La guerra entra nella decima settimana, recitando giorno dopo giorno i grani di un rosario di devastazioni, lutti, atrocità: le vittime che, da una parte e dall’altra, si contano a decine di migliaia, militari e, fra gli ucraini, anche civili; e gli sfollati che sono quasi 12 milioni, un ucraino su quattro, cinque milioni sono riparati in un altro Paese. La dinamica dell’offensiva del Donbass è lenta: il suo epicentro restano Mariupol e l’acciaieria Azov, l’Alamo di una resistenza disperata – un giorno ci faranno un film -; i suoi obiettivi Donetsk e Lugansk e la striscia di terra ucraina che le congiunga alla Crimea trasformando il Mar d’Azov un lago russo; le sue estreme a nord e a ovest Kharkiv e Odessa.

La diplomazia è al palo: ‘azzerati’ i colloqui che, un mese fa, facevamo sperare un’intesa e una tregua, si riparte da un tentativo di mediazione del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che è stato ad Ankara e a Mosca prima di andare a Kiev, mentre i Paesi della Nato si riunivano martedì a Ramstein in Germania. I giochi sono palesi: la Russia ha fretta di arrivare a un’intesa, vuole chiudere l’offensiva perché i costi dell’invasione, umani, economici, geo-politici, pesano; l’Ucraina non vuole arrendersi, cedere territori e pezzi di sovranità; gli Stati Uniti la incoraggiano a resistere e la armano, perché vogliono prostrare Mosca e metterla in condizione di non nuocere in un prevedibile futuro. La Cina avverte i rischi, dice di non volere in alcun modo una terza guerra mondiale, fa un appello perché vi siano trattative di pace.

E noi europei?, in tutto ciò. Reggiamo il moccolo della guerra all’America di Biden: armi e sanzioni, zero diplomazia. A meno che Emmanuel Macron, rieletto presidente, non provi a riprendere il filo dei suoi contatti, infruttuosi, ma assidui, con il russo Vladimir Putin e con l’ucraino Volodymyr Zelensky. Che lo faccia e che ne ricavi finalmente qualcosa.

Sia chiaro!, la Russia è l’aggressore e non deve trarre vantaggio dall’invasione; l’Ucraina è l’aggredito e va tutelata, la sua libertà, la sua indipendenza, la sua integrità. Ma la priorità, ora, non possono essere i calcoli geo-politici: ci sono vite umane da salvare. Quanti morti vale la superiorità di Washington su Mosca?, e ci sentiremo davvero più sicuri accanto a una Russia fiaccata, ma pur sempre dotata di quasi 6000 ogive nucleari? Tra l’America e la guerra c’è un Oceano; tra noi e la guerra al massimo un fiume.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.