Gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica hanno risposto per iscritto alle richieste di sicurezza avanzate dalla Russia sull’allargamento della Nato a Est, contro l’eventuale adesione dell’Ucraina e di altri Paesi ex Urss. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken parla di “un passo in avanti diplomatico serio”, in attesa di parlarne nei prossimi giorni con il collega russo Seguiei Lavrov. E si stempera, almeno in queste ore, il crescendo di tensione nell’area con oltre centomila militari russi schierati lungo i confini con l’Ucraina.

Il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg spiega che l’obiettivo è “trovare una via d’uscita” alla crisi ucraina: “Siamo pronti ad ascoltare le preoccupazioni di sicurezza della Russia, ma non siamo pronti a scendere a compromessi sui nostri principi” – che ogni Paese ha libertà di scegliere la propria collocazione internazionale e che Mosca non ha un diritto di veto sulle adesioni all’Alleanza -.

Nella trattativa Est – Ovest, stile Guerra Fredda, avviata da oltre un mese, l’Unione europea, rispetto all’Alleanza atlantica, fa da spettatore, nonostante il ‘ministro degli Esteri’ Ue Josep Borrell sottolinei la stretta collaborazione con gli Stati Uniti e malgrado iniziative nazionali di vario segno: da una parte, la Francia, che ha la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri Ue, e la Germania, preoccupata come l’Italia ed altri delle conseguenze energetiche di un conflitto in Europa; dall’altra, i Baltici e della Polonia, timorosi dell’aggressività russa.

La Cina, invece, ritiene “ragionevoli” le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza e invita Usa e Nato a “prenderle sul serio e a risolverle”. Per Pechino, bisogna tornare agli accordi di Minsk del 2015, conclusi tra Mosca e Kiev con l’avallo di Parigi e Berlino; e “tutte le parti dovrebbero abbandonare completamente la mentalità da Guerra Fredda e definire con negoziati un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile”.

Nel vortice di un’escalation verbale e militare senza precedenti dai tempi della Guerra Fredda, o forse solo della guerra di Georgia del 2008 e della crisi ucraina del 2014, le parole di distensione prevalgono, nelle ultime ore, sulle minacce.

Blinken e Stoltenberg spostano avanti l’orizzonte della crisi almeno di qualche giorno. E il ministro della Difesa ucraino Alexei Reznikov esclude una minaccia di invasione da parte della Russia: “Ci sono scenari rischiosi in futuro”, ma non ora. “Fino ad oggi – afferma Reznikov – le forze armate russe non hanno creato unità d’attacco tali da farci credere che siano pronte a un’offensiva domani”. Anche se l ‘Ucraina fa sapere, senza fornire dettagli, di avere smantellato un “gruppo criminale” sostenuto dalla Russia che preparava un attacco.

La guerra, dunque, non ci sarà, né oggi, né questa settimana. Tanto rumore per nulla, dunque? Non c’è da esserne sicuri, non c’è da stare tranquilli. La tensione è alta, i margini d’errore sono minimi e una provocazione – o una valutazione sbagliata – potrebbero fare precipitare la situazione. Anche se in America e in Europa nessuno ha voglia di ‘morire per Kiev’ o anche soltanto di morire di freddo a casa propria senza il gas russo.

Tutti dicono di non volere la guerra in Ucraina e per l’Ucraina, ma tutti si comportano come se la volessero davvero. La Russia ammassa truppe e mezzi ai confini con l’Ucraina; e, secondo l’intelligence britannica, vuole rimpiazzare la leadership ucraina con fantocci filo-russi. Gli Usa approntano un arsenale di ulteriori sanzioni anti-russe; forniscono più aiuti all’Ucraina e sollecitano gli alleati a offrire sostegno – anche militare – a Kiev; e, come pure Gran Bretagna, Australia, Canada, fanno partire il personale diplomatico non essenziale – una mossa giudicata eccessiva, o almeno prematura, dalle stesse autorità ucraine -.

E c’è chi pensa che la tregua negoziale sia solo funzionale agli interessi contingenti russi e cinesi. Intervistato da Formiche, il generale Ben Hodges, comandante delle Forze Usa in Europa dal 2014, all’inizio della guerra nel Donbas, al 2018, oggi analista del Center for European Policy Analysis, Putin non rovinerà le Olimpiadi di Xi – i giochi invernali in programma a Pechino dal 4 al 20 febbraio -, ma invaderà a fine febbraio.

 

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.