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di GIORGIO FONTANA –

Sharing Identities, che nel sottotitolo recita “processi culturali e nuove forme del sé” è un libro scritto da Vincenzo Bernabei ed edito la Ipermedium libri è uscito nel mese di ottobre del 2012 ed è stato presentato a Roma dall’autore insieme ad Alberto Abruzzese, Carlo Freccero, Alberto Marinelli e Sergio Brancato.

Vincenzo Bernabei è un professionista esperto di personal branding e con lui  abbiamo conversato attorno alla definizione dell’identità nella storia del pensiero e cosa si intende per identità condivise e virtualizzazione del sé, tutti argomenti del suo libro che sarà adottato in alcuni corsi di Laurea.

Temi, questi, che coinvolgono tutti i fruitori degli spazi virtuali, dalle reti informatiche al mobile, dai videogame ai social media.

Qual’è il concetto storico di identità?

Di idee nella Storia sul concetto di identità ve ne sono molteplici. Io vorrei invece risponderti ponendomi un’altra domanda: abbiamo ancora bisogno di questo concetto? Da un lato vorremmo rinunciare a questa soggettività molto forte e stringente, dall’altro però ci rendiamo conto che sempre di più ne abbiamo bisogno. La soluzione potrebbe proprio essere il concetto di identità condivise, le Shared Identities, di cui parlo nel mio libro. In certi ambienti, come quelli digitali, la soggettività ha delle spinte centripete che si contrappongono ai contesti offline.

Il tuo libro tratta proprio di questa contrapposizione, vero?

Sì, ho definito alcuni problemi che vengono posti dallo specifico dell’online, in cui ciascun attore deve negoziare con l’altro la realtà virtuale e rapportarsi non solo in modo tecnico ma anche ridefinendosi nuovamente in tutti gli altri ambiti non virtuali.


Ambiti che sono il lavoro, la famiglia, le relazioni interpersonali, la politica. In questo caso la domanda da porsi sarebbe: oggi l’identità è più sfaccettata oppure è più coerente?

Entrambe le cose, direi.

Ognuno di noi è favorito nel poter presentarsi diversificato e assumere di volta in volta un bouquet opportuno nell’ambito in cui ci si presenta. Questo però poi sconta il fatto di non avere più punti di riferimento forti, creandoci disagio. Ci è quindi facile dire chi eravamo, ma molto meno chi siamo o chi saremo.

Del resto è forse più la realtà ad essere diventata magmatica e a costringerci ad assumere sempre nuove soluzioni identitarie, o no?

Prima della grande svolta del digitale le nostre vite erano compartimentate in modo molto più rigido, erano vite più solide, ora l’esigenza è quella di fa comunicare le nostre molteplici maschere tra di loro o all’opposto gestire l’ansia su realtà di noi che non vorremmo palesare in un certo contesto.

Questa complessità non si risolve se non parlando di identità, diventandone, pertanto, coscienti


Questo vale anche quando si entra nel campo professionale, nel personal branding?

Sì. Quando io mi occupo per i miei clienti della loro identità professionale parto sempre dal presupposto che si tratta di narrazione e consiglio sempre di tener conto che ogni soggetto professionale è immerso sempre in una continua auto-narrazione, il segreto è che il filo rosso che unisce i capitoli sia coerente e che la coerenza dia il senso alla storia.

In questo modo i punti di forza possono emergere e possono smussare i nodi deboli

Del resto le dinamiche della comunicazione in rete tendono a decodificare e smascherare, nel bene e nel male, i messaggi; è sempre più difficile costruire identità impermeabili?

E’ in atto una forte tendenza alla demolizione dell’autorità, soprattutto nei processi di consumo.

La mia forte identità di consumatore mi spinge a confrontarmi con altri consumatori; anche se nulla dia loro una patente di autorevolezza e certifichi un loro sapere, la loro condizione di sperimentatori di un prodotto giustifica una identità di esperto il cui giudizio mi soddisfa.

Questo serve a creare un altro tassello della mia identità di consumatore consapevole.

La continua formazione del sé, oggi, porta anche a chiedersi quali siano i rischi per la maturazione, ad esempio, delle generazioni che vivono la loro natività digitale.

Non c’è il rischio che maturino più come esperti di mezzi che non di contenuti?

La mancanza di intermediazione dell’autorità porta ad usare in pieno le piattaforme, ad esempio scattare una fotografia e pubblicarla per il Mondo senza però essere un fotografo.

Se questo porta alla conquista di libertà dall’altra comporta la perdita di capacità, di quelle esigenze di costruzione del sapere. Cambia il rapporto tra chi dovrebbe imparare e chi dovrebbe insegnare, due forti identità, di cui una è alla ricerca dell’altra, quella che si occupa di far emergere i valori identitari, con la formazione, e l’altra che si occupa di seguire i metodi della conoscenza.

Intervista raccolta da Giorgio Fontana.

link alla videointervista completa http://www.socialmediaitalia.com/?p=2469

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Torinese, classe 1957, si occupa di comunicazione e di social media. Attualmente è socio e project manager di Kelios SRL e di una nascente startup torinese di web tv. Nei suoi interessi permangono le tematiche antropologiche e umanistiche, declinate attorno all'innovazione tecnologica, interessi che condivide con i membri del gruppo di discussione da lui fondato, La scimmia nuda e Internet, divenuto ormai il punto di riferimento della cyberantropologia italiana in Facebook. Collabora dal 2011 con la rivista Media Duemila, su tematiche legate a social tv e social media.