‘La rete alla guerra delle notizie’: dialoghi intorno al libro di Michele Mezza ‘Giornalismi nella rete’ dopo la carneficina di Parigi del 13 novembre, in un’aula del Coris, il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale della Sapienza, a Roma. La cornice è il corso di Storia e Modelli del Giornalismo del professor Christian Ruggiero, che anima il dibattito. Il contesto è quanto sta avvenendo nel mondo dell’informazione – i media nei confronti dell’autoproclamato Califfo e dei suoi tagliagole- e della comunicazione – gli addetti stampa del sedicente Stato islamico e le loro tattiche di penetrazione, quando non di sgozzamento, delle opinioni pubbliche interne, cioè l’Islam ‘double face’ sunnita e sciita, e internazionali-. Il tutto in vista di un ciclo di seminari su ‘Media e Terrorismo’ nelle aule del CoRiS dal febbraio 2016.

Ne discutono, con Mezza, giornalista e affabulatore, Rai e molto di più, autore di un libro che aspira a insegnare come ‘non essere sudditi di Facebook e Google’ – io personalmente mi astengo da Facebook, ma sono devoto a Google -, Antonio Nicita, docente e commissario AgCom, e Mauro Parissone, fondatore e direttore dell’Agenzia H24. Il pezzo forte è l’introduzione del professor Mario Morcellini, direttore del Dipartimento.

Il foglio degli appunti si riempie più di formule, e di domande, che di risposte: il piano della comunicazione/informazione dei terroristi e sul terrorismo s’intreccia con l’effetto della rete sull’informazione: riorganizzazione delle parole chiave; il dilemma dell’agenda – una costante: chi decide di che cosa si deve parlare? -; la coriandolizzazione dei punti di vista,; il rischio che le mutazioni dei giornalismi facciano perdere elementi costituivi della democrazia e introducano nuovi dispotismi; il pericolo che il fascino della tecnologia ci abbacini e non ci faccia più ragionare; le difficoltà dei media tradizionali di raccontare il nuovo senza esserne travolti, sena suicidarsi inseguendolo ed esaltandolo -; l’incapacità di distinguere le notizie dalle bufale; la fine –o meno, e prevale il meno- delle mediazione giornalistica; la prospettiva di pagare un prezzo eccessivo, in termini informativi, ma anche democratici, al potere dell’algoritmo; la necessità che i mediatori, cioè i giornalisti, siano professionalmente validi, non assoggettati al potere –politico, economico o tecnologico, quale che sia -, ma critici del potere…

I punti di domanda restano. Le risposte, forse, verranno dal ciclo di seminari. Se la realtà non sarà già fuggita più avanti. Ma i giornalisti del panel manifestano la certezza che il mestiere non morirà. Magari per non togliere la speranza a quei pochi degli studenti fra il pubblico che ancora pensano di farlo.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.