di MICHELE MEZZA –

La domanda  apre una nuova frontiera nella società della conoscenza. Se è vero che, come spiega Chris Anderson, lo storico direttore di Wired, l’innovazione non si realizza perché aumenta il numero delle invenzioni ma perché cambia il modo di inventare, allora siamo ad un nuovo tornante dell’innovazione.Ebe Upton il facoltoso professore dell’Università di Cambridge, in Inghilterra, ha proposto un approccio radicalmente diverso al tema che da anni era stato indicato da Nicolas Negroponte: un computer che costi talmente poco che ognuno nel mondo possa averlo. Il primo approccio era quello di semplificare quello che c’era: e Negroponte era arrivato al progetto. Di one hundred dollar computer, che si era diffuso , sopratutto in Africa. Upton , dopo 20 anni, ha proposto una soluzione diversa: concentrare la vera anima del computer, ossia  miniaturizzare su una sola scheda le funzioni vitali che oggi vengono animate dalla potenza di connessione cloud. Siamo arrivati così a Raspberry PI, un  quadratino verde, di pochi centimetri che ospita una CPU, una GPU, un’entrata USB, e una base di memoria. E’ la chiave per far entrare almeno tre miliardi idi individui, la meta’ sotto i 15 anni, nel regno della programmazione. Si aprono i cancelli di una pasticceria e irrompe una masnada di bambini indiavolati che non lascerà nulla al suo posto.Siamo alla quarta rivoluzione industriale: dopo fuoco, elettricità, computer, alla Smart dust, ossia alla materializzazione completa della capacita’ di far esplodere la potenza di calcolo. Come diceva Marx, tutto ciò che è materiale si disperderà nell’aria. In Inghilterra, e ora anche negli Usa, e’ ormai dilagata la frenesia dei cosiddetti Tiny computer, i sistemi miniaturizzati, che rendo o la macchina del computer che conosciamo una ridondanza inutile.Si stanno elaborando piani di scolarizzazione digitale di massa, che permetteranno a centinaia di milioni di bambini di vedersi riconosciuto il proprio diritto non all’accesso alla rete digitale, ma alla capacità di programmare e di concorrere alla creazione di nuovi infiniti linguaggi di comunicazione. Come spiegava Zygmunt Bauman, il problema del digital decide non è l’esclusione dal consumo di oggetti computerizzati, quanto l’incapacità di concorrere alla creazione di un senso comune. Rapsberry sfonda questa barriera. Ovviamente la partita è aperta, e ci saranno infiniti tentativi di ricondurre il genio nella lampada, ma, credo, con poche speranze. Ora si tratterà per la politica di usare quest’opportunità. Cosa ostacola, anche in Italia la scelta di una soluzione che annienterebbe ogni barriera materiale alla completa digitalizzazione del sistema scolastico, in ogni ordine e grado? Insieme alla digitalizzazione completa si tratterà di valutare l’impatto socio-economico. Un’imponente cultura di programmazione digitale modificherà intere sezioni della nostra vita, sconvolgerà molto più di quanto non sia, comportamenti e visioni quotidiane. Pensiamo al mondo dell’informazione, già oggi in sofferenza per un miliardo di persone che si connettono in rete. Cosa accadrà quando almeno tre miliardi potranno programmare software? Muterà il sistema energetico con una combinazione di soluzioni rinnovabili, come il fotovoltaico urbano, e sistemi digitali, che sulla base del web 3.0 porterà ognuno a potersi organizzare sistemi di produzione e scambio di energia, annullando le strozzature distributive dei Monopoli. Lo stesso accadrà per i servizi assistenziali, o per la pubblica amministrazione, sempre più incalzata da cittadini informati e operativamente autonomi. Bisognerà mutare la governante del territorio, delle comunità del pianeta.La giostra riprenderà a girare vorticosamente e nulla resterà al suo posto come nella pasticceria invasa dai monelli.

Michele Mezza

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