La pace in Ucraina che dieci giorni fa pareva essersi avvicinata di qualche passo è più lontana: l’orrore delle immagini di Bucha alimenta la determinazione degli ucraini a cacciare indietro i russi e la riluttanza dell’Occidente a parlare il linguaggio dell’accordo. Kiev e Washington e molte altre capitali Nato scelgono quello del confronto; Mosca usa quello della brutalità e respinge le accuse, ma fatica a convincere il Mondo che tutte le atrocità attribuite ai suoi soldati sono messinscene.

Ogni volta, l’umanità si ritrova incredula, attonita, atterrita davanti agli orrori della guerra. Come se fosse la prima volta. Come se non sia sempre stato così. Come se le immagini crude – pur mediate dal racconto cinematografico – di Soldato Blu e Uomini contro, La Ciociara e Apocalypse Now, Paisà e Missing non le avessero già denunciate nella loro ripetitiva ineluttabilità. Come se le colpe di Srebrenica non ci stessero ancora incollate addosso, con i ‘nostri’ soldati occidentali ad assistere inerti al massacro senza alzare un grilletto per impedirlo.

Non dice parole di pace il presidente russo Vladimir Putin, che rinvia un incontro con l’ucraino Volodymyr Zelensky a “quando ci sarà stato l’accordo”. Non dice parole di pace Zelensky, che infiamma l’Onu. Non dice parole di pace il presidente Usa Joe Biden, che vuole Putin a giudizio e la Russia espulsa dal Consiglio dell’Onu per i diritti umani. Ue e Usa comminano nuove sanzioni, spesso irrilevanti; il Cremlino replica minacciando “un inverno alimentare” per i Paesi ostili; e l’Italia allunga la lista dei Paesi che espellono diplomatici russi in quanto sospette spie.

L’onda dell’indignazione suscitata dai massacri di Bucha irrigidisce i Paesi atlantici; La linea rossa tracciata dalla Nato e finora condivisa dagli Usa s’assottiglia: aiutare l’Ucraina a difendersi, ma non fare la guerra alla Russia. Fughe in avanti ce ne sono, nel contesto estremamente delicato d’una crisi ormai globale, come prova la presenza, mercoledì, a Bruxelles, al Consiglio atlantico di Australia e Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud, oltre a Svezia, Finlandia, Georgia – e Ucraina -.

L’audizione al Senato di Washington dei vertici militari degli Stati Uniti conferma l’impressione che l’allargamento del conflitto non sia più un’ipotesi esclusa, perché qualcuno s’è convinto che Putin vacilla e può essere abbattuto. Lloyd Austin, capo del Pentagono, e il generale Mark Milley, capo di Stato Maggiore, affermano: “L’invasione dell’Ucraina è la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza dell’Europa e forse del mondo”. E spiegano: “Ci troviamo a fronteggiare due potenze globali, la Cina e la Russia, ciascuna con significative capacità militari ed entrambe tese a cambiare fondamentalmente le regole basate sull’attuale ordine mondiale; stiamo entrando in un mondo che sta diventando più instabile e il potenziale per un significativo conflitto internazionale sta aumentando, non riducendosi”.

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.