“Il cinema non deve restare muto. L’odio alla fine sparirà e i dittatori moriranno. Siamo in guerra per la libertà”: accolto da una standing ovation, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parla così, a sorpresa alla cerimonia di apertura del festival di Cannes. Zelensky, attore di professione, cita il ‘Grande Dittatore’ e dice: “Serve un nuovo Chaplin”, il coraggio che il cinema ebbe contro Hitler nel 1940 deve averlo oggi contro il presidente russo Vladimir Putin.

Il discorso di Zelensky a Cannes coincide con un doppio snodo del conflitto ucraino: sul terreno, l’evacuazione dei miliziani dall’Azovstal pone fine alla battaglia di Mariupol; in diplomazia, Finlandia e Svezia fanno passi decisivi verso l’ingresso nell’Alleanza atlantica.

I segnali sono contraddittori. Nonostante la presa di Mariupol, le cose non vanno bene per la Russia: al fronte, l’offensiva nel Donbass è in stallo e, nell’area di Kharkiv, le truppe russe sono arretrate – o sono state ricacciate – oltre il confine; e, nonostante i moniti del Cremlino, l’allargamento della Nato viaggia su un binario veloce.

G7 e Consiglio di Sicurezza dell’Onu si apprestano a discutere dei problemi di sicurezza alimentare del mondo intero, creati dalla guerra. E un incontro tra Putin e il presidente Usa Joe  Biden non è alle viste, né se ne prepara uno fra i responsabili degli Esteri Serguiei Lavrov e Antony Blinken, che non si parlano da febbraio.

“La Russia non ci dà nessun segnale che una conversazione tra Blinken e Lavrov possa essere utile e costruttiva in questo momento”, spiega il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ned Price. Ma contatti ci sono: i responsabili della Difesa Serguiei Shoigu e Lloyd Austin si sono telefonati, magari soprattutto per evitare un allargamento del conflitto per errore; e le rispettive ambasciate “continuano ad avere incontri con le loro controparti”.

Le immagini dei resti di un battaglione russo, intercettato dall’artiglieria anti-carro ucraina mentre cercava di guadare un fiume nel nord-est dell’Ucraina, la settimana scorsa, sembrano documentare lo scontro più sanguinoso di questa guerra per le forze russe: si stima che i militari morti o feriti lì siano stati almeno 400. E – nota la stampa Usa più qualificata – le informazioni sui rovesci militari non vengono solo da voci dell’opposizione, ma pure da blogger russi vicini al Cremlino e sostenitori dell’invasione.

La Russia perde terreno pure in economia, con marchi come Renault e McDonald che se ne vanno. Scrive il New York Times: “La prima fase dell’invasione è stata un fallimento. La seconda fase non va meglio per Mosca … Falliti l’attacco a Kiev e la spallata a Zelensky, i progressi nel Donbass sono modesti…”. Il conflitto s’impantana, senza ancora avere sbocchi.

 

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È attualmente consigliere per la comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali; collabora con vari media (periodici, quotidiani, radio, tv) e con l’Unione europea; gestisce il sito GpNewsUsa2016.eu; tiene corsi in Università e scuole di giornalismo. Inizia l’attività giornalistica a “La Provincia Pavese” nel 1972. Dal 1976 al ’79 è alla “Gazzetta del Popolo” di Torino, per la quale nel 1979 apre l’ufficio di corrispondenza a Bruxelles. Nel 1980 passa all’Ufficio dell’Ansa di Bruxelles di cui diventa responsabile nel 1984. Segue per dieci anni la Cee e la Nato. Nel 1989 è a Roma: caporedattore Esteri, caporedattore centrale Esteri, vide-direttore. Nel 1992 è tra i fondatori dello European Press Club, di cui è tuttora segretario generale. Nel 1999 va a guidare l’ufficio Ansa di Parigi e nel 2000 diviene responsabile dell’ufficio di Washington e del Nord America. Dal dicembre 2006 al giugno 2009 dirige l’Ansa. Dopo è successivamente direttore de l'AgenceEurope, di EurActiv.it e vice-direttore de La Presse.