Se il telefono è il nostro cordone ombelicale e lo schermo cambia il nostro cervello cosa sarà di noi? Il dibattito in FIEG è stato acceso. Franco Siddi, presidente TuttiMedia ha ricordato quanto il pensiero di Giovanni Giovannini fosse all’avanguardia e che nonostante i suoi alert “Siamo arrivati impreparati. oggi i nostri giovani usano il telefono come cordone ombelicali e da questo gadget si alimentano. il 5G in arrivo ci prepara ad un ambiente in cui un milione di device sarà in piccolo spazi il ché significa che saremo sempre connessi. Evidentemente se il nostro cervello cambia non possiamo dirlo noi ed è per questo che abbiamo chiamato alcuni esperti per avviare la riflessione”.

“C’è un grande pubblico che ancora preferisce l’informazione di qualità sui giornali di carta – afferma Fabrizio Carotti – ma c’è anche una grande parte di lettori che utilizza i siti dei nostri soci, per un totale di 20 milioni di utenti unici al giorno, e ci sono i più giovani che invece vanno avvicinati su altri mezzi, come i social media”.

“Noi vogliamo proporre policy e suggerimenti all ‘Unione Europea basati su analisi concrete per dare un contributo concreto alle prossime linee di ricerca – ha sottolineato il prof. Derrick de Kerckhove (Polimi/TuttiMedia) – per provare a capire se possiamo incidere sugli effetti negativi che l’uso intensivo della rete provoca nei giovani ma non indirizziamoci esclusivamente a loro”. Infatti, negli ultimi anni, alcuni dei comportamenti generati dalla rivoluzione digitale sembrano essersi affermati fino a diventare strutturali. E, proprio in quest’ottica, de Kerckhove si dice un appassionato della schermologia, la scienza che studia lo schermo”.

“La comunicazione virale la mancanza di interazione critica l’ hate speech, i troll e le fake news sono gli argomenti che dobbiamo approfondire non solo Italia ma tutti insieme almeno in Europa” ha detto Maria Pia Rossignaud vicepresidente TuttiMedia e direttrice Media Duemila.

Per Francesco Gallucci (Esperto Neuromarketing), “bisognerebbe soffermarsi sui “frame cognitivi” che condizionano il nostro modo di pensare e comprendere la realtà grazie ai frame. Le persone “incorniciano” una situazione riconducendola ad una libreria di schemi interpretativi che ognuno ha. Tale libreria è un cantiere aperto ed è il risultato, come dice Goffman, della cultura, della posizione sociale, del percorso educativo e delle esperienze passate delle persone”.

L’impatto dei frame nella vita sociale è grande: influenzano notevolmente l’agenda politica e le istituzioni chiamate a metterla in pratica. Pertanto, modificare i frame cognitivi significa cambiare l’una e le altre a livello profondo”.

I cambiamenti passano attraverso una modifica del funzionamento dei nostri cervelli. Come dice Roberto Saracco (EIT Digital): “Il cervello si è evoluto attraverso processi di selezione in modo da consentire la risposta più efficace all’ambiente. All’aumentare della complessità i cervelli riescono anche ad immaginare, a proiettarsi cioè in una dimensione ipotetica (che potremmo definire “virtuale”) e ad esaminare il possibile risultato di azioni. Questo apprendimento si traduce in conoscenza, in parte esplicita (trasmissibile con il linguaggio) e in parte implicita (non trasmissibile con il linguaggio). La seconda dovrà passare per l’esperienza del singolo e l’apprendimento in proprio, attraverso tentativi ed errori. Cosa dire della facilità con cui un ragazzino usa uno smartphone e naviga su internet rispetto alla nostra difficoltà nel fare le stesse cose? Nulla di diverso dai casi precedenti, i ragazzini di oggi sono cresciuti in un contesto digitale in cui la norma è l’interazione con lo smartphone e il loro cervello si è configurato, adattato, a quel contesto acquisendo conoscenze implicite. Credo quindi che la risposta alla domanda sia un forte e convinto “Sì, social networks e schermi cambiano il cervello”.

Vittorio Meloni (UPA), invece, ha riportato il discorso in un contesto storico più ampio: “affermare che la rivoluzione digitale sia il male assoluto significa non considerare l’evoluzione umana in chiave diacronica. Anche in seguito all’invenzione della stampa a caratteri mobili le mutazioni furono enormi, ma abbiamo noi gli strumenti per stabilire come il cervello degli individui cambiò nel Medioevo? No, e ciononostante possiamo dire con certezza che l’invenzione di Gutenberg costituisce uno spartiacque; con internet il processo è analogo, si tratta, invece di demonizzare, di analizzare le nuove modalità cognitive e comportamentali che l’utilizzo della rete sta generando”.

Tra i presenti, anche Laura Bononcini (Facebook), a dimostrare l’eterogeneità del tavolo di discussione, che ha voluto ribadire come anche i dirigenti delle grandi aziende on-line, Facebook in primis, inizino a porsi il problema della regolamentazione. “In materia di advertising politico, ad esempio, abbiamo iniziato a sollecitare il legislatore affinché ci dia delle norme chiare di comportamento”. Del resto, “non si possono considerare solo gli aspetti preoccupanti, la rete e i social network sono un grande strumento di apertura di spazi di democrazia”.

“Ma non possiamo non riconoscere”, continua Raffaele Lorusso (FNSI), “che in alcuni casi i social network hanno contribuito alla diffusione di concetti fuorvianti, se non apertamente sbagliati: l’idea che non servano più competenze, non serva l’istruzione, che tutti siamo uguali in tutto e che l’informazione professionale sia un retaggio del passato non è certo positiva. Non bisogna confondere l’idea di libertà che la rete può trasmettere con i reali spazi liberi, sempre minori, che questa offre; spesso sono gli algoritmi a indirizzarci nelle nostre scelte on-line e questa non è certo democrazia assoluta”.

Ancora una volta, al centro del dibattito, c’è l’algoritmo. Come questo influenzi i processi di apprendimento e di crescita è stato il punto focale dell’intervento di Marina Geymonat (TIM): “bisogna considerare che gli algoritmi funzionano secondo una “success strategy” che li obbliga ad agire in un certo modo, al di là del risvolto economico che ogni azienda cerca. Quando lo stimolo raccoglie la nostra attenzione allora l’algoritmo è adeguato e non farà altro che migliorarsi in tal senso. Così si creano le echo-chambers e tutti quei processi (in primis filter bubbles) che ci danno l’impressione, spesso errata, che qualsiasi argomento sia importante on-line, anche se magari sono solo in pochi a interessarsene nel mondo”.

La ricca giornata odierna, si inserisce in un dibattito che ormai è percepito da tutti gli attori della società come fondamentale infatti il Professor Vincenzo Russo (IULM ha ribadito la differenza dell’apprendimento su carta e quello via schermo, Il professor Savonardo (Federico II) ha anticipato i risultati di una ricerca da cui si evince che i giovani sanno essere consapevoli ed anche molto attenti ma tuti d’accordo i presenti a partire da Annalisa Buffardi in rappresentanza dell’Indire che l’educazione è la base di ogni nuovo possibile equilibri senza demonizzare.