzione della domotica: sono realmente utili i robot nella gestione delle nostre case?

Lavatrice, asciugatrice, aspirapolvere, sono tutte macchine che abbiamo a casa. Avremo anche il resto, sempre che l’economia e lo stipendio ce lo permettano. Gli italiani sono ancora restii all’introduzione della domotica perché siamo in un clima di depressione dei consumi (se abbiamo il 47% di disoccupazione giovanile sarà difficile trovare spazio per parlare di domotica).  Non possiamo non osservare che molta della tecnologia domotica è rivolta ad un pubblico abbiente. Bisogna lavorare soprattutto su questo aspetto per farla decollare.

L’industria: si avvale da tempo di macchinari robotizzati; gli ultimi sviluppi tecnologici che vantaggi hanno dato in termini di produttività?

È vero che, in questo settore, ci sono già molti macchinari robotizzati ma sono usati in ambienti isolati da barriere e con meccanismi di sicurezza molto sofisticati.  La ricerca attuale sta affrontando due problemi nuovi: la rimozione delle barriere, mantenendo i livelli di sicurezza garantiti da queste, e la suddivisione del lavoro per trarre vantaggio reale dalla collaborazione uomo-macchina.  Di sicuro esistono anche le posizioni estreme di automazione totale che, a dire il vero, per molti anni sono state il vero obiettivo della robotica.
Chiaramente ci si sta rendendo conto che questo tipo di soluzione “elimina umani” crea problemi per la mancata distribuzione del reddito a coloro – gli umani – che sono i compratori naturali dei beni prodotti.  Proprio nei sistemi di produzione le contraddizioni di una automazione completa sono visibili in maniera immediata.  Da qui, ad esempio, gli investimenti sugli ambienti in cui umani e robot lavorano in maniera simbiotica con “reciproco vantaggio”.

In sanità sono molte le applicazioni della robotica che stanno proliferando negli ultimi tempi. Qual è il suo punto di vista su un settore così delicato?

Il settore sanitario meriterebbe un articolo a parte vista l’estrema varietà degli sviluppi correnti in questa direzione. E’ un settore di sperimentazione naturale sia per la robotica che per i sistemi intelligenti. Vedo applicazioni mature, ad esempio, nel supportare il medico con informazioni aggiuntive disponibili come la realtà aumentata in tempo reale.

In base ai vostri studi, ad oggi ci sono dei limiti allo sviluppo della robotica? Fino a che livelli è plausibile pensare ci si potrà spingere?

E’ difficile fare previsioni.  Meglio trarre insegnamenti dal passato. L’intelligenza artificiale ha visto una successione di momenti di entusiasmo, seguiti da disillusioni. Ritengo che anche nell’immediato futuro troveremo dei limiti. Se gli umani hanno dei limiti, a maggior ragione ci sono nel progresso.
Le nuove macchine non hanno, ad oggi, una vera intelligenza generalista; sono molto brave ad eseguire compiti, a ragionare o a prendere decisioni, ma in ambiti specifici. Non sono tuttofare.  Non sappiamo quando riusciremo a creare un’intelligenza capace di suonare e interpretare Bach nel tempo libero e fare il ragioniere come mestiere.

Qual è l’atteggiamento della gente nei confronti dei nuovi robot intelligenti? Trova più curiosità o timore?

Qui devo sicuramente dire che l’impatto della co-presenza nella vita di tutti i giorni è molto poco studiata perché le applicazioni che vediamo sono legate a compiti di automazione specifici, che non creano problemi se si osserva il singolo caso.
Notiamo la velocità dei cambiamenti provocati dall’innovazione tecnologica e pensiamo che sottovalutare l’impatto sia un errore vista la potenziale portata.  Allo stesso modo, impedire il cambiamento – ce lo insegna la storia – non è una strada percorribile. La chiave è avere la consapevolezza sia tra i ricercatori sia tra i politici sia nell’opinione pubblica, per fare sistema

Le reti attuali accompagnano questo sviluppo oppure bisogna ripensare l’intero sistema infrastrutturale?

Le reti devono continuare ad evolversi, magari introducendo meccanismi di instradamento e load balancing intelligente. In Italia siamo ancora molto indietro e stiamo recuperando a fatica.

In quanto tempo l’uso robotica diventerà realmente sostenibile, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello economico?

La domanda vera casomai è: in quanto tempo saremo capaci di realizzare un’economia sostenibile?  Questo problema è, infatti, molto più generale.  Forse avremo bisogno dell’intelligenza artificiale e dei robot per crearla.