Maria Rosaria Taddeo, Professoressa di Digital Ethics and Defence Technologies presso l’Oxford Internet Institute, Università di Oxford, alla Conferenza internazionale SIPEIA, ha evidenziato come nel campo della difesa si sia troppo spesso guardato al potenziale delle tecnologie digitali — prima nel cyberspazio e oggi con l’intelligenza artificiale — senza considerare adeguatamente i rischi, le implicazioni etiche e la necessità di un quadro normativo solido. Questo ritardo regolatorio, ha spiegato, ha contribuito a creare nuove forme di instabilità nello scenario internazionale.
Guerra cibernetica
Ripercorrendo l’evoluzione della guerra cibernetica, Taddeo ha osservato che per anni si è tentato di interpretare un fenomeno radicalmente nuovo attraverso categorie giuridiche tradizionali. Il Tallinn Manual, uno dei principali riferimenti in materia, ha equiparato l’attacco cyber a quello armato; tuttavia, la maggior parte degli attacchi informatici non provoca distruzione fisica né vittime, ma interrompe sistemi, infrastrutture e servizi essenziali. Questa separazione tra coercizione e uso della forza ha generato una vera e propria “zona grigia” normativa, in cui gli attori statali possono muoversi con maggiore libertà, favorendo comportamenti aggressivi e aumentando tensioni e rischi di escalation.
Nel cyberspazio l’offensiva più facile della difesa
Nel cyberspazio, infatti, l’offensiva è spesso più facile della difesa: gli attacchi sono meno costosi, difficili da attribuire e hanno alte probabilità di successo. Ciò ha trasformato il dominio digitale in un terreno di competizione strategica permanente, dove la conflittualità può svilupparsi anche al di sotto della soglia della guerra tradizionale. Molte delle tensioni geopolitiche contemporanee passano ormai anche attraverso operazioni cyber, che colpiscono sempre più spesso infrastrutture civili o “duali”, da cui dipende il funzionamento delle società moderne.
“Dilemma di stabilità”
L’introduzione dell’intelligenza artificiale rafforza ulteriormente questa dinamica e produce quello che Taddeo definisce un “dilemma di stabilità”: gli Stati sono spinti a dotarsi di capacità di IA per difendersi e restare competitivi, ma queste stesse tecnologie possono essere utilizzate in modo offensivo, aumentando il rischio di frizioni e conflitti. L’IA è già impiegata in numerosi ambiti militari — dalla logistica all’analisi dei dati, dall’intelligence alle operazioni cyber, fino al supporto alle decisioni tattiche e ai sistemi autonomi — e, man mano che ci si avvicina all’uso diretto della forza, emergono interrogativi sempre più urgenti sulla responsabilità morale, sulla tutela dei diritti umani e sul rispetto della dignità delle persone.
Ai e sicurezza
Secondo Taddeo, il punto non è fermare l’innovazione, ormai irreversibile nelle società digitali, ma governarla. L’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento fondamentale per analizzare l’enorme quantità di dati prodotta dalle nostre società e ha un grande potenziale anche per la sicurezza. Tuttavia, proprio per questo, è necessario sviluppare un’etica dell’IA in difesa capace di orientarne l’uso.
Etica e guerra
Il dibattito si muove spesso tra due posizioni opposte: da un lato chi ritiene impossibile parlare di etica in relazione alla guerra; dall’altro chi teme che vincoli etici possano mettere le democrazie in svantaggio rispetto ad avversari meno regolati. Per Taddeo, entrambe le prospettive sono insufficienti. Se una guerra è ritenuta necessaria, deve comunque essere condotta entro limiti che impediscano atrocità; allo stesso tempo, le democrazie liberali devono restare fedeli ai propri valori anche quando si difendono. Rinunciare a questi principi significherebbe avvicinarsi ai modelli che si intendono contrastare.
Costruire una difesa fondata su basi etiche non è solo una scelta morale, ma anche strategica: il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti fondamentali contribuisce a creare le condizioni per una pace e una stabilità durature dopo i conflitti. Al contrario, l’erosione delle regole della guerra rischia di tradursi in un indebolimento delle stesse democrazie.
Taddeo ha inoltre sottolineato che, sebbene negli ultimi anni siano stati elaborati numerosi principi etici per l’IA — da parte di Stati Uniti, Unione Europea e NATO — questi restano spesso troppo generici. Valori come responsabilità, sicurezza o controllo umano sono fondamentali, ma non affrontano pienamente la specificità dell’IA in ambito militare: l’uso della tecnologia per esercitare coercizione attraverso la forza. La vera sfida oggi è tradurre questi principi in pratiche concrete, standard e strumenti operativi, un processo tutt’altro che neutrale e che richiede il coinvolgimento di competenze diverse per evitare semplificazioni o interessi di parte.
Governance e difesa
La questione riguarda, in ultima analisi, la governance stessa della difesa. In assenza di regole condivise sull’uso dell’IA, esiste il rischio di un progressivo indebolimento del diritto internazionale. Principi fondamentali, come quello di distinzione tra combattenti e civili, rischiano di perdere efficacia se le tecnologie non vengono progettate e utilizzate in modo coerente con tali obblighi.
Digitalizzazione del conflitto
Nel suo intervento, Taddeo ha infine collocato queste trasformazioni in una traiettoria storica più ampia. La digitalizzazione del conflitto è un processo iniziato decenni fa e oggi giunto a piena maturità: dalla Prima guerra del Golfo, in cui l’informazione è diventata un asset strategico, agli attacchi cyber contro l’Estonia nel 2007 che hanno dimostrato come le tecnologie digitali possano essere trasformate in strumenti di guerra, fino al riconoscimento del cyberspazio come dominio operativo da parte della NATO.
AI centrale nella guerra
La guerra in Ucraina rappresenta un’ulteriore accelerazione di questo percorso, con l’intelligenza artificiale sempre più centrale nelle strategie militari contemporanee. Non si tratta soltanto di un cambiamento tecnologico: questa evoluzione sta ridefinendo il concetto stesso di sicurezza, le responsabilità degli attori internazionali e gli equilibri globali.
Comprendere la portata di questa trasformazione, ha concluso, è essenziale per poter governare il futuro e garantire che l’innovazione tecnologica rafforzi — anziché indebolire — i principi su cui si fondano le società democratiche.
