Una settimana fa, ero qui a raccontarvi di come il raddoppio dei caratteri di un tweet da 140 a 280 avesse ‘disinnescato’ Donald Trump, i cui cinguettii avevano perso mordente ed efficacia. Ebbene, risvegliato, forse, dal botto del super-missile di Kim Jong-un, il magnate presidente non ha ritrovato il guizzo del tweet, ma ha colpito di retweetting, rilanciando tre video razzisti e xenofobi dell’estrema destra radicale britannica. Per la Bbc, vera e propria “istigazione alla violenza”.
E quando la premier britannica Theresa May ha espresso – e reiterato – l’opinione che quei retweet fossero “sbagliati”, Trump, invece di fare un passo indietro – cosa di cui manifestamente non è capace –, ne ha fatto uno avanti, invitando la premier britannica a farsi i fatti suoi. Come se non fosse stato lui il primo a invadere il campo, avallando la propaganda di Britain First e rinfocolando, a Londra, le richieste di cancellare l’invito mesi fa rivoltogli dalla premier May.
E la Casa Bianca gli è ovviamente andata dietro. Il presidente non ha sbagliato, perché “l’obiettivo era di sottolineare la necessità di confini forti e di una sicurezza nazionale efficace … La minaccia (degli immigrati irregolari, ndr) è reale e il presidente è concentrato su di essa”. Tanto che, poche ore or sono, ha bollato, sempre su Twitter, come “scandaloso” il verdetto di una giuria popolare che a San Francisco ha assolto un immigrato messicano dall’accusa di omicidio di una donna nel 2015.
I segnali che Trump stesse per ri-esplodere, su Twitter e non solo, dopo essersi contenuto, o esserlo stato, per qualche settimana, comportandosi, se non proprio da presidente, da ‘civilized man’, s’erano avuti quando aveva sbeffeggiato, chiamandola Pocahontas, la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren, orgogliosa delle sue origini ‘nativo-americane’. Pocahontas è la principessa ‘indiana’ resa famosa da un cartoon della Disney. Il tutto, quasi paradossalmente, accadeva durante una cerimonia alla Casa Bianca per onorare i Navajos, abilissimi a decriptare i codici nazisti e nipponici, nella Seconda Guerra Mondiale.
E già che c’era Trump aveva poi ripreso ad insultare Kim con qualche stereotipo asiatico.
Ma i tre video anti-Islam postati da Britain First come rappresentano la minaccia? Sono tutte situazioni stereotipate e non v’è alcuna prova che siano documenti reali e non ‘messe in scena’.
Il primo è intitolato ‘un immigrante musulmano picchia un ragazzo olandese con le stampelle’ e mostra un giovane dai capelli scuri che incontra un ragazzo biondo con le stampelle in un parco: prima lo abbraccia, poi all’improvviso comincia a prenderlo a calci e pugni in modo brutale.
Il secondo s’intitola ‘Un musulmano distrugge la statua della Vergine Maria!’: un uomo dalla barba lunga e nera, tunica e copricapo tipicamente arabi, afferra una statua della Madonna, la getta a terra con violenza e la manda in pezzi. Lì accanto, un altro uomo con la barba nera ride.
Il terzo, il più crudo, s’intitola ‘Bulli islamici spingono un ragazzino sul tetto d’un palazzo e lo picchiano a morte’: si sentono le urla della vittima, che è circondata da uomini con il volto coperto. Uno sventola una bandiera nera che potrebbe essere quella dell’Isis. La scena potrebbe essere quella d’una città mediorientale. Alla fine, l’immagine shock del ragazzo spinto giù dal tetto.
Istigazioni alla violenza e all’odio razziale: roba da teppisti del web, che, rilanciata dal presidente degli Stati Uniti, acquistano un potere di contagio enorme. Se l’untore, dell’odio e delle fake news, sta alla Casa Bianca non ci basteranno milioni di monatti.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.