La guerra in Ucraina sta svanendo: non sul terreno, dove si continua a combattere, non nelle città del Paese martoriate, né alle frontiere dove giungono ogni giorno profughi in fuga dall’orrore e dalle devastazioni. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia perde spazio sui nostri media, cede parte delle prime pagine alle preoccupazioni di ogni giorno – in parte ingigantite dalla guerra -, diventa quasi abitudine, le sirene all’alba, i bombardamenti, gli aiuti umanitari, tutte le vicende dove informazione e disinformazione s’intrecciano.

C’è da sperare che la guerra finisca davvero prima di divenire routine mediatica, come già successo per altri conflitti. Questo però è molto vicino, ci tocca di più, ci spaventa di più: dimenticarlo, come facciamo per lo Yemen e avevamo fatto per la Georgia e il Donbass, è difficile, forse impossibile.

La guerra dovrebbe innescare dinamiche di pace; invece, per il momento, pare generare solo dinamiche di confronto. L’Occidente, la Nato, gli Usa, noi europei, noi italiani siamo con gli aggrediti, gli ucraini, e contro gli aggressori, la Russia di Vladimir Putin; però, non vogliamo entrare nel conflitto, ma di fatto lo alimentiamo fornendo armi a Kiev e punendo con sanzioni Mosca senza proporre canali di dialogo e di mediazione.

La guerra in Ucraina induce i Paesi dell’Ue a dare un forte impulso al progetto di difesa europea, avviato da tempo, ma rallentato dalla pandemia e dalle esitazioni di molti Paesi di fronte al rischio di creare frizioni con gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica. Adesso, invece, il progetto pare andare avanti, di pari passo con l’aumento delle spese per la difesa sollecitato proprio da Usa e Nato – l’Italia e la Germania raggiungono e superano la quota del 2% del Pil -. Siamo, forse, nel solco ‘si vis pacem para bellum’; ma qui si tratta non di sventare una guerra, che già c’è, ma di farla cessare.

Per innescare una dinamica di pace nel conflitto in Ucraina si guarda ora alla diplomazia vaticana: Papa Francesco ha chiamato al telefono il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che l’ha invitato a Kiev. Non si sa ancora se e quando la visita avverrà: a complicare una eventuale mediazione vaticana, c’è il fatto che questo conflitto vede pure contrapposte le chiese ortodosse ucraina e russa.

L’ambasciatore ucraino presso la Santa Sede Andryi Yurash vede nella telefonata un “nuovo visibile gesto di sostegno all’Ucraina da parte di Francesco”: Il Papa “ha detto di stare pregando e facendo tutto il possibile per la fine della guerra; il presidente ha ribadito che Sua Santità è l’ospite più atteso in Ucraina”. Dal canto suo, il pontefice, con un tweet pure in russo e ucraino, invita “ogni comunità e ogni fedele” a unirsi a lui in preghiera venerdì, l’Annunciazione, per la pace nel Mondo.

In passato, o almeno nell’Era Moderna, il Vaticano non ha avuto molto impatto, quando ha cercato di prevenire un conflitto. E le prospettive di successo in Ucraina non sono elevate: Zelensky dice che “il ruolo di mediazione della Santa Sede nel porre fine alla sofferenza umana sarebbe accolto con favore”. Mosca tace. Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, non commenta la telefonata, ma osserva: “Non ci sono alternative al negoziato … l’alternativa è la guerra, la violenza, i morti”. Ma Francesco andrà a Kiev?, gli viene chiesto. “Non sono in grado di dire: loro dicono di garantire la sicurezza e so che il presidente Macron andrà, forse il premier Johnson…”: la porta non è chiusa.

Zelensky è anche tornato a proporre un incontro con il presidente russo Vladimir Putin, dicendosi pronto a discutere dello statuto delle autoproclamate Repubbliche russofone ucraine e della Crimea. Ma per farlo, sostiene, è necessario un cessate-il-fuoco: “Una volta rimosso quell’ostacolo, parliamo”. Da parte russa, si rovescia la medaglia: prima l’intesa, poi il cessate-il-fuoco.