C’è un filo rosso che unisce la Relazione annuale del Presidente del Garante per la protezione dei dati personali ai temi affrontati lo scorso 27 maggio, quando l’Osservatorio TuttiMedia, in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, ha promosso a Roma il convegno “Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell’informazione”.
Se in quella sede rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, autorità indipendenti, giornalisti, imprese e mondo accademico avevano richiamato l’urgenza di rafforzare la resilienza democratica europea di fronte alle nuove forme di manipolazione dell’informazione, la Relazione del Garante conferma quanto quella riflessione fosse non solo attuale, ma necessaria.
La guerra cognitiva non si manifesta soltanto attraverso campagne di disinformazione o interferenze straniere. Si insinua nella manipolazione delle immagini mediante l’intelligenza artificiale, nella violenza digitale, nell’uso distorto dei dati personali, nella sorveglianza algoritmica, nelle discriminazioni automatizzate e in tutte quelle tecnologie capaci di influenzare percezioni, comportamenti e libertà individuali.
È proprio in questa prospettiva che la privacy assume una dimensione nuova: non più soltanto tutela della riservatezza, ma presidio della dignità della persona, della libertà cognitiva e della qualità della democrazia europea.
La rete tra libertà e violazione dei diritti
Nella sua Relazione il Presidente del Garante disegna un quadro nel quale la trasformazione digitale pone interrogativi che vanno ben oltre la tecnologia.
Le conseguenze delle nuove forme di violenza online, osserva, sono molto più profonde della semplice contabilità delle vittime. Il rischio è che la rete, nata come spazio di libertà, partecipazione e condivisione della conoscenza, diventi progressivamente un luogo di violazione sistematica dei diritti fondamentali.
Deepfake e nudificazione artificiale: una nuova forma di violenza
Particolarmente forte è il richiamo ai sistemi di nudificazione artificiale (deepnude), che utilizzano l’intelligenza artificiale per creare immagini sessualmente esplicite di persone inconsapevoli.
La nudificazione artificiale produce una vera e propria reificazione del corpo femminile, trasformandolo in oggetto di consumo digitale, fino a configurare, in molti casi, quello che il Presidente definisce uno “stupro virtuale. Una violenza che incide profondamente sull’autopercezione delle donne, sulla loro libertà e sul modo stesso in cui la società rappresenta la figura femminile.
Revenge porn: prevenire prima che sia troppo tardi
La Relazione dedica ampio spazio anche al revenge porn. “La diffusione non consensuale di immagini intime genera infatti uno shaming effect potenzialmente illimitato – ha sottolineato Stanzione – amplificato dalla velocità e dalla permanenza delle piattaforme digitali. Per questo il potere attribuito al Garante di bloccare preventivamente la pubblicazione dei contenuti rappresenta uno strumento decisivo”.
Nel corso del 2026 l’Autorità è intervenuta preventivamente in 514 casi, confermando un modello di tutela sempre più orientato a impedire il danno prima che diventi irreparabile.
Quando il web diventa il teatro della violenza
Tra i passaggi più significativi della Relazione vi è anche il riferimento ai sempre più frequenti episodi di violenza trasmessi in diretta sui social network.
Il Presidente richiama il caso dell’accoltellamento della docente di Bergamo come simbolo di una deriva nella quale il web rischia di trasformarsi nel teatro della violenza, alimentando dinamiche di emulazione e spettacolarizzazione del male.
Da qui la necessità di interrompere quella “mimesi della violenza” che trasforma la sofferenza in contenuto e di restituire alla rete la sua funzione originaria di spazio di pluralismo, partecipazione e democrazia. Come noi dell?Osservatorio TuttiMedia ripetiamo costantemente.
La vera sfida è la cultura digitale
Le norme, da sole, non bastano, infatti secondo il Presidente il nodo centrale resta culturale. La società non ha ancora pienamente compreso che il virtuale produce effetti assolutamente reali. Ridurre una persona a un insieme di dati o di immagini digitali rischia infatti di attenuire la percezione della responsabilità e della gravità delle proprie azioni. Per questo il Garante continua a investire nella pedagogia digitale, considerandola uno degli strumenti più efficaci per costruire una cittadinanza realmente consapevole. Proteggere i dati personali significa infatti proteggere la libertà delle persone.
L’intelligenza artificiale cambia il lavoro
L’intelligenza artificiale può rappresentare una straordinaria occasione di progresso, liberando le persone dalle attività più ripetitive e migliorando la qualità dell’organizzazione produttiva, secondo il Garante. “Ma l’innovazione non è mai neutrale -precisa -. Essa modifica gli equilibri di potere e può accentuare le disuguaglianze se il diritto non riesce ad accompagnarne l’evoluzione”.
Il Presidente richiama il rischio che la sostituzione tecnologica e il ritardo delle regole rispetto alla velocità dell’innovazione producano nuove forme di discriminazione.
Emblematico il caso del lavoro sulle piattaforme, dove i click workers, guidati da algoritmi, rappresentano il nuovo “quarto stato” dell’economia digitale.
Ugualmente delicata è la diffusione di controlli biometrici e sistemi di sorveglianza intelligente nei luoghi di lavoro, che potrebbero compromettere quelle garanzie di libertà e dignità conquistate nel corso di decenni.
La sanità resta una relazione umana
L’intelligenza artificiale può migliorare anche la medicina. Può ridurre i carichi burocratici, favorire diagnosi più tempestive e consentire ai medici di dedicare più tempo alla relazione con il paziente. Ma il Presidente richiama un principio fondamentale: la tecnologia non deve mai sostituire l’autodeterminazione della persona. Ogni algoritmo utilizzato nei percorsi di cura deve essere trasparente e comprensibile. Il rischio, altrimenti, è quello di un ritorno a una medicina paternalistica, nella quale il paziente finisce per affidarsi passivamente a decisioni percepite come incomprensibili, quasi oracolari.
La privacy come infrastruttura della democrazia
La Relazione annuale restituisce un’immagine della protezione dei dati profondamente diversa da quella, ormai superata, che la confinava a materia esclusivamente tecnica. La privacy emerge come una vera infrastruttura della democrazia digitale. Difendere i dati personali significa difendere la libertà cognitiva, l’autonomia delle persone, la dignità del lavoro, la trasparenza delle decisioni algoritmiche e la qualità dello spazio pubblico.
È la stessa direzione indicata dall’Osservatorio TuttiMedia durante il convegno del 27 maggio: la guerra ibrida e cognitiva non riguarda soltanto la sicurezza degli Stati, ma la capacità delle democrazie di proteggere il capitale più prezioso, quello umano e cognitivo.
