Se questo è un presidente di pace! All’alba della 11° settimana di guerra in Ucraina, Joe Biden visita in Alabama una fabbrica della Lockheed Martin, che produce i missili Javelin e Troy, ed elogia le maestranze dello stabilimento per quel che fanno. “Avete cambiato la vita delle persone!”, dice il presidente – senza contare quelle che hanno ucciso -. Oltre 5.000 Javelin sono già stati forniti dagli Usa all’Ucraina: “I militari ucraini si stanno prendendo gioco di quelli russi … Se non ci opponiamo ai dittatori – che non ci piacciono, ndr: quelli nostri alleati non li tocchi nessuno! -, continueranno a essercene”.

La posizione di Biden sull’Ucraina è nota e chiara: protrarre il conflitto, dare all’Ucraina strumenti per resistere e magari cacciare l’invasore, facendo lavorare l’industria degli armamenti, e logorare la Russia, riducendola in condizioni da non potere più essere aggressiva. Sì alla guerra, dunque, ma degli altri. Una strategia cinica, che tiene poco conto delle vite umane perdute nella conflitto, ma, ma che, stando a un recente sondaggio, è largamente condivisa dagli americani: una ampia maggioranza bipartisan è favorevole alle sanzioni contro la Russia e appoggia il sostegno militare e umanitario offerto agli ucraini.

Nel contempo, il 72% degli americani non vogliono che gli Stati Uniti prendano iniziative militari dirette contro la Russia: solo il 21% sono pronti a scendere in guerra, a mandare truppe sul terreno. Anche fra coloro che pensano che gli Usa non stiano facendo abbastanza per sostenere l’Ucraina, una netta maggioranza si oppone all’idea di avere “boots on the ground” in Ucraina, Una mossa ripetutamente esclusa dall’Amministrazione Biden, convinta che segnerebbe lo scoppio della Terza Guerra Mondiale.

Ma, nonostante il sostegno bipartisan sul fronte ucraino, la popolarità del presidente resta bassa, intorno al 42%: negli ultimi due mesi, il tasso di gradimento di Biden è leggermente risalito, ma resta negativo su molti fronti. In vista delle elezioni di mid-tern di novembre, i repubblicani sono nettamente avanti ai democratici sulla gestione dell’economia e sulla lotta all’inflazione, due temi che contano più della guerra in Ucraina nelle scelte degli americani. In attesa che la battaglia sull’aborto diventi tema politico, se la Corte Suprema dovesse rimangiarsi la sentenza che lo rende legale.

Con questa America, che non spinge per la pace, difficile avanzare verso la fine della guerra. E, infatti, la diplomazia è impantanata.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.