La guerra in Ucraina è entrata in una nuova fase, forse decisiva, forse più cruenta e più devastante di quella che abbiamo finora conosciuto. Ma la diplomazia resta ferma ai rituali poco o per nulla influenti delle condanne, delle sanzioni a Mosca, delle armi a Kiev. Quando l’esercito russo occupa il Donbass, con mossa a lungo preparata e quasi scontata, il presidente Usa Joe Biden replica riunendo in video-chiamato alleati e partner.

La Russia del presidente Vladimir Putin accusa l’Occidente, per bocca del ministro della Difesa Serguiei Shoigu, di “fare di tutto per fare durare” le ostilità in Ucraina. Il ministro degli Esteri Serguiei Lavrov assicura che Mosca userà solo armi convenzionali nel conflitto, non farà ricorso alle armi nucleari.

Biden e gli alleati, la cui consultazione è durata un’ora appena, confermano il sostegno all’Ucraina e lo sforzo “per fare pagare care alla Russia le sue azioni” con ulteriori sanzioni a Mosca e più armi a Kiev. Di maggiori costi da imporre a Putin e maggiore appoggio da dare all’Ucraina parlano l’uno dopo l’altro von der Leyen e Stoltenberg, Draghi e Scholz, che sottolinea “la Nato non interverrà”.

Il presidente francese Emmanuel Macron, il più attivo nel cercare il dialogo con Putin, sia pure senza esito, rinvia il rilancio degli sforzi di pace a dopo il ballottaggio di domenica. Se sarà ancora presidente, come i sondaggi indicano, “Tornerò a Kiev, ma per portare qualcosa di utile, per fare la differenza. Per mostrare semplicemente il mio supporto non ho bisogno di recarmi lì”. Macron ha già parlato una quarantina di volte con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dall’inizio dell’invasione e forse una dozzina con Putin dall’inizio della crisi..

Nell’ora dell’offensiva di Mosca per acquisire l’arco di Ucraina sud-orientale che va da Kharkiv alla Crimea passando per Lugansk, Donetsk, Mariupol – città martire di questa guerra -, fino a Mykolaiv e forse a Odessa, facendo del Mare d’Azov un lago russo, l’apparato diplomatico si riduce a tregue pasquali e anatemi religiosi.

Dopo giorni e settimane di assordante silenzio, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres torna a farsi sentire per chiedere “una pausa umanitaria di quattro giorni per la Settimana Santa” (Pasqua, per gli ortodossi è domenica prossima, 24 aprile): scopo, “consentire l’apertura di una serie di corridoi umanitari”. Guterres parla un linguaggio da Papa più che da diplomatico: “La Pasqua – dice – è una festa che unisce i cristiani ortodossi in Russia e in Ucraina”.

Ma, intanto, il patriarca di tutte le Russie Kirill e il capo della Chiesa ucraina greco-cattolica, monsignor Sviatoslav Shevchuk, se le danno verbalmente di santa ragione: Kirill invoca la benedizione divina sull’esercito russo, Shevchuck fa una veglia di preghiera per l’esercito ucraino “perché – dice – oggi si decide il futuro, il destino dell’Ucraina e il destino del Mondo … Forse, canteremo per l’ultima volta ‘Cristo è risorto!’”. Il dio degli eserciti è tornato, quello della pace non ancora.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.