E’ un negoziato che procede a zigzag. O, forse, è solo il presidente degli Stati Uniti che va avanti così: un giorno strizza l’occhio al suo sodale russo Vladimir Putin e sembra cosa fatta; il giorno dopo, vira mal volentieri verso il leader ucraino Volodymyr Zelensky, per lui “un perdente”, e verso quei “petulanti” e “fastidiosi” alleati europei che lo appoggiano.
E’ un puzzle i cui pezzi non combaciano quello della pace in Ucraina, che team di negoziatori asimmetrici, a tavoli diversi, da Ginevra ad Abu Dhabi, cercano di comporre per ora senza successo, anche se la Casa Bianca “batta la grancassa” – lo scrive la Cnn – sui progressi fatti.
Washington, Kiev, gli europei parlano di passi avanti, ma danno l’impressione di avere in mente progetti di accordo diversi. Mosca non avalla nessuna delle ipotesi sul tavolo, neppure quelle a lei più favorevoli, e, intanto, continua a mettere sotto pressione sul terreno le difese ucraine e la notte ad attaccare con missili e droni città e infrastrutture militari, energetiche, industriali.
Ogni giorno, la guerra fa vittime. Papa Leone XIV, in partenza per Turchia e Libano, esprime speranze, formula auspici: “Stiamo aspettando, grazie a Dio stanno lavorando, sembra che si stiano avvicinando nel dialogo… Invito tutti a un cessate il-fuoco perché ancora tanti stanno morendo… Bisogna … cercare con il dialogo una soluzione a questa guerra che ormai deve finire”.
Una cosa è però sicura: la scadenza di giovedì 26, la Festa del Ringraziamento negli Usa, per un sì o un no definitivi, fissata con consueta sicumera dal presidente Trump, non sarà rispettata.
E mentre l’attenzione è puntata sull’Ucraina, Israele rialza la tensione in Medio Oriente: il pendolo tra speranze di pace e realtà di guerra oscilla implacabile. Nella Striscia di Gaza, dove la tregua va avanti tra sussulti e scaramucce dal 10 ottobre, sabato 22 ci sono state violazioni particolarmente sanguinose.
Domenica, invece, Israele ha condotto attacchi su Beirut – per la prima volta da molti mesi – e postazioni di Hezbollah in Libano, colpendo – afferma – obiettivi dei miliziani sciiti sostenuti dall’Iran.
Sul fronte negoziale, il passaggio alla seconda fase del piano Trump non è imminente, nonostante che la prima fase sia praticamente esaurita – tregua e parziale ritiro delle forze israeliane, ritorno degli ostaggi, ripresa degli aiuti –. Il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 17 novembre non sblocca le trattative né ammorbisce le posizioni di Israele e di Hamas.
